Positano, ecco perchè è stato ucciso Mattias

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ANTONELLA BARONE Dopo tre mesi dall’efferato omicidio ha finalmente un nome l’assassino di Mattias Romano, il ragazzo di 17 anni, trovato con il cranio fracassato in una piazzola nei pressi di Positano. Ma l’orrore non ha ancora fine, infatti ad ucciderlo in quella maniera così violenta è stato il patrigno, Roberto Vacca, che ieri mattina si è costituito. Ha scritto una lettera alla moglie, poi ha telefonato al sostituto procuratore Maria Carmela Polito, titolare dell’inchiesta, chiedendo di poterla incontrare. In realtà l’uomo, che da tempo era controllato e continuamente interrogato dagli inquirenti, era stato convocato per essere sentito ancora una volta proprio per stamattina. E così ha giocato d’anticipo e ha confessato quell’atroce delitto, in un lungo racconto, a tratti interrotto dal pianto, nella caserma dei carabinieri di via Mauri, dinanzi al pm Polito e al capitano Enrico Calandro, che ha svolto le indagini. A conclusione della confessione il magistrato ha disposto il fermo di Roberto Vacca perchè indiziato di reato e l’uomo è stato trasferito nel carcere di Fuorni, dove stamattina dovrà rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari Gaetano Sgroia, a cui spetta decidere se convalidare il fermo. La pesante accusa di omicidio volontario per futili motivi è aggravata dalla premeditazione, che gli è stata contestata, anche se quella confessione sembra non sia in grado di fare piena luce su quell’efferato delitto. Probabilmente resta ancora qualche ombra sul movente. Perchè? Quale motivo ha armato la mano di quell’uomo, che aveva fatto da padre a Mattias da quando il bambino aveva cinque anni? A queste domande ha risposto Roberto Vacca, raccontando la sua la verità. Sarebbe stata l’esasperazione per le continue fughe del ragazzo da casa ad aver portato l’uomo a ucciderlo, dopo l’ennesima fuga anche dalla Quiete, la casa di cura dove i genitori lo avevano ricoverato per fargli curare la depressione che gli era stata diagnosticata. È questa in sintesi la motivazione raccontata dall’uomo ai magistrati e così poi ha spiegato nei dettagli che quella sera, dopo aver ritrovato Mattias, fuggito dalla Quiete, nei pressi del bar, che solitamente frequentava con gli amici, lo avrebbe fatto salire in macchina e poi si sarebbe diretto verso la Costiera amalfitana con il proposito di ucciderlo. Sempre secondo la sua confessione durante tutto il percorso non avrebbe scambiato neppure una parola con ragazzo, che si sarebbe disteso sul sedile posteriore, in quanto era un po’ brillo. Poi arrivato dopo Positano in una piazzola, dove in genere si appartano le coppie, si sarebbe fermato e dopo aver tirato il giovane in parte fuori dall’auto lo avrebbe colpito alla testa con una «mazzola», uno strumento che utilizzava quando nel tempo libero dall’attuale lavoro di tipografo, svolgeva l’attività di idraulico. Gli avrebbe sferrato un primo colpo, ma poi il ragazzo si sarebbe rialzato barcollando, lo averebbe quindi sbattuto prima contro la ringhiera, su cui i carabinieri avevano già trovato un frammento di sopracciglio, poi lo avrebbe colpito nuovamente con furia fino a fracassargli completamente il cranio, gettando la «mazzola» oltre la ringhiera. Rimessosi in macchina un po’ più avanti si sarebbe cambiato, in particolare il pantalone, sporco di sangue, indossandone un altro che usava per il lavoro. E sarebbe tornato a notte fonda a casa, dove la moglie lo aspettava, raccontandole che aveva girato inutilmente alla ricerca di Mattias.


Il Mattino