PADRE PAPARESTA: MOGGI VOLEVA ´ADDOLCIRE´ MIO FIGLIO

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NAPOLI – “Per quanto riguarda l’interesse coltivato da Luciano Moggi, devo essere sincero e dire che compresi abbastanza bene che il dirigente Juve aveva un suo interesse ad avviare un rapporto personale con me, non tanto per la mia persona, ma perché questo poteva risultare utile per superare i problemi creati dalla presenza di un arbitro come mio figlio che Moggi, evidentemente, riteneva ostile alla Juve o comunque non allineato”. A parlare, durante l’interrogatorio in qualità di teste del 7 giugno scorso davanti ai pm di Napoli Beatrice e Narducci, è Romeo Paparesta, ex direttore di gara e padre di Gianluca Paparesta, arbitro coinvolto nell’inchiesta su calciopoli. Il testimone conferma quanto dichiarato dall’arbitro e cioé che tre schede “sim” svizzere, con relativi telefonini, fornite da Moggi erano nella sua disponibilità e non in quella di Gianluca Paparesta, come invece ipotizzato dall’accusa. E spiega di essere entrato in contatto con l’ex dg della Juve per ottenere un incarico, magari come designatore arbitrale delle categorie minori. Ma ritiene, tuttavia, che da parte di Moggi le intenzioni erano di “ammorbidire” il figlio nei confronti della Juve.

“Voglio in altri termine dire – spiega Paparesta senior – che non mi fu detto in modo chiaro ed esplicito che l’intento era quello di far ammorbidire Gianluca, ma io ritengo di aver compreso, dal tenore della conversazione che ho avuto e poi da altri segnali che si sono registrati nel periodo successivo, che questo in ultima analisi era l’obiettivo di Luciano Moggi”. Romeo Paparesta racconta che fu il suo amico Tullio Lanese, ex presidente dell’Aia, a dirgli “che c’era in circolazione una sola persona che poteva aiutarmi in concreto a diventare designatore: questa persona era Luciano Moggi che, secondo Lanese, aveva influenza sullo stesso Carraro e più in generale esercitava un notevole potere nel mondo calcistico”. Il testimone riferisce che Lanese gli propose di far visita a Moggi a Torino, incontro è avvenuto il 7 maggio 2004. “Io e Lanese abbiamo fatto un volo da Roma a Torino: ritenevo che l’incontro sarebbe avvenuto a casa di Moggi o comunque in un luogo riservato e restai sorpreso, invece, allorché col taxi dall’aeroporto ci recammo presso la sede della Juve”. Poi parla di una telefonata nel settembre 2004 quando Moggi lo avrebbe invitato a casa sua a Napoli.

“Mi recai in via Patrarca dove vi era Moggi in compagnia di una persona che non conoscevo e di cui non avevo sentito parlare fino a quel momento. Si trattava di Angelo Fabiani (anch’egli indagato nell’inchiesta, ndr) che poi appresi essere il direttore sportivo del Messina e che Moggi mi presentò come persona di sua fiducia e molto vicina a lui. Discutemmo di varie cose del mondo del calcio e ricordo che, fra l’altro, Moggi fece un riferimento all’arbitraggio che mio figlio aveva fatto nella finale di Coppa Italia Juve-Lazio e disse che Gianluca li aveva penalizzati. Io replicai a Moggi dicendo che, secondo me, mio figlio cercava di fare l’arbitro nel miglior modo possibile e che certamente non andava in campo per colpire questa o quella squadra o aiutare altre compagini. Certo è che le parole di Moggi lasciavano trasparire il fatto che mio figlio Gianluca non era proprio benvoluto dalla dirigenza juventina, anche se non mi venne detto esplicitamente che c’era avversione i risentimento nei suoi confronti”. “Moggi – ricorda ancora Romeo Paparesta – sembrava particolarmente ossessionato dal fatto che, a suo dire, esisteva una cupola calcistica diretta e organizzata dalle squadre milanesi e romane e che quindi la Juve doveva difendersi rispetto a questo sistema che lo danneggiava”. Quando si fece riferimento alla eventualità di un incarico di designatore Moggi disse “che non era una idea cattiva e che magari potevo tornare utile a quel discorso che lui faceva circa il fatto che bisognava tutelare gli interessi della Juve rispetto al potere esercitato da milanesi e romane”. “Ad un certo punto – aggiunge – Moggi disse che avremmo quindi potuto avviare un discorso e che lui avrebbe avuto piacere a ascoltare le mie osservazioni circa l’andamento e l’arbitraggio di quelle partite di serie A che più stavano a cuore a lui”. Poi Moggi “tirò fuori e mi consegnò un apparecchio Nokia, in tutto simile al mio cellulare, e mi disse che potevo tranquillamente utilizzare questo telefono per avviare e mantenere colloqui telefonici con lui e con Angelo Fabiani, poiché Moggi aggiunse che parlare con Fabiani era come parlare con lui”. “Rammento che sulla rubrica di questo apparecchio Nokia – ha aggiunto – erano memorizzati solo due nomi, ovvero Luciano e Angelo, e ciascuno di questi due nomi corrispondeva a due utenze: dunque Luciano 1 e 2 e Angelo 1 e 2; non c’erano altri nomi o voci memorizzate nella rubrica”. I pm hanno contestato che “appare sproporzionata la consegna di un cellulare rispetto alla attività che si sarebbe solo tradotta in una consulenza sull’arbitraggio di alcune partite”.

“Da parte mia – continua Romeo Paparesta – c’era l’interesse a coltivare un rapporto che io ritenevo potesse aiutarmi ad ottenere quella designazione arbitrale a cui aspiravo”. Dice poi che fu lui a contattare col cellulare Moggi e a metterlo in contatto con il figlio dopo la famosa vicende del “sequestro” nello spogliatoio di Reggio Calabria. E accenna a altri due telefoni


ni consegnatigli di Moggi. Il 15 maggio 2005 all’Hotel Hilton, durante l’assemblea che determinò l’elezione di Carraro a presidente federale: “Incontrai Moggi che mi invitò ad andare con lui nella sua auto, nel parcheggio dell’hotel, e lì mi disse che avevano cambiato i numeri dei telefoni e mi consegnò un secondo apparecchio contenente un’altra scheda, ancora con Luciano 1 e 2 e Angelo 1 e 2”. Racconta poi di un terzo telefono e una terza scheda: “Poi, più o meno nel giugno 2005, ho di nuovo incontrato Moggi nella sua abitazione di via Petrarca. Credo di ricordare che Fabiani non era presente”.
























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