Ancora minacce di guerre

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Consapevolezza, sì, di un accadimento ineluttabile. Resta l’astio e quello…il giuramento e poi il dolore e la somma dei dolori che, negli anni, ricorda il conflitto oramai ripulito da olezzi e macchie. Indelebile nelle coscienze. Una specie di riverbero lamentoso,  ostinato e persistente.


Se ne prescinde con disinvoltura quando il cuore si avvicina al perdono e la ragionevolezza sembra prendere il sopravvento. Sembra, perché il ricordo, la somma dei ricordi, inonda, anche quando non lo si vorrebbe, il petto e gli occhi.


Vogliamo parlarne? Parliamone! Perché non succeda più? Va bene! Parliamone, parliamone, parliamone.


Le offese, la somma delle offese alla dignità, alla libertà riporta, il giuramento recondito della vendetta, in lizza. D’altronde, lo strascico d’un conflitto tra popoli, è indelebile ed, in quanto tale, presente nelle coscienze, vivido nelle memorie. Ma questo è un problema che riguarda solo le parti attrici. Gli altri, tutte le altre parti estranee e spettatrici, partecipano costernate solo per dovere. Vaccinati come sono dalla morte in diretta e da ogni atrocità, a cena, tra prosciutto e mozzarella, gli spettatori, annuiscono tra loro ingollando un buon bicchiere di Lambrusco distratti ed impegnati nelle loro lotte giornaliere.


Finché ci saranno più uomini insieme sulla terra, ci sarà da litigare. E poi, perché cercare di non nominare, sin qui, quella parola? Retorica? Interesse? Malafede? Politica? Religione?


Niente di tutto questo, ma tutto questo insieme, in un impasto, un amalgama il cui risultato non assomiglia che ad una volontà dichiarata di guerra. Ecco la fatidica parola. Ma dove non è presente la guerra? In casa, in società, al lavoro, persino nello sport. La pace, è assente anche tra gli ulivi. Non siamo, forse, sempre in guerra? Globalizzata, che specializza la competizione nelle sopraffazioni rendendola acerrima e cinica? Non è l’insicurezza, la precarietà, lo stimolo sempiterno che invoglia e spinge a non arrendersi a nessuna condizione? Nemmeno a costo di una guerra? Non è il mors tua vita maea il motto in auge?


La “guerra” aleggia, tra i salotti degli spettatori, solo come una favola cattiva, come una nuvoletta che incombe sui soldatini di piombo dei ragazzi. Per gli altri no. La guerra, la parola guerra, quella dei morti ammazzati, non è una parola e basta. E’ un vestito infestato di parassiti, una scarpa stretta piena di chiodi, un cilicio che comprime il petto, un’angoscia che offende, una piaga purulenta. E’ l’odore del sangue, un comò pieno di foto.


La vita continua, pedissequa, tra nuove guerre e nel torpore, come una anestesia beffarda che riduce all’impotenza la mente e la priva della ragione.


La guerra è una malattia che ricorre ed uccide? E’ fuori di dubbio che, se voluta, sia una pazzia. Ma, vuoi vedere che questa diviene, allora, nella logica della “fede”, plausibile? Non è espressione del male ed in quanto tale normale, omologata, forse addirittura giusta? Chi dice che una vita di eguali, di uomini e donne bravi e buoni, di esseri in pace eterna, sia normale sulla terra?


Per quanto tragedia irrimediabile di una morte, di due morti, di milioni di morti, essa è lavabile, purificabile. Il sangue si lava. 


E se la guerra non si fa, ma viene? E quando viene, la si combatte?


Una malattia, dunque, dovuta a materiale residuale dell’animo umano che mina, alla radice, la salute della buona volontà?Una reazione autoimmune che contagia ed ammorba?


Abbiamo imparato a difenderci pronti e disposti ad intervenire solo affinché questa epidemia non diventi pandemia: incontri, accordi, patti, trattati e pubblico rifiuto. Solo paura che diventi totale. Paura che assilla, non convince.


Cosa sarà mai una ecatombe, un eccidio, una carneficina assortita di bambini e donne e mamme incinte? Una pedata su un formicaio imbottito di individui altera forse gli equilibri del mondo? E poi, cosa pensavamo che la vita fosse tutta piscine e barche di lusso? E poi, finita una guerra, non è vero che dovremo combatterne un’altra?


 


Salvatore Viglia