VELTRONI LEGA PD A GOVERNO PRODI, SI VOTA NEL 2011

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ROMA – Irremovibile sui tempi del voto e nel legare a doppio filo la vita del governo al successo del Pd: “Si vota nel 2011, se Prodi è in difficoltà, il Pd è compromesso”. Ma Walter Veltroni, 48 ore dopo il discorso del Lingotto, è più che mai in campo per rinnovare la politica e riportarla alla civiltà del confronto.

“Questo paese ha la testa rivolta al passato e, se non cambia, rischia di trasformarsi in una statua di sale”, avvisa il futuro leader del Pd, ricorrendo al mito biblico di Lot. I maggiorenti del Partito Democratico discutono su liste e candidature. Ma Veltroni non se ne cura e tira dritto in quella che sembra la sua duplice missione: dare garanzie a Prodi sul suo sostegno al governo e lavorare “anche unilateralmente” per abbassare i toni della politica nella speranza che “si possa essere avversari e non nemici e si possano cercare accordi come avviene nei grandi paesi dove maggioranza e opposizione si sentono quando sono in ballo le grandi questioni”.

Nessuna voglia di inciucio, ma il sindaco di Roma lavora, forte anche del sostegno dell’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, per un bipolarismo mite. Ed è il primo a dare l’esempio rendendo, in una lunga intervista a Tv7, l’onore delle armi a Berlusconi. “Ha fatto cose sbagliate ma anche giuste, come la legge sul risparmio, quella sulla sicurezza”, riconosce Veltroni che apprezza anche il fatto che il Cavaliere, appoggiando Fini nella corsa al Campidoglio del 1993, sdoganò la futura Alleanza Nazionale. Avversari e non nemici, per ora, poi chissà anche sfidanti per la poltrona di Palazzo Chigi: “Noi sceglieremo il candidato con le primarie, mentre nella Cdl non mi sembra che Berlusconi abbia molta intenzione di cedere”.

E davanti a chi lo accusa, dopo il Manifesto di Torino, di offrire ricette generiche ai mali dell’Italia, il sindaco di Roma detta la sua agenda contro l’immobilismo: riforma elettorale per far durare un governo 5 anni, riforma della politica e questione sociale. “Non sono presidenzialista – precisa rispondendo al politologo Giovanni Sartori – ma ci vuole una cultura dei contrappesi: un governo forte chiede un Parlamento forte”, sostiene invocando la forza istituzionale dei capi di governo occidentali, in Usa come in Francia, non paragonabile ai poteri del premier in Italia.

E, siccome tutto si lega, dalla legge elettorale Veltroni fa dipendere le future alleanze. Alla domanda se un domani la sinistra radicale sarà buttata a mare dai riformisti del Pd, il sindaco di Roma non esclude alcuna ipotesi: “Oggi c’é una maggioranza di governo prodotta da questa legge elettorale. Le coalizioni si formano in base agli assetti istituzionali. Domani se la legge elettorale consente ai cittadini di scegliere coalizioni omogenee, si potrà vedere”. Anche perché gli steccati ideologici e identitari del passato non esistono più per i cittadini, “c’é una grande mobilità elettorale, oggi si valuta la proposta politica”. Come un filo rosso, il ragionamento veltroniano riporta così al punto di partenza: il successo del Pd. “La sua possibilità di espansione elettorale è molto grande, io parlo di ambizione maggioritaria, poi non so se riusciremo ad arrivare al 51%”, è il traguardo del sindaco-leader, appena partito ma già in piena corsa.





















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