Opinioni sul concorso Marchio Italia

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LO STRABISMO DEI CONCORSI
Massimo Pitis


Cari soci Aiap,
avevo deciso di non prendere posizione pubblicamente sul logo italia.it.
Lo avevo fatto pensando che presentare una posizione critica rispetto ad un prodotto della agenzia della quale sono stato Direttore Creativo per ben due volte e dalla quale per due volte mi sono dimesso poteva sembrare scontato. Mi accorgo che non lo è. Tanto che c’è chi crede che io sia coinvolto in questa operazione. Scrivo anche per dire che non lo sono. Non entro quindi troppo nel merito del design, che si commenta da solo.
Voglio spendere invece due parole sul Concorso, perché mi è stato chiesto, in quanto Presidente del Beda, Bureau of European design Associations.
Lo scorso anno, con il Beda, abbiamo affrontato su diversi fronti il tema delle gare sul design, come nel caso del Marchio celebrativo per i 50 anni del Trattato di Roma.
Al di là dei casi singoli, quello che rimane è l’impressione del totale strabismo con cui vengono condotti questi processi. Eppure basterebbe poco. Esistono Associazioni nazionali a cui chiedere consulenza. Esiste il codice per i concorsi scritto dall’Icograda (pubblico, breve, e rintracciabile sul loro sito) che è un’ottima guida per chi voglia organizzarne uno.
Si può reagire a tutto questo con un senso di frustrazione oppure cercando, in un dialogo con le Istituzioni che so, dopo cinque anni di lavoro al Beda, essere difficile ma non impossibile, di cambiare questi meccanismi. Non sarà facile, ma c’è un’altra strada?
Pensiamo di poter impedire ad agenzie più o meno importanti di proporre soluzioni discutibili o dobbiamo invece chiedere che si impongano sistemi diversi per giudicarli?
A me preoccupa che una Giuria abbia creduto quel marchio vincente non che dentro un’agenzia qualcuno l’abbia considerato degno di vincere.
Un’altra buona occasione per lavorare con l’Aiap e le associazioni di design, per fare impegnarci nelle Scuole, per diffondere idee differenti.
Proporrei ora una pausa alle parole ed una più sana proposta di azioni concrete. Come iscriversi e partecipare alle iniziative Aiap perchè la voce dell’Aiap sia sempre più forte.
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Giuseppe Giulietti
su:
Articolo21
Articolo21 riceve e pubblica questo intervento sulla polemica relativa al portale Italia.
“In mezzo a tante gente che urla e strepita – afferma Giuseppe Giulietti – ci piacerebbe che qualcuno ascoltasse le riflessioni pacate ma molto precise dell’associazione dei grafici, sottoscritte da migliaia di soggetti. Noi ci permetteremo di trasmettere queste osservazioni ai soggetti competenti dal momento che i grafici sopracitati non rappresentano egoismi individuali e corporativi ma hanno a cuore l’immagine dell’Italia nel mondo. E forse – conclude Giulietti – sarebbe opportuno promuovere un incontro tra le istituzioni e l’associazione che raggruppa tali professionisti.”
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IL RELATIVO DISTACCO
Leonardo Sonnoli
AGI International executive commitee


La mia posizione personale riguardo questa faccenda è di relativo distacco. La discussione sta su due piani che, come hai ricordato tu, in questi giorni si stanno mescolando sui blog con accenti di stupidità varia.
Un piano è il risultato grafico-estetico ed il progetto di identità. Sul primo non ho dubbi (ma credo ce ne siano pochi) che il risultato sia mediamente scadente. Sul secondo non posso giudicare perchè non ho visto nulla. E come sai ad un marchio-logotipo insulso può corrispondere una brillante identità.
Comunque sia, si sta giudicando il risultato di un collega (che non so chi sia) e perciò tutte le petizioni, proteste, insulti, etc, mi sembrano veramente poco delicate. Mi chiedo: ma se lo stesso marchio fosse stato presentato invece che da Landor da un eminente socio dell’Aiap, tutto questo sarebbe accaduto?
L’altro piano è quello dell’organizzazione del concorso, della composizione della giuria, della selezione dei partecipanti (il nostro studio era tra i selezionati a partecipare, ma non abbiamo ritenuto opportuno continuare la corsa per mancanza di regole chiare e serietà della committenza), cose tutte molto criticabili, ma non ora. Bisognava insorgere prima. Ora sembra lo sfogo degli esclusi.
Quindi non posso condividere questa petizione in questo momento e con i toni che ha assunto. Ma sono altresì pronto a partecipare e a sostenere qualsiasi protesta, petizione, discussione che possa promuovere il ruolo purtroppo invisibile dei progettisti grafici. Ho già, tempo fa, inviato all’aiap una nota sulla partecipazione ai concorsi, sollecitato da Marco Tortoioli. L’ho fatto anche attraverso sdz.
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IL SEGNO ORFANO
Sergio Polano


Laica premessa
Ero a Palermo, volontariamente poco connesso, per studiare il numero e altre amenità di cui mi diletto. Ma non bisogna distrarsi mai, mi ha suggerito – a suo tempo, con garbo e pari competenza – il professor TM, che di artefatti (grafici o meno) la sa lunga. On the road, ho ricevuto una pressante, plurale e assai lusinghiera richiesta di intervenire a proposito di logos, scoprendo (con il supporto assiduo di un amico) che in questi giorni si è scatenato un putiferio online senza precedenti – evviva! un sussulto di Graphic Pride di questa fatta supera ogni speranza – e anche on paper sul “nuovo logo Sistema Italia“ (così recita la presentazione nel
sito istituzionale, con logo horribile visu Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Nelle strette contingenze e con l’urgenza del caso, non ho potuto far di meglio che convocare a distanza, immaginate in “teleconferenza”, l’unità di crisi multidisciplinare che mi provo e mi trovo a coordinare, per fortuite circostanze. Ho rivolto brevi [d] domande mirate, senza ambizione di sintesi, se non nei titoletti redazionali premessi alle [r] risposte, che avevo pregato fossero secche qb. Ho evitato invece quesiti già abbondantemente affrontati in rete e su cui non val la pena di tornare qui, ché sarebbe maramalderia.
Dei temi affrontati con l’unità di crisi riporto qui di seguito sintetica memoria, (tra)scritta da appunti raccolti dal vivo, con la speranza di contribuire alla discussione generale, foriera (ci si augura) di sviluppi costruttivi. Non senza notare però che, pur con i limiti impliciti ed espliciti che hanno, i poll online de
“la Repubblica” (oltre 20mila votanti in 4 giorni) e de “Il Sole 24 Ore” combaciano (almeno nel momento in cui scrivo, domenica 25 febbraio, tarda sera): il nuovo logo piace al 26% di quanti hanno risposto (ed anche all’estero riscuote consensi), percentuale superiore a qualsiasi attuale rappresentanza in Parlamento – il che dovrebbe suggerire ulteriori, ponderate e caute riflessioni.

[d] La recente presentazione del nuovo logo Sistema Italia ha suscitato un certo scetticismo, per così dire. Ha pour cause formulato uno dei suoi fulminei “cattivi pensieri” su questa iniziativa di “politica d’immagine” del governo Prodi?

[r] PV, scrittore e saggista (1)
Nec flere, nec indignari, sed intelligere
“Gli scettici sono – devono essere – politici del pensiero. Esiste una siffatta politica del pensiero: miscuglio di diffidenza assoluta e di coerenza estrema. Non sorvolare, né impantanarsi”.

[d] A una descrizione fenomenica disincantata, il nuovo logo Sistema Italia rischia di apparire quale congerie di detriti accozzati da un bricoleur, figura che lei ha ben definito, e per primo, nei suoi studi. Quel che vediamo – illegenda a parte – è un pallino rosso, giusto sopra un parallelogramma nero alto e stretto (dotato di esili terminazioni ortogonali: bilaterali/simmetriche al piede, monolaterale/asimmetrica in testa), cui si affianca un verde biomorfico ogm (oggetto graficamente modificato), il tutto privo di apprezzabili nessi. Alla luce della sua profonda conoscenza dei meccanismi antropologici del pensiero, sia mitico che scientifico, come interpreta tutto ciò?

[r] CL-S, antropologo (2)
Grafica residuale?
“Oggi per bricoleur s’intende chi esegue un lavoro con le proprie mani, utilizzando mezzi diversi rispetto a quelli usati dall’uomo di mestiere. Il bricoleur è capace di eseguire un gran numero di compiti differenziati, ma, diversamente dall’ingegnere, non li subordina al possesso di materie prime e di arnesi, concepiti e procurati espressamente per la realizzazione del progetto: il suo universo strumentale è chiuso, e, per lui, la regola del gioco consiste nell’adattarsi sempre all’equipaggiamento di cui dispone, cioè a un insieme via via ‘finito’ di arnesi e di materiali, peraltro eterocliti. L’insieme dei mezzi del bricoleur non è quindi definibile in base a un progetto (la qual cosa presupporrebbe, almeno in teoria, l’esistenza di tanti complessi strumentali quanti sono i generi di progetto, come accade all’ingegnere): si definisce solamente in base alla sua strumentalità – in altre parole, con il linguaggio del bricoleur stesso, perché gli elementi sono raccolti o conservati in virtù del principio che ‘possono sempre servire’. Egli interroga tutti gli oggetti eterocliti che costituiscono il suo tesoro, per comprendere ciò che ognuno potrebbe ‘significare’, contribuendo così alla definizione di un insieme da realizzare, che alla fine non differirà dall’insieme strumentale, se non per la disposizione interna delle parti. Si potrebbe essere tentati di dire che l’ingegnere interroga l’universo, mentre il bricoleur si rivolge a una raccolta di residui di opere umane, cioè a un insieme culturale di sottordine. La caratteristica del pensiero mitico, come del bricolage sul piano pratico, è di elaborare insiemi strutturati, non direttamente per mezzo di altri insiemi strutturati, ma utilizzando residui e frammenti di eventi”.

[d] A molti, ai più si direbbe, il nuovo logo Sistema Italia risulta insignificante. Quale opinione ne ha, da attento critico dei sistemi di significazione complessi, extralinguistici, come gli oggetti, i gesti, le immagini e gli altri che ha sezionato magistralmente?

[r] RB, semiologo (3)
Però, ci sono quasi riusciti…
“Per ritrovare un oggetto insignificante si dovrebbe immaginare un utensile assolutamente improvvisato e che non si avvicina in nulla a un modello esistente (CL-S ha mostrato come il bricolage stesso sia ricerca di un senso): ipotesi pressocché irrealizzabile in qualsiasi società”. Ça suffit?

[d] Stando alle dichiarazioni ufficiali, il nuovo logo Sistema Italia è un “simbolo duplice, dove convivono maschile e femminile, passato e futuro, serietà e ironia, stabilità e movimento, razionalità e fantasia, dovere e piacere […], attraverso il quale trasmettere l’immagine di un Paese più affidabile e responsabile, ma sempre connotato da eleganza, creatività, flessibilità e vitalità […] un segno che rappresenta lo spirito dell’italia e che vuole invitare a visitarla e a conoscerla meglio”. Tutto ciò implicherebbe, mi pare di capire, un “effetto gestaltico” nella percezione del logo ossia il risultato di una Gestalt, di una “configurazione organizzata, adducente alla forma” – per approssimarsi all’impossibile traduzione del termine –, che non si riduce alla giustapposizione dei vari elementi costitutivi ma risponde a un olistico effetto collaborativo, indipendente dall’apprendimento e dall’esperienza, qualcosa come una spontanea unità, superiore alla semplice sommatoria delle parti. Cosa ne pensa, da scrutatore di tendenze in versanti plurali, con un bagaglio di studi in ambito psicologico?

[r] WB, musicista (4)
Verbum Sat Sapiens
“Tutto si può dire del nuovo logo Sistema Italia, tranne che sia una Gestalt; semmai, è un buon esempio di apparente ignoranza dei classici principi di prossimità, conclusione, simmetria, articolazione figura/sfondo e “buona continuazione” che la sostengono, come hanno sottolineato e approfondito (anche per gli aspetti più marcatamente tipo-grafici, nonché per l’usabilità del sito web collegato, su cui sorvolo) i commenti online. E non ci sarebbe altro da dire, nel merito, credo. Vorrei aggiungere, piuttosto, che concordo con le affermazioni di RB, laddove sostiene – ad esempio, in Visualisation et language – che è stato annunciato e ripetuto senza tregua il nostro vivere in una civiltà dell’immagine, dimenticando che praticamente non c’è mai immagine senza parole, presenti che siano in forma di legende, commenti, sottotitoli, dialoghi o altro. Nel nostro caso, il motto che lo ha accompagnato nella presentazione ufficiale forse ne offre il commento più spietato, rendendo il logo orfano, strappandolo da una significazione efficace, una promessa mal immaginata. Si direbbe infatti che la dicitura risponda impietosamente al vero: ‘L’Italia lascia il segno’, nel senso che lo abbandona”.

Note
(1) Paul Valéry, Mauvaises pensées et autres, 1942
(2) Claude Lévi-Strauss, La Pensée sauvage, 1962
(3) Roland Barthes, Eléments de sémiologie, 1964
(4) William Bottin, conversazione con l’autore, 2007
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CONCORSO MARCHIO ITALIA
Beppe Chia


Il clamore suscitato dal concorso per il marchio della promozione italiana ha posto l’attenzione sul valore che viene attribuito dalla comunità (anche di non addetti ai lavori) ad un artefatto grafico e l’identità che questo dovrebbe rappresentare. Si tratta di un caso di estrema importanza perché, al di là della qualità grafica dell’artefatto in questione, per la prima volta la pubblica amministrazione italiana con ritardo allarmante nelle sue più alte cariche riconosce pubblicamente l’importanza di comunicare con coerenza e rigore attraverso uno strumento come la comunicazione visiva. La questione non è da poco perché potrebbe generare a cascata il riconoscimento della progettazione grafica e del valore strategico che la comunicazione visiva riveste nella promozione e nello sviluppo di una comunità. Questo il bicchiere mezzo pieno, passiamo al mezzo vuoto che sembra infiammare i nostri animi.

Ciò che ci disturba e rattrista sono le modalità con le quali la pubblica amministrazione, ma non solo, attiva i percorsi per dotarsi di questi apparati comunicativi. Nonostante le buone intuizioni e la buona volontà gli strumenti che adotta sono inadeguati. Concorsi, gare e appalti aumentano la distanza e l’impossibilità di relazionarsi adeguatamente con il mondo dei progettisti e spesso non permettono di costruire dei buoni progetti. Si intuisce il valore strategico dello strumento ma non si possiedono gli strumenti culturali per attivare percorsi di progettazione veramente articolati, partecipati e condivisi.
La sfida non è semplice perché va ben oltre l’auspicata osservazione di alcune semplici regole per l’istruzione dei concorsi (norme icograda pubblicate su www.aiap.it) ma coinvolge le modalità con le quali la comunità si riconosce nella produzione di un artefatto grafico che dovrebbe rappresentarlo e indossarlo. La gara il concorso non sono disgiunti dal risultato che questi portano, le modalità di partecipazione segnano inesorabilmente il progetto ne indicano, prima ancora che questo sia definito, il suo destino di essere amato e utilizzato o ignorato e dimenticato rifiutato dalla comunità. Le modalità con le quali si è costruito il marchio Italia evidenziano questo scollamento.

Senza sembrare pedanti ci sembra opportuno riassumere velocemente alcuni consigli che l’Aiap sostiene da anni su come si possa instaurare un rapporto con il progetto
di comunicazione visiva.
1. Costruire un brief partecipato e completo raccogliendo con attenzione dalla comunità quelle che sono le istanze più rappresentative. Coinvolgere in questa fase tutte
le componenti sociali evitando operazioni demagogiche come far partecipare le scuole
alla progettazione.
2. Se si richiede una presentazione di idee creative si raccomanda di pagare un onorario
per ogni partecipante alla presentazione. Il compenso dovrebbe essere commisurato a un compenso ragionevole per un progetto analogo realizzato in circostanze normali. La gara non è uno strumento per spendere meno e avere più possibilità di scelta, questo
è immorale e va contro qualsiasi etica del lavoro e del rispetto della persona. Limitare il numero di candidati alla gara fra coloro che sono seriamente interessati e comunicare a ciascuno contro chi stanno competendo o quanto meno in quanti sono. Comunicare ai partecipanti i nomi dei giurati e possibilmente includere tra questi almeno un esperto di comunicazione visiva.
3. Se una simile spesa non può essere sostenuta o giustificata valutare i progettisti, gli studi e le agenzie attraverso referenze, colloqui, interviste, presentazioni e i loro lavori già realizzati. Ricercare la migliore corrispondenza tra l’esperienza del progettista e le specifiche del progetto emerse dal brief. Questo processo richiede un grande dispendio di tempo per la ricerca dei progettisti, ma riducendo il numero dei candidati permette una valutazione più approfondita con tempi molto più ristretti nella seconda fase.
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I LOVE ITALIA
Mario Piazza


Un dato di partenza è la fragilità della nostra classe politica. Una fragilità così profonda che per un battito di ciglia collassa. Questo è il vero dato, la vera sostanza del progetto sta nella qualità che si crea nella relazione. Il “ridicolo” che riscontriamo nel progetto è il “ridicolo” di un percorso o di un processo, che seppure indiscutibile (è stato fatto dalla Landor non da sprovveduti o ingenui grafici della domenica), produce un disvalore. Un qualcosa in cui noi, non in quanto grafici, ma soprattutto come cittadini non ci riconosciamo. Non vorremmo mai indossare questo abito, in primo luogo perché non ci rappresenta e non rappresenta neppure lo stereotipo (o gli stereotipi) della nostra nazione. Forse è meglio esser conosciuti per il paese del sole, della pizza e del mandolino. Simboli che sono archetipi culturali, capaci di essere popolari, ma anche universali e quindi di essere decodificati. Poi naturalmente viene la forma, che non è irrilevante o secondaria. Ma senza la sostanza, la forma non serve a nulla. Il progetto vincente ha in tutto ciò la sua debolezza. Il suo non essere sintesi, la sua incapacità a rendere i sapori, i valori, i difetti, i colori dell’essere Italia. La lettura del marchio è un percorso meccanico, dove ogni passo viene giustificato per sorreggere il seguente. Ma una “i” bodoniana con un pallino colorato è lontana mille miglia dalla purezza ideale del bello di Bodoni o di Canova. E la bellezza non è una nostra dote?
L’artificiosità segmentata di questo costrutto visivo è mera deduzione, senza anima e passione. Ma l’anima e la passione non sono una nostra dote? Che senso ha costringere una “t” minuscola a dover somigliare, peraltro senza riuscirci, ad un profilo geografico. Così con un percorso totalmente astratto, da chirurgo che di certo non vive nei telefilm sui pronto soccorso, si sublima in un sorta di sacco verde cose che hanno ben altre ragioni e forme.
E la forma della nostra nazione non è una singolare dote?
Il modello deterministico e auto-valorizzante del marketing partorisce il topolino.
La presunzione asettica, che non si sporca mai le mani, che non vive nella società, ma solo nei sondaggi e nei rilevamenti statistici pensa davvero di poter produrre la sintesi di un paese? Un corpo così ampio e multiforme – come una nazione – è davvero difficile pensarlo in un segno, ma cesellarlo con un insipido sapere tecnico è davvero dare la risposta sbagliata.

(…)Cosa possono fare le associazioni, e io posso parlare della sola a cui sono iscritto, cioè l’Aiap, di fronte a tutto ciò. Quando mi trovo in queste ambasce la prima cosa che penso è: dove abbiamo sbagliato? Si, perché prima che gridare al vento, giustamente ma senza grandi ritorni, quasi fosse la questione una cosa che riguarda solo noi grafici la nostra “cerchia” (ma non è vero, dei costi ci sono anche per i cittadini), penso che la nostra motivazione all’ascolto e al coinvolgimento ad un diverso sentire nei confronti dei nostri amministratori è infinitamente debole. Forse per far valere le cose di cui sopra, dovrei, dovrebbe l’Aiap che so convincere Sgarbi ad urlare di fronte a tanta pochezza! Forse porteremmo a casa qualche risultato, e poi? Il valore del nostro lavoro è da sempre sottostimato, ancellare, invisibile, ma, credo, anche centrale, importante ed indispensabile (è la ragione per cui lo svolgo).
Ma quanto sappiamo trasferire queste qualità nel lavoro quotidiano, nei nostri interlocutori, nei nostri utenti? E quanto li stiamo ad ascoltare e non li deformiamo con le nostre presunzioni visive? Avviene nel piccolo, ma diventa pachidermico in questo caso. Credo che se potessi prender sotto braccio Prodi o Rutelli, saprei far capire cosa non va. Perché certo il politico non sa guardare e quindi si affida a dei fiduciari (i giurati), persone degnissime ma sostanzialmente impreparate a gestire tali scelte. Quello che abbiamo ottenuto è davvero quello che voleva Prodi o Rutelli, e che ci hanno presentato in conferenza stampa?
Ora il ridicolo sta qui, in questa parodia del progetto, che compra dalla multinazionale, lo paga tanto (e speriamo che da oggi tutti gli amministratori pubblici riconoscono il valore economico delle nostre professionalità), lo annuncia in pompa magna, ma tutti noi ci vergogniamo! I love Italia, direbbe Milton Glaser. 


 


Fonte: www.aiap.it