Il Cilento nel fuoco tra paura e solidarietà

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Il Villaggio turistico si chiama Parco Valleverde, ma di verde in quella valle non c’è più niente. Il fuoco di mercoledì scorso ha distrutto uno degli angoli più suggestivi del Cilento, l’ansa che, superato l’abitato di Case del Conte, volge verso le Ripe Rosse e Agnone, nel comune di Montecorice. Macchia mediterranea ancora poco antropizzata è vanto del Parco Nazionale del Cilento e della Campania. Non si può proseguire sulla strada che va ad Acciaroli perché gli agenti del Corpo Forestale stanno monitorando la zona per circoscrivere caduta di massi e di alberi. Increduli sono i turisti del parco Valleverde. Già, perché il villaggio, pur circondato dalle fiamme, è rimasto indenne e tutti sono riusciti a mettersi in salvo. “Dal mattino al tardo pomeriggio abbiamo vissuto momenti di panico. Soltanto in tarda serata siamo rientrati in casa” ci raccontano, ancora visibilmente provati, alcuni vacanzieri. “La tettoia del terrazzino d’ingresso della nostra casa è stata colpita da un tizzone portato dal violento vento di scirocco. Ci è sembrata una meteora, poi si è infuocato tutto” aggiungono altri. Poco più in là del villaggio turistico, nel centro urbano, la gente ancora racconta e si racconta, perché la paura è stata grande. “Il fuoco non aveva mai raggiunto le case, non aveva mai oltrepassato la strada, nemmeno negli anni scorsi” dicono in molti. “Abbiamo tutti sottovalutato l’entità dell’incendio, anzi degli incendi – precisa un giovane torinese di origini cilentane – e per questo ci siamo attardati ad abbandonare le abitazioni, nonostante l’ordine di evacuazione degli uomini del Corpo forestale”. Poi, mostrando sconsolato quel che resta della sua Tempra, aggiunge “Quando ci siamo accorti che il fuoco aveva raggiunto la strada, era tardi per rimuovere la vettura che è andata in fiamme in pochi minuti. E pensare che a giorni avremmo dovuto rientrare a Torino proprio con quest’auto”. Una villeggiante di Napoli grida tutta la sua rabbia perché all’ordine di evacuazione non è stato indicato un luogo nel quale ricoverarsi e perché Forestale, Vigili del fuoco e Protezione civile, pur allertati dal giorno precedente, sono giunti lì molto tardi. Qualcun altro, più sereno, le fa notare che il momento era convulso, che il fuoco arrivava dal cielo e che, in effetti, non c’era alcun posto sicuro perché Case del Conte era chiusa in un cerchio di fuoco e di fumo. Un residente sorride amaramente nel ricordare che è stato loro chiesto di contribuire allo spegnimento dell’incendio con mezzi propri, secchi, pompe e quant’altro ma, conclude “I vigili del fuoco non hanno fatto i conti con l’atavico problema cilentano, il razionamento dell’acqua: solo le abitazioni provviste di serbatoio ne dispongono tutto il giorno e sono poche!” Nel porto di San Marco, poi, si è scatenata una straordinaria gara di solidarietà tra tutti i possessori di barche che hanno lasciato libero il molo per consentire l’approvvigionamento di acqua. Inoltre, le pompe usate per il lavaggio delle imbarcazioni sono state unite fino a formare un lungo nastro per poter raggiungere l’Hotel L’Approdo già lambito dalle fiamme. Nella piana del Cenito erano al lavoro tutti, anche i ragazzi. “Abbiamo usato i trattori per portare acqua ai vigneti perché quella disponibile era insufficiente – sostiene un giovane del luogo – finanche quella del canadair. Il vento era insostenibile e rendeva tutto inumano”. Anche tra il popolo vacanziero delle spiagge limitrofe, alla vista del canadair che si posava sulla superficie del mare per poi volare dritto verso l’inferno, si è diffusa ben presto la percezione del pericolo imminente. “Abbiamo capito che stava accadendo qualcosa di terribile perché la zona alle nostre spalle era inghiottita da una coltre di fumo densissima. Abbiamo abbandonato Santa Maria per raggiungere la zona e renderci utili”. Sono solo alcune delle tante storie che la gente ha voglia di narrare per esorcizzare il terrore. E lo scenario che si presenta il giorno dopo stringe davvero il cuore. Da San Marco di Castellabate ad Ogliastro a Case del Conte le colline sono nere, ancora fumanti, nonostante l’acqua dei canadair e la sottile pioggia, generosa del mattino. “Questa pianta di ulivo era qui quando sono nato – ci dice un anziano di Montecorice, indicando un albero carbonizzato – non credevo di sopravviverle”.