Greenpeace in difesa dei tonni da Procida arriva in Costiera Amalfitana

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Napoli. Questa mattina il veliero di Greenpeace è arrivato in Costiera Amalfitana a Maiori e c’è da scommettere che intende ripetere l’attacco alle gabbie dei tonni fatto a Procida con quelle di Cetara già oggetto di un convegno a febbraio. C’è chi ha preso il largo in canoa, una signora ha fatto la traversata a nuoto, gli altri a bordo di gozzi, gommoni e motoscafi, dai quali sventolava la bandiera della pace. E’ stato un corteo marittimo in piena regola, quello di ieri a Procida, in occasione della visita del Rainbow Warrior, il veliero di Greenpeace. Una sfilata per chiedere al Comune di Procida di revocare la concessione alla «Akua International », società italoturca che ha messo 5.000 tonni all’ingrasso in due reti a 200 metri circa dalla costa rocciosa della baia del Carbonchio. I manifestanti hanno raggiunto a metà mattinata le gabbie dei tonni, sorvegliati a vista da tre motovedette della Guardia costiera. Pochi attimi di attesa, poi i militanti di Greenpeace sono stati invitati a bordo dallo stesso equipaggio della Akua.
Accordo concluso, i sommozzatori si sono avvicinati ai galleggianti in polietilene, a bordo dei gommoni, e sono spariti a 30 metri di profondità, tra i 5.000 tonni. Quaranta minuti più tardi sono emersi ed hanno raccontato quel che hanno visto. «Alcuni pesci erano feriti e piuttosto malconci — riferisce Alessandro Giannì, responsabile per i guerrieri dell’arcobaleno della campagna mare — e l’acqua appariva un po’ torbida. E’ presto per valutare eventuali danni all’ambiente prodotti dall’allevamento. Questi si verificano nel tempo. A Castellammare del Golfo, Vibo Valentia, Corigliano Calabro, per citare solo alcuni casi italiani, i danni sono stati piuttosto evidenti».
Impatto locale a parte, Giannì ribadisce: «A questi ritmi di pesca del tonno rosso 55.000 tonnellate all’anno – la specie è destinata ad estinguersi in pochi anni. Siamo ben oltre quota 15.000 tonnellate suggerita dall’Istituto per la conservazione del tonno atlantico. Impianti come quello procidano contribuiscono perciò alla rovina degli stessi pescatori». Akua gestisce attualmente al Carbonchio 26.400 metri quadrati di specchio d’acqua, grazie ad una concessione che fu rilasciata nel 2001 dal Comune di Procida alla cooperativa «Il Cigno Verde» di Franco Di Liello. Quest’ultimo, un paio di anni fa, ha poi stipulato l’accordo con la società turca. «Quella concessione — protestavano ieri non pochi manifestanti — affida ad Akua un tratto di mare di poco superiore ai due ettari e mezzo». Non indicano una cifra a caso, tutt’altro. Il decreto del Presidente della Repubblica del 12 aprile 1996 stabilisce infatti, che gli impianti di itticoltura siano assoggettati alla valutazione di impatto ambientale, qualora eccedano la dimensione di 5 ettari. Aggiunge poi che tale valutazione è indispensabile anche per impianti superiori ai due ettari e mezzo – quello di Akua lo è – qualora ricadano all’interno di arre naturali protette. «E’ il caso della baia del Carbonchio», sostiene Carla Cassese, tra le promotrici della manifestazione di ieri. Aggiunge: «Un sito di importanza comunitaria, una zona a protezione speciale, ma pure settore B dell’istituita, anche se non ancora attuata, area marina Regno di Nettuno».
Quella valutazione d’impatto, però, non è stata mai effettuata dalla Regione Campania, recrimina chi non ama l’allevamento del Carbonchio. Tra questi non c’è Nicola Pellecchia, che coordina alcune associazioni di pescatori ed ha invece sposato con convinzione la causa dei turchi: «Sono professionali e garantiranno lavoro, sia direttamente nella gestione dell’impianto, sia indirettamente, perché comprano le sarde e le acciughe per nutrire i tonni». Pellecchia non teme che le gabbie con i 5.000 tonni possano danneggiare l’ecosistema del Carbonchio: «Questa è un’area di forti correnti. Piuttosto, mi preoccuperei delle tante abitazioni abusive a punta Solchiaro, che affaccia nella baia. Hanno distrutto il verde e scaricano a mare acque luride». Una storia, quest’ultima, in cui i turchi c’entrano poco ed i tonni ancor meno.


(da Fabrizio Geremicca Corriere del Mezzogiorno)