GLI INTERROGATIVI DEL CASO MORO (II° PARTE)

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Gli interrogativi del caso Moro


Le borse del presidente


Un mistero inerente al giorno del rapimento riguarda poi la sparizione di alcune delle borse di


Moro. Secondo la testimonianza di Eleonora Moro, moglie del defunto presidente, il marito


usciva abitualmente di casa portando con se cinque borse: una contenente documenti riservati,


una di medicinali ed oggetti personali; nelle altre tre vi erano ritagli di giornale e tesi di laurea


dei suoi studenti. Subito dopo l’agguato sull’auto di Moro vennero però rinvenute solamente tre


borse. La signora Moro in proposito ha delle precise convinzioni:


I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché in macchina c’era una bella


costellazione di borse“.


Nonostante l’enorme quantità di materiale brigatista sequestrato negli anni successivi all’interno


delle numerose basi scoperte, delle due borse di Moro non è mai stata rinvenuta traccia, un fatto


di rilievo se si considera soprattutto il contenuto dei documenti che il presidente portava con se.


Corrado Guerzoni, braccio destro dell’onorevole Moro, ha affermato che con ogni probabilità


quelle borse contenevano anche la prova che il coinvolgimento del presidente DC nello scandalo


Lockheed era stato frutto di una “imboccata” fatta dal segretario di stato americano, Kissinger.


Questo delle borse scomparse (e dei documenti da esse contenute) è un punto sul quale l’alone di


mistero tarda a scomparire, tant’è che nell’ultima relazione del presidente della Commissione


stragi, il senatore Pellegrino continua ad indicarlo come di cruciale importanza.


Oscure presenze in via Fani


Chi era veramente presente quella mattina in via Fani? Le Commissioni parlamentari hanno


ormai confermato, tanto per riportare alcuni nomi alquanto “particolari”, che quella mattina alle


nove, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c’era un colonnello del SISMI, il colonnello


Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione (cioè di quella divisione del Sismi che


controllava Gladio…). Guglielmi, che dipendeva direttamente dal generale Musumeci –


esponente della P2 implicato in vari i depistaggi e condannato nel processo sulla strage di


Bologna – ha confermato che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall’incrocio con


via Fani, perché, com’egli stesso ha detto: “dovevo andare a pranzo da un amico”. Dunque,


benché si possa definire quantomeno singolare presentarsi a casa di un amico alle nove di


mattina per pranzare, sembra addirittura incredibile che nonostante a duecento metri di distanza


dal colonnello ci fosse un finimondo di proiettili degno di un film western, egli non sentì nulla


di ciò che era avvenuto ne tantomeno poté intervenire magari solo per guardare cosa stesse


accadendo . A dire il vero l’incredibile presenza a pochi metri dal luogo della strage di Guglielmi


è stata rivelata solo molti anni dopo l’accaduto, nel 1991, da un ex agente del SISMI – Pierluigi


Ravasio – all’On. Cipriani, al quale lo stesso confidò anche che il servizio di sicurezza disponeva


in quel periodo di un infiltrato nelle Br: uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma


il cui nome di copertura era “Franco” ed il quale avvertì con mezz’ora di anticipo che Moro


sarebbe stato rapito . Ad ogni modo resta il dato di fatto, perché ormai appurato, che la mattina


del rapimento di Aldo Moro un colonnello dei Servizi segreti italiani si trovava nei pressi di via


Fani mentre veniva uccisa la scorta e rapito il presidente della DC e in più lo stesso ha taciuto


questo importante fatto per più di dieci anni.


Il commando


Come ormai accertato che in sede parlamentare, un tiratore scelto addestratissimo armato di


mitra a canna corta, risolse gli aspetti più difficili e delicati della difficile operazione: con una


prima raffica, sparata a distanza ravvicinata, colpì i carabinieri Leonardi e Ricci seduti nei pressi


di Moro, lasciando però illeso l’onorevole DC. Fu un attacco militare di estrema precisione: la


maggioranza dei colpi (49 su di un totale di 93 proiettili ritrovati dalle forze dell’ordine) sparata


da una sola arma, un vero e proprio “Tex Willer” descritto dai testimoni (tra i quali un esperto


di armi, il Lalli) come freddo e di altissima professionalità. Gli esperti hanno sempre concordato


sul fatto che non poteva essere un autodidatta delle Br; nessuno dei membri del commando aveva


una capacità tecnica di sparare come quello che alcuni testimoni hanno definito appunto “Tex


Willer” ed invece, secondo le perizie, praticamente tutti i colpi letali furono sparati da uno solo


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dei membri del commando. A ciò si somma il fatto che, secondo una perizia depositata in


tribunale, in Via Fani non si sparò solamente da un lato della strada (quello cioè dove si


trovavano i quattro brigatisti i cui nomi sono ormai noti), mentre tale ricostruzione è sempre stata


negata dai diretti interessati. L’azione, definita degli esperti come “un gioiello di perfezione,


attuabile solo da due categorie di persone: militari addestrati in modo perfetto oppure da civili


che si siano sottoposti ad un lungo e meticoloso addestramento in basi militari specializzate in


azioni di commando”, risulta veramente straordinaria se si pensa che, come ha testimoniato


Adriana Faranda (anch’ella in azione quel giorno): “gli addestramenti all’uso delle armi da parte


dei brigatisti erano estremamente rari perché era considerato pericoloso spostarsi fuori Roma” .


La stessa Faranda ha però recentemente aggiunto che: “…era convinzione delle Brigate rosse che


la capacità di usare un’arma non era tanto un presupposto tecnico ma piuttosto di volontà


soggettiva, di determinazione, di convinzione che si metteva nel proprio operato” . Insomma, una


– poco credibile – apologia del “fai da te” a dispetto dell’estrema difficoltà dell’azione.


Nata quasi venti anni fa dal lavoro di Zupo e Recchia autori del libro Operazione Moro, la figura


del superkiller è stata ripresa, acriticamente in tutte le successive inchieste. Zupo e Recchia


affermano:


Il lavoro da manuale è stato compiuto essenzialmente da due persone una delle quali spara 49


colpi l’altra 22 su un totale di 91 […] il superkiller quello dei 49 colpi, quasi tutti a segno, quello


che ha fatto quasi tutto lui, viene descritto con autentica ammirazione dal teste Lalli anche lui


esperto di armi”.


La perizia balistica identifica sul luogo dell’agguato 91 bossoli sparati da 4 armi diverse. Ed


effettivamente 49 bossoli si riferiscono ad un’arma e 22 ad un’altra. Occorre però notare che più


volte la perizia mette in evidenza la parzialità delle risultanze data la vastità del campo d’azione e


la ressa creatasi subito dopo il fatto:


Non è da scartarsi nella confusione del momento, che curiosi abbiano raccolto od asportato


bossoli, o che essi calpestati o catapultati da colpi di scarpa od altro siano rotolati in luoghi ove


poi non sono stati più trovati (ad esempio un tombino) ed infine che i bossoli proprio non siano


caduti a terra perché trattenuti dentro eventuali borse, ove era trattenuta l’arma che sparava“.


Bisogna quindi precisare che 91 non sono i colpi sparati, ma soltanto i bossoli ritrovati sul


terreno. Tenendo presente che i colpi sparati potrebbero essere molti di più dei 91 bossoli


ritrovati, il fatto che 49 colpi sono stati sparati da un’unica arma acquista un valore del tutto


relativo. Se dai bossoli, poi, si passa all’analisi dei proiettili, il dato diventa ancor più aleatorio.


La perizia, infatti, afferma:


I proiettili ed i frammenti di proiettili repertati sono relativamente molto pochi, un quarto circa


dei proiettili che si sarebbero dovuti trovare in relazione al numero dei bossoli. Non tutti i


proiettili, e forse la maggior parte, nello stato come sono, abrasi, dilaniati, deformati e


scomposti sono utili per definire le caratteristiche della presumibile arma“.


Quanto poi all’affermazione dei 49 colpi quasi tutti a segno le risultanze balistiche dicono:


Nei cadaveri in particolare a fronte di almeno 36 ferite da armi fuoco sono stati repertati


soltanto 13 proiettili calibro 9 mm 8 di cui sparati da un’arma e 5 da un’altra“.


Come si può notare quindi è cosa certa, ed emerge dalla perizia, la presenza in Via Fani di un


terrorista che esplode un numero veramente rilevante di colpi. L’altro elemento che è servito per


creare la figura del superkiller è l’ormai famosa testimonianza del benzinaio Lalli che afferma:


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Ho notato un giovane che all’incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa 15 colpi poi


faceva un passo indietro per allargare il tiro e sparava in direzione di un’Alfetta […] L’uomo che


ha sparato con il mitra, dal modo con cui l’ha fatto mi è sembrato un conoscitore dell’arma in


quanto con la destra la impugnava e con la sinistra posta sopra la canna faceva in modo che


questa non s’impennasse inoltre ha sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e


precisi”.


Lalli parla quindi di una persona esperta nel maneggiare le armi, nulla può chiaramente dire sulla


precisione del killer. Ma è veramente indecifrabile questo personaggio che maneggia così bene le


armi? Nella sua dichiarazione, Lalli assegna all’esperto sparatore un posto ben preciso:


egli è situato all’incrocio con Via Stresa“.


Secondo le ricostruzioni quella posizione è occupata da Valerio Morucci. Perché allora ci sono


dubbi sull’identità del brigatista? Evidentemente Morucci potrebbe anche possedere le qualità


“tecniche” indicate dal Lalli. Per sincerarcene diamo uno sguardo alla sua “carriera”.


Morucci entra in Potere Operaio all’inizio degli anni settanta, come responsabile del servizio


d’ordine ed è tra i primi a sollecitare una militarizzazione del movimento. Nel febbraio del 1974


è arrestato dalla polizia svizzera perché in possesso di un fucile mitragliatore e cartucce di


vario calibro. Alla fine del 1976, al momento dell’entrata nelle Br, devolve all’organizzazione


diverse pistole, munizioni, e la famosa mitraglietta skorpion, già usata nel ferimento Theodoli, ed


in seguito utilizzata per uccidere Moro. Come componente della colonna romana delle Br


partecipa a quasi tutti gli attentati che insanguinano Roma nel 1977. Infine, quando insieme con


la Faranda esce dalle Br, pur essendo ormai un isolato senza prospettive militari, decide di


riprendersi le proprie armi. Un vero arsenale formato da pistole, mitra e munizioni rinvenuto in


casa di Giuliana Conforto [il cui padre è risultato poi essere nella rete informativa del KGB.


NDR] al momento del suo arresto, il 29 Maggio 1979 (singolare poi il fatto che tra le cose


trovate addosso a Morucci ci fosse anche il numero di telefono privato di Monsignor Marcinkus).


A conferma del rapporto quasi maniacale che Morucci ha con le armi ci sono moltissime


testimonianze di compagni brigatisti. Carlo Brogi, un militante della colonna romana nel


processo Moro afferma:


Morucci aveva con le armi un rapporto incredibile, anche perché, come lui stesso mi ha detto,


molte delle armi che aveva portato via le aveva portate lui nell’organizzazione provenendo dai


FAC e che queste armi erano il risultato d’anni di ricerche per modificarle, per trovare i pezzi di


ricambio, insomma erano sue creature. Pertanto per lui separarsene era un insulto a tutto il suo


lavoro“.


Credo che, viste le caratteristiche di Morucci, affermare che fosse in grado di maneggiare


correttamente un fucile sia davvero il minimo. Però Morucci, anche durante l’ultima audizione in


Commissione stragi, ha affermato che il suo mitra si inceppò dopo 2 o 3 colpi. Dunque egli non


può essere il super killer e probabilmente è anche sbagliata la ricostruzione fatta circa la


posizione dei vari brigatisti in Via Fani; a ciò si aggiunge il fatto che nessuno degli altri membri


del commando aveva una preparazione da “commando”, anzi, la loro compassata freddezza da


commando era tale che prima dell’azione Bonisoli pensò bene di farsi un bel grappino per


sciogliere la paura. Ma allora chi era il “Tex Willer” ? Cercheremo di rispondere tra breve.


I “misteri” sull’azione militare non sono infatti finiti. In via Fani, dei 93 colpi sparati contro la


scorta dell’onorevole Moro, furono raccolti trentanove bossoli sui quali il perito Ugolini,


nominato dal giudice Santiapichi nel primo processo Moro, disse quanto segue:


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Furono rinvenuti colpi ricoperti da una vernice protettiva che veniva impiegata per assicurare


una lunga conservazione al materiale. Inoltre questi bossoli non recano l’indicazione della data


di fabbricazione“.


In effetti vi era scritto “GFL”, Giulio Fiocchi di Lecco, ma il calibro non veniva indicato – come


normalmente fanno invece le ditte costruttrici – e nemmeno la data di fabbricazione di quei


bossoli. Il perito affermò che


questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva veniva usata per garantire la lunga


conservazione del materiale. Il fatto che non sia indicata la data di fabbricazione è un tipico


modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari


non convenzionali“.


In ogni caso, sarebbe interessante sapere come mai questo tipo di proiettili finirono nelle mani


delle Brigate rosse e di quel commando che assassinò la scorta di Aldo Moro.


Un altro ragionamento poi avvalora la tesi di un killer estraneo alle Brigate rosse. Per quale


ragione i terroristi del gruppo di fuoco indossavano delle divise dell’ALITALIA ? Quello fu


effettivamente un accorgimento abbastanza singolare, talmente strano da richiamare l’attenzione


dei passanti anziché distoglierla. La spiegazione che viene da trovare risiede nel fatto che forse


non tutti i brigatisti del commando si conoscevano fra loro, così la divisa serviva appunto al


reciproco riconoscimento, in pratica per non spararsi a vicenda. Una conferma dunque della


teoria del Killer “esterno”.


Ma chi poteva essere questo killer professionista ? Due persone piuttosto ben informate, Renato


Curcio e Mino Pecorelli, in merito a tale questione hanno parlato di “occasionali alleati” delle Br;


gruppi legati alla delinquenza comune che avrebbero per l’occasione “prestato” alcuni uomini per


portare a termine quella strage? E quale luogo migliore delle carceri italiane avrebbe potuto


fungere da punto di incontro da due realtà tanto diverse?


E’ infatti al loro interno che si parlò molto del sequestro (o comunque di un attentato) di un’alta


personalità politica, tanto che il SISMI ne era stato debitamente informato in tempo utile [un


detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il SISMI che le Brigate


rosse stavano progettando un simile sequestro. NDR].


Il riferimento che Mino Pecorelli fa sul suo giornale OP a Renato Curcio non appare quindi


casuale, perché proprio lui potrebbe aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi


e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso. Come abbiamo già notato, certi


indizi puntano direttamente in Calabria. Di questo parere sembra essere oggi anche Francesco


Biscione quando afferma:


probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975)


aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni


dell’area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine


organizzato” .


E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso:


La presenza del Moretti è accertata – scrive – a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con


Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l’hotel Costa e il 15


dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la


sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l’hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai


state chiarite le finalità dei viaggi – prosegue Biscione – questa circostanza sembra possedere un


altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all’insaputa del resto


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dell’organizzazione tant’è che quando l’informazione venne prodotta in sede processuale suscitò


lo stupore di altri imputati“.


Il terzo è stato rivelato da Gustavo Selva: dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro “nel


luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese, Aurelio Aquino, e trovato in possesso di


molte banconote segnate dalla polizia perché parte del riscatto del sequestro Costa operato


dalle Br” .


E’ ovvio che con quei soldi le Br potrebbero aver pagato alla ‘ndrangheta qualche partita di armi,


però anche il “prestito” di un killer professionista.


Il forte sospetto rimane dunque intatto.


Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l’appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte


fra le sue carte, per altro abbondantemente saccheggiate da altre “manine”:


Come avviene il contatto Mafia-Br-Cia-Kgb-Mafia. I capi Br risiedono in Calabria. Il capo che


ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B.R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis.


univ. Cosenza”.


Anche volendo considerare tutto questo una mera illazione, si può comunque, in questo caso,


concordare con Francesco Biscione che considera come l’appunto si riferisce ad un’ipotesi


ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l’esistenza in Calabria di un terminale decisivo,


sebbene di incerta definizione, dell’intera operazione del sequestro Moro. In questo modo trova


una logica spiegazione la probabile presenza in via Fani di un killer di “alta professionalità”, un


professionista che il pentito calabrese Saverio Morabito ha indicato in Antonio Nirta, detto “due


nasi” per la sua capacità di usare la lupara, anche se alcune testimonianze più recenti puntano


invece il dito contro Agostino De Vuono, anch’egli calabrese ed esperto tiratore.


Le teorie e le supposizioni sul nome del Killer lasciano però il tempo che trovano di fronte ai


fatti: quella mattina del 16 Marzo 1978 le Brigate rosse vennero aiutate, e da più parti, a


compiere un’azione forse troppo più grande delle loro capacità. Ed anche Alberto Franceschini


non ha troppi dubbi in merito. Ultima particolarità da annotare riguardo alla tragica giornata del


16 Marzo 1978 è una deposizione di Nara Lazzarini, segretaria di Licio Gelli, fatta nel 1985 al


processo Pazienza-Musumeci; la Lazzarini ha ricordato infatti che la mattina della strage di Via


Fani il Gran Maestro della P2 ricevette la visita di due persone all’Hotel Excelsior di Roma, e


durante il colloquio a Gelli sfuggirono le seguenti parole: “Il più è fatto“. La cosa di per se può


non voler dire nulla, è però una testimonianza attendibile e come tale la riporto.