RICORDO DI MENEN AUBREY AD AMALFI

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RICORDO DI MENEN AUBREY


LO SCRITTORE ANGLO-INDIANO CHE AD AMALFI SCRISSE


“IL DUCA DI GALLODORO”



Di Sigismondo Nastri


Nell’estate del 1951, lo scrittore Menen Aubrey, da poco giunto in Costiera, aveva preso in affitto ad Amalfi il “Villino Pepe”, situato lungo la strada per Positano, subito dopo il tunnel dell’hotel Cappuccini. Un elegante palazzetto – scrissi in un articolo pubblicato su “La Voce di Salerno” il 12 settembre di quell’anno – «nascosto nel verde cupo dei giardini», caratterizzato dalla quiete, solo a tratti «interrotta dal clacson dei veicoli che percorrono veloci la litoranea Amalfi-Sorrento». Aubrey, un signore alto, bruno, dai capelli brizzolati, ci viveva col segretario, Philip Dallas, giornalista e scrittore anche lui.


Un giorno andai a fargli visita e mi feci raccontare la sua storia. Figlio di padre indiano e madre inglese egli s’era avviato, giovanissimo, alla carriera militare e, durante la guerra, aveva prestato servizio, quale ufficiale, in India. Per conto del governo inglese aveva realizzato circa trecento documentari sui vari aspetti della vita in quel paese. Il materiale raccolto gli era servito poi per il romanzo d’esordio, “The Prevalence of Witches” (1948), edito in Italia da Longanesi col titolo “Il dominio delle streghe”. Prima di cimentarsi con la letteratura Menen Aubrey (nato a Londra il 22 aprile 1912, morto a Trivandrum, Kerala, in India, il 13 febbraio 1989) aveva tentato altre strade, facendo il regista cinematografico, il direttore di teatro, l’agente pubblicitario. Tra i suoi libri di maggior successo, “The stombling stone” (“La pietra dello scandalo”), ispiratogli dalla IX epistola di S. Paolo, “The backuard bride” (“La sposa scontrosa”) e “The Ramayana”, accolto con forti reazioni in India per una feroce satira alla casta dei Bramini. Tanto da indurre il Pandit Nehru a proibirne la diffusione. In America, invece, qualche tempo dopo, le polemiche riguardarono “The Abode of Love” (“La dimora dell’amore”, 1956), che metteva sotto tiro – sono parole dello stesso Menen – «la nuova religione degli Americani: la religione del benessere con l’aiuto di Dio, ma senza la vera fede. La comoda religione degli uomini d’affari, i “business-men”».


Ad Amalfi lo scrittore “mezzo indiano e mezzo inglese” stava completando la stesura di un saggio sull’Italia del XVI secolo, dal titolo “Mediterranean” (“Uomini del Mediterraneo”). Per quanti sforzi abbia fatto, non ne ho trovato traccia sul mercato librario. Neppure in quello on line, dove però è reperibile, sia nel testo originale sia nella traduzione francese, “The Gallodoro’s Duke” (“Il Duca di Gallodoro”).


Ad Angelo Amato (“Menen Aubrey ha scoperto ad Amalfi la terra dei suoi sogni”, ne “Il Giornale” del 21 luglio 1956) Aubrey Menen confidò  che il padre, principe indiano d’alta casta, alcuni anni prima della grande guerra, abbandonato l’antico dominio di Malabar, si era stabilito in Inghilterra dove aveva sposato una giovane irlandese. Allo “scandalo” che questo aveva suscitato nel piccolo regno di Malabar egli s’era ispirato per uno dei più riusciti romanzi, “Dead Man in the Silver Market” (1953), condensato da “Selezione” in ben quindici lingue.


Aubrey ricordava che, all’età di dodici anni, accompagnato dalla madre, era stato presentato ufficialmente alla nonna, la regina di Malabar. Dovettero attendere giorni prima di essere ricevuti. «La nonna – cito ancora Angelo Amato – aveva fatto preparare per i due ospiti uno speciale bungalow ai confini estremi del suo dominio giacché, trattandosi di una donna di razza bianca, considerata “impura” dalla religione indù, ne sarebbe venuta una “contaminazione” che avrebbe provocato una serie infinita di lunghi e complicati riti per “purificare” i luoghi e gli abitanti dell’alta casta. Dopo altre avventure spassose e saporite, il piccolo Menen venne finalmente ammesso alla presenza della terribile e imponente ava». Che, sapendo che egli sarebbe tornato in Europa, gli consegnò un libriccino nel quale erano elencati doveri e privilegi che gli competevano quale membro della stirpe dei Nayars. La nonna gli ingiunse di non dimenticare mai, alla presenza degli inglesi, chi era e cosa rappresentava. Aubrey Menen rimase tanto impressionato da quel discorso che, una volta giunto a Londra, non sapeva più se doveva considerarsi un principe indiano o un gentlman inglese.


Eugenio Galvano, inviato della “Gazzetta del Popolo” (“Lo scugnizzo e il duca”, 23 ottobre 1952), riferì, dopo averlo intervistato, alcune cose particolarmente interessanti: che Menen stava lavorando alla stesura di un saggio sulla psicologia degli americani, da lui accusati di essere “troppo inglesi” e di ripeterne gli errori: presunzione, deficienza di spirito universale e di spirito religioso. Quanto a “The Gallodoro’s Duke”, per uno dei personaggi l’autore aveva avuto come modello un certo Peppino, oggi difficile da individuare: un ragazzo amalfitano «che Menen ha studiato dal vero, uno scugnizzo di qui che, durante la preparazione del romanzo, lo scrittore convocava con molti altri nel suo albergo per impararne il linguaggio, i sentimenti, gli istinti, le movenze». Nella storia, Peppino è figlio naturale del duca di Gallodoro, un inglese stabilitosi in Italia, dove ha comprato il titolo nobiliare è s’è costruito una villa affacciata sul mare di Amalfi. Egli cerca di trasformare il ragazzo in un suo strumento e in un suo alleato. Ma questi «è un miscuglio di fantasia, di spensieratezza, d’imbroglio, di indomabilità, di “tira a campà”: è quasi impossibile piegarlo ad una disciplina, ad un fine qualsiasi. Costretto nella casa del duca, non vi si vede. Un giorno rovina le tubature dell’acquedotto e allaga le terrazze della villa per farsene scacciare. Ma la conclusione del duca qual è? “E’ proprio figlio mio questo ragazzo se tale è la sua tempra”».


                                                                                               Sigismondo Nastri


 


(da “il Salernitano” del 27 febbraio 2007)