SUL TRENO PER BAMAKO

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L’idea di fare un documentario è mia, mi è venuta leggendo un articolo uscito su un giornale francese. Dopo aver raccolto un po di infornazioni,è stata scritta la sinossi da un mio amico appena uscito dalla scuola di scrittura Holden di Torino,Luca Anastasio che mi farà anche da assistente durante le riprese.Fatta la sinossi abbiamo avuto la fortuna di incontrare il Dott. Francesco Lauro che da subito ha creduto nel progetto finanziandolo e facendoci incontrare a Roma con una casa di produzione di documentari che si è detta disponibile a montare il film ed a promuoverlo.

Domani alle sei partiamo da Roma arriveremo a notte fonda a Dakar, ci aspetterà Jimmy un giovane senegalese che vive vendendo dvd a Castellamare, insieme a suo fratello saranno la nostra guida ed interpetre del viaggio.

Claudio Celentano

SUL TRENO PER BAMAKO (Mali) – Il Mistral si infila come un pugno nel buio della savana. Undici carrozze fradice di sudore. Tremila uomini e donne, inscatolati a più di quaranta gradi. Bambini nudi intontiti dal caldo. Sacchi di farina ovunque. Bidoni pieni di pesce e mosche. Un televisore giapponese ancora imballato. Borse, scatoloni, valigie. E là davanti i fari della vecchia locomotrice Diesel: nell’aureola luminosa appare un baobab, e scompare, poi il nulla, un’acacia, di nuovo il nulla. L’Africa maltratta fin dalla prima notte di viaggio i suoi figli costretti a partire. Perché questo non è solo il treno degli immigrati. Questo è il convoglio dei banditi che nel buio assoluto dei villaggi assaltano gli scompartimenti e arraffano tutto ciò che riescono a toccare. È la fila di vagoni ondeggianti che quando scavalcano sferragliando i fiumi si riempiono di insetti, cimici e zanzare come se fossero fatti di carta moschicida. È la ferrovia che unisce l’Oceano Atlantico al Sahel, la porta del deserto e dei camion carichi di clandestini che salgono al Mare Mediterraneo. Da Dakar, Senegal, a Bamako, Mali: 1.420 chilometri, la via più veloce, si fa per dire, tra le due capitali.
Il viaggio sul Mistral dieci anni fa durava trenta ore. Oggi, quando la linea è bloccata per un deragliamento, come in questi giorni, se ne impiegano anche sessanta. Mohamed Touray, 31 anni, è partito da Bijilo, in Gambia. «Voglio andare in Svizzera – racconta -. Ora vado a cercare lavoro a Bamako. Qualunque cosa. Poi, se avrò soldi, chiederò il visto per la Svizzera. Se non me lo danno? Troverò qualche modo».
Con i camion del deserto?
«Sì, ma solo se non avrò alternative. Il deserto è pericoloso», sorride Mohamed Touray e mette la mano in tasca. «Ecco qua – dice mostrando una tessera con la sua foto -: era la mia carta d’identità a New York. Ci sono stato nel 1999. Poi il visto è scaduto».