Piano di Sorrento al Delle Rose successo di Gleijses con Io l´Erede

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Autore: Eduardo De Filippo
Regia: Andrée Ruth Shammah
Compagnia/Produzione: Produzione Teatro Franco Parenti
Cast: Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Leopoldo Mastelloni


Descrizione


Io, l’erede è una commedia che pur prendendo spunto da un ‘fatterello’ autobiografico accaduto allo stesso Eduardo, tratta, in realtà, cruciali tematiche universali. Come non riconoscere, infatti, nella famiglia Selciano, lo stesso atteggiamento che accomuna tutti paesi ricchi del mondo nei confronti di quelli più poveri, un tempo noto come colonialismo?  O i borghesi verso il loro falso buonismo che non è altro una manifestazione di potere? Il vero bene è quello che fa Ludovico che fa prendere coscienza alla “beneficiata” che si libera della sua condizione di soggezione per poter vivere la sua vita pienamente. Nella sua lettura Andrée Ruth Shammah sviluppa la vicenda accentuando i lati comici di un esplosivo (rischioso) divertimento. Lo spettacolo è stato un crescendo, dal primo atto, lento, per il pubblico di Piano (“E’ per spettatori di grana fina –dice Gleijses-, ci vuole un pubblico più avvezzo per poter compenetrare la costruzione delle dinamiche psicologiche del personaggio:”), al secondo, che ha visto un mirabile Gleijses far presa su un pubblico entusiasta trasfigurarsi in perfetti “silenzi” di straordinaria reminiscenza eduardiana. Momenti di pura recitazione indimenticabili che, con altre opere, va merito ai titolari del Delle Rose aver portato in Penisola Sorrentina. Da apprezzare e valorizzare il loro lavoro in uno stabile che, sia strutturalmente, sia sociologicamente, rimane in parte antiquata di provincia, ma le scelte teatrali sono fra le migliori in campo nazionale e quella di ieri era una questa.


Ciò che emerge è lo spietato ritratto di un’umanità perduta, marcia dalle fondamenta. Nascosto dietro la nobile facciata della carità cristiana, si cela un perverso desiderio di possedere l’altro, di legarlo a sé attraverso una riconoscenza esteriore in cui rispecchiarsi per sentirsi migliore. Il fatto stesso, poi, che, dopo vari rimaneggiamenti, la versione definitiva della commedia sia in italiano, le conferisce la solennità e la grandezza di un vero e proprio classico del teatro contemporaneo, distaccandosi dalle peculiarità della tradizione partenopea. Eppure, nonostante tutto, rimane una commedia poco frequentata, tanto a suo tempo dalla compagnia dei fratelli De Filippo (nel 1942 fu, infatti, accantonata dopo sole quattro repliche, a causa di dissapori tra Eduardo e Peppino), quanto, in seguito, dagli altri. La regista Andrèe Ruth Shammah sembrerebbe rappresentare un’eccezione. A distanza di nove anni torna a cimentarsi con questo testo, proponendocene una versione con cui, senza tralasciare l’aspetto più comico, riesce a penetrare il senso più profondo dell’opera, che, partendo dalla riflessione sulla natura di un uomo meschino, piccolo e mediocre, ne ricrea una vivida immagine, in tutta la sua alienazione e assurdità.


La commedia, Io, L’erede è ispirata a un “fatterello” autobiografico – che Eduardo scrisse in napoletano nel 1942 e riscrisse “in lingua” nel 1968, si apre sulla commemorazione funebre di Prospero Ribera. I Selciano, tra loro il capofamiglia, l’avvocato Amedeo, sono riuniti per ricordare il caro estinto: per ben trentasette anni, infatti, il Ribera, grazie alla generosità del vecchio Selciano, ha vissuto come ospite fisso della famiglia, da sempre impegnata in opere di beneficenza. Improvvisamente bussa alla porta il figlio di Prospero, Ludovico, il quale reclama per sé il posto del padre. Nonostante un certo sconcerto e imbarazzo, nessuno dei Selciano riesce a contrapporre validi argomenti alle motivazioni addotte con forza da Ludovico.
Dal paradosso iniziale si passa così alla vita quotidiana, che non manca di riservare sorprese al povero ospite: sarà veramente solo il buon cuore ad aver spinto la famiglia Selciano ad accogliere il padre in casa propria?
La regista mette in
moto un meccanismo di fatti e personaggi di aspra buffoneria, portando in primo piano la figura di Ludovico Ribera che, con la coerenza del suo comportamento, smaschera il “buonismo” ipocrita di cui i Selciano sono emblema.
In una splendida e minimale scenografia bianca, abbagliante, perchè la luce riflessa dai benefattori possa risultare accecante anche per gli spettatori, si muovono dei personaggi grotteschi, fuori da ogni tempo. Gli attori sono tutti straordinari e, oltre ai protagonisti, Geppy Gleijses, un Ludovico dalla lucida e per questo inquietante dialettica, e Leopoldo Mastelloni, che nei panni della zia Dorotea si dimostra convincente ed ineccepibile, senza mai cadere nel farsesco, spiccano per loro forza interpretativa Gabriella Franchini e Umberto Bellissimo, capaci di rendere benissimo l’ambivalente natura dei loro personaggi, i coniugi Selciano, al contempo fragili e spietati, vittime e carnefici. Tanti e calorosi i meritati applausi.