Ho nove figli, voglio tornare a casa

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Ho nove figli, voglio tornare a casa»

Il più piccolo ha nove mesi e si chiama Antoni: nella foto choc sta in braccio alla mamma, dietro le sbarre dell’aula 310. Il più grande ne ha quindici e vive col padre, senza fissa dimora, vita da zingaro in una comunità che si regge sull’accattonaggio e su una serie di piccoli furti. Micalic Slavica, 27 anni, dalla Serbia a Napoli per sopravvivere, diventa a sua insaputa e suo malgrado un caso giudiziario. La mattina del 15 febbraio chiese di assistere al processo d’appello, dopo una condanna a otto mesi per furto. È detenuta per evasione e al suo avvocato, il penalista romano Luciano Bason, chiede di essere scarcerata. Deposita quattro istanze di libertà anticipata, due al Riesame, due al gup d’udienza. Ma è recidiva per furti e non le danno i domiciliari, che tra l’altro ha già violato. La legge ex Cirielli – che inasprisce lo stato detentivo per chi è recidivo – la tiene in cella per due furti in appartamento. Il primo il 24 dicembre del 2005, la notte di Natale, in un’abitazione di Posillipo. Venne riconosciuta all’interno di un bar e fu denunciata. Il secondo «colpo» qualche mese più tardi. È il 17 febbraio del 2006, quando si ripete senza successo. Una storia simile a tante altre, come quella che vede il marito finire in manette per diversi mesi prima di vedersi scarcerare e revocare il permesso di soggiorno. Quando finisce in carcere, viene spedita ad Avellino, in una delle strutture penitenziarie più attrezzate della Campania. Ottiene di tenere accanto a sé due piccoli, quelli che non raggiungono ancora i tre anni di vita. Giovedì scorso chiede di esercitare un diritto che la legge italiana le assicura, assistere al processo portando con sé i figli. A Napoli, in Tribunale, la presenza di minorenni in aula è un fatto rarissimo. Mai comunque sono finiti dietro le sbarre. Giovedì scorso, la polizia penitenziaria regionale fece comunque in modo di trasferire da Avellino a Napoli la donna in regime differenziato. Un cellulare a parte, con una scorta composta anche da due donne, pronte ad intervenire accanto ai bambini. Secondo i primi accertamenti, comunque, gli agenti penitenziari avrebbero avvisato il personale in aula dell’arrivo in cella di mamma e figli. «La presenza in gabbia è durata pochissimo», ribadisce Luigi Riello, giudice del collegio presieduto da Provitera, una versione diversa da quella di alcuni avvocati che parlano di una permanenza tra i quindici e i venti minuti. l.d.g