GLI INTERROGATIVI DEL CASO MORO (I° PARTE)

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Gli interrogativi del caso Moro


Il culmine delle “stranezze” inerenti le Brigate rosse lo ritroviamo nel rapimento dell’On. Moro.


I 55 drammatici giorni del sequestro dello statista DC furono segnati fin dall’inizio da una serie


incredibile di “coincidenze”.


Gli accadimenti del 16 marzo 1978


Iniziamo col dire che quella mattina del 16 Marzo 1978, subito dopo l’attacco del commando e la


strage, il trasbordo del presidente DC – secondo la testimonianza diretta di un’involontaria


spettatrice dell’accaduto – avvenne piuttosto lentamente, una calma quasi surreale visto ciò che


era appena accaduto. Intanto al numero 109 di Via Fani, un altro fortuito spettatore – Gherardo


Nucci – scatta dal balcone di casa una dozzina di foto della scena della strage a pochi secondi


dalla fuga del commando; dopo i primi scatti il Nucci sente il rumore delle sirene e vede arrivare


sul posto un auto della polizia seguita poi da altre . Di quelle foto, consegnate quasi subito alla


magistratura inquirente dalla moglie, una giornalista dell’agenzia ASCA, non si saprà più nulla;


qualche “manina” le ha fatte sparire. A tale proposito c’è da sottolineare come quelle foto, che


evidentemente avevano immortalato qualcosa (o meglio qualcuno) di importante, furono al


centro di strani interessamenti da parte di un certo tipo di malavita, la ‘ndrangheta calabrese, di


cui avremo modo di parlare in seguito e che ad una prima analisi sembrerebbe un’intrusione


completamente fuori luogo, trattandosi di terrorismo di sinistra, dunque politico. Ecco, ad


esempio, uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio di Sereno


Freato, nel caso specifico egli stava parlando con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di


tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro:


Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo.


Freato: Si, si, capiamo.


Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo.


Freato: Quelle del posto, lì?


Cazora: Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perché uno stia proprio lì, mi è stato


comunicato da giù.


Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove


Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto


quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro.


Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso.


Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare?


Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire.


Cazora: Dire al ministro.


Freato: Saran tante!


Traspare la preoccupazione di certi ambienti malavitosi calabresi, le foto scattate dalla terrazza di


casa Nucci avrebbero potuto portare gli inquirenti su di un sentiero piuttosto pericoloso sia per la


persona loro cara, sia per la precisa ricomposizione dello scenario di quella tragica mattina.


Compiuta la strage e sequestrato Moro i terroristi riuscirono a dileguarsi grazie ad una


sorprendente coincidenza: una volante della polizia stazionava come ogni mattina in Via Bitossi


nei pressi del giudice Walter Celentano, luogo dove stavano per sopraggiungere le auto dei


brigatisti in fuga; proprio qualche istante prima dell’arrivo dei brigatisti, un ordine-allarme del


COT (centro operativo telecomunicazioni) fece muovere la pattuglia. In via Bitossi era


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parcheggiato il furgone con la cassa di legno sulla quale sarebbe stato fatto salire Moro. Un


tempismo perfetto. I brigatisti avevano la certezza che quella volante si sarebbe spostata?


L’unica certezza cui possiamo fare appello per questa circostanza è che tra i reperti sequestrati a


Morucci dopo il suo arresto verrà trovato un appunto recante il numero di telefono del


commissario capo Antonio Esposito (affiliato alla P2), in servizio guarda caso proprio la mattina


del rapimento. Secondo il racconto degli esecutori, il commando brigatista, una volta effettuato


un cambio di auto nella già citata Via Bitossi, con il sequestrato chiuso in una cassa contenuta in


un furgone guidato da Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era Morucci, fa perdere le


proprie tracce. Per portare a termine il sequestro del più importante uomo politico italiano, e


fronteggiare eventuali posti di blocco, le Br fecero uso solamente di due auto, veramente strano


se si considera che per rapire Valeriano Gancia le stesse Br ne avevano usate tre.


Sul numero dei brigatisti presenti sono illuminanti le deduzioni di Alberto Franceschini:


…per il sequestro Sossi, che era abbastanza facile da compiere, nel senso che era una persona


che si muoveva senza scorta, il rapimento fu effettuato di sera in una viuzza. Semmai, si


presentavano problemi per la via di fuga, ma non tanto per la presa del soggetto. Comunque,


per compiere questa operazione, noi eravamo diciotto persone, stando anche a ciò che dice


Bonavita nella sua ricostruzione. Quindi, mi sembra assolutamente improponibile che


un’operazione militare complessa come quella di via Fani sia stata compiuta da solo da dodici


persone“.


I dubbi si fanno insistenti se si pensa che, sempre secondo il racconto fatto dai terroristi, il


trasbordo dell’On. Moro sul furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via Montalcini


avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una delle più trafficate e per giunta piena zeppa di


esercizi commerciali a quell’ora già aperti, mentre il furgone che doveva ospitare il rapito (e del


quale, al contrario delle altre auto usate, non verrà mai ritrovata traccia) era stato lasciato privo di


custodia, in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in doppia fila, le Br avrebbero


compromesso tutta l’operazione.


Adriana Faranda in merito a questo particolare – anche di fronte alla Commissione stragi – ha


risposto che in caso di contrattempi di questo tipo Moretti avrebbe portato il prigioniero alla


prigione del popolo con l’auto che aveva in quel momento, un’affermazione alla quale non mi


sento di credere visto l’inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e considerando anche che,


come hanno invece dimostrato, essi non erano affatto degli sprovveduti.


Poco dopo la strage un tempestivo black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in tutta la


zona tra via Fani e via Stresa, impedendo così le prime fondamentali chiamate di allarme e


coprendo di fatto la fuga delle Br. Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni de Matteo –


ma anche per gli stessi brigatisti – l’interruzione venne provocata volontariamente, tutto il


contrario di quanto sostenuto dall’allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al “sovraccarico


nelle comunicazioni”. Su questo punto i brigatisti hanno affermato che il merito di tale


interruzione era da attribuirsi a dei “compagni” che lavoravano all’interno della compagnia


telefonica. Però coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle 16:45) la struttura della


SIP che era collegata al servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in stato di allarme,


proprio come doveva accadere in situazioni di emergenza quali crisi nazionali internazionali,


eventi bellici e…atti di terrorismo. Una strana premonizione visto che era giusto il giorno prima


del rapimento di Moro.


Le borse del presidente


Un mistero inerente al giorno del rapimento riguarda poi la sparizione di alcune delle borse di


Moro. Secondo la testimonianza di Eleonora Moro, moglie del defunto presidente, il marito


usciva abitualmente di casa portando con se cinque borse: una contenente documenti riservati,


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