Sorrento incontro con De Raho lunedì

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Lunedi 18 dicembre in mattinata in piazza Tasso a Sorrento ci sarà uno degli incontri di Libera, associazione anticamorra, la carovana per Natale, cominciati dal 12 dicembre e  incontro con il magistrato Cafiero De Raho che ha seguito il processo Spartacus II contro i casalesi. Il clan camorristico più feroce della Campania. L’incontro sarà moderato dalla giornalista Maria Rosaria Sannino di Repubblica (di cui pubblichiamo un articolo uscito sulla Voce della Campania).  L’occasione è la giornata della legalità organizzata dal Comune di Sorrento. L’attenzione sul fenomeno è alta dal punto di vista mediatico, ma purtroppo non sostanziale, anche grazie al caso Saviano, con il suo libro “Gomorra”, poi altri libri stanno invadendo le edicole, come O’ Sistema o veri e propri dossier di giornalisti esperti nel settore e anche videoreportage o Dvd di trasmissioni televisive (come nel caso di Santoro), un mettere sotto i riflettori il fenomeno sociale che spesso fa trascurare piccole o grandi problematiche locali sulla legalità, dal malaffare della vita amministrativa, agli appalti al riciclaggio di denaro sporco, spesso denunciate in penisola sorrentina che ha visto una sua tangentopoli e  infiltrazioni di carattere camorristico legate soprattutto agli acquisti immobiliari. L’occasione di conoscere un protagonista della lotta alla camorra può essere un modo anche per confrontarsi con chi dalla propria viva voce può raccontare della propria esperienza. Un magistrato onesto,serio e schivo dal protagonismo che svolge il suo compito con meticolosità e dedizione


Michele Cinque


 


 


Camorra e imprenditoria. Camorra e politica. Legami che non si arrestano, come rivelano le analisi della Direzione distrettuale antimafia, e come attestano le diverse ispezioni prefettizie presso comuni dove si annida il dubbio di contaminazioni con la malavita. Quello della camorra è un potere che né le inchieste, né i processi ed ergastoli hanno mai veramente minato, forse solo ridotto, come nel caso del potente clan dei Casalesi, dopo i maxi processi Spartacus I e II (dal nome dello schiavo coraggioso che sfidò l’impero), scissi in due tronconi: il primo ha riguardato i delitti e i rapporti del clan con l’imprenditoria, il secondo i legami con i colletti bianchi e i politici sospettati di associazione camorristica. Spartacus I, un maxi processo con 21 ergastoli.


Il clan che parte da Casal di Principe e si estende con i suoi giri d’affari in tutta Europa – valutati in più di 5 miliardi di euro l’anno – sembra oggi essere allo sbando, o quanto meno in parte indebolito nel suo vertice, dopo che la seconda sezione della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha inflitto un duro colpo con la sentenza del 15 settembre scorso. I numeri parlano di un vero maxi processo: 10 anni dalla data del blitz, 7 anni e due mesi dall’avvio del dibattimento, 626 le udienze, più di 500 i testimoni ascoltati, decine e decine di avvocati che hanno replicato alla requisitoria dell’unico pm di udienza, Federico Cafiero de Raho, che ha presentato le prove in un corposo impianto accusatorio, in due o tre udienze a settimana. 11 i giorni di camera di consiglio, 115 le persone processate, 21 gli ergastoli (riconosciuto più volte il carcere a vita ai principali responsabili dell’organizzazione), miliardi di euro in beni confiscati agli appartenenti al clan. La fitta rete economica della malavita – documentano le carte processuali – è retta da Francesco Schiavone, detto Sandokan, e da Francesco Bidognetti detto Cicciotto e’ mezzanotte, che sottoposti al carcere duro (41 bis) sono però ancora oggi in grado di orientare le scelte del clan e di lanciare messaggi di vendetta a pentiti e a tutti coloro che li combattono.


A cominciare dal parlamentare Lorenzo Diana, unico membro campano della commissione antimafia che, secondo un avvertimento di Sandokan fatto durante un’udienza in videoconferenza, «ha ordito un complotto politico, facendo contro di me una campagna di stampa grazie anche a quei pm che manovrano i pentiti». E poi a quei magistrati come Cafiero de Raho il quale, grazie anche ai 25 collaboratori di giustizia, ha ricostruito la “struttura confederale” del clan, con il gruppo egemone che prende le decisioni.


Oggi si può dire di conoscere in parte la sua storia: dal 1998 i pentiti hanno iniziato a raccontare di legami con la politica locale, dei numerosi giri di affari nell’economia di tutta la regione, diramatasi nel Lazio, Umbria, Emilia fino ad arrivare nell’est Europa così come in Cina, Brasile, Santo Domingo, Argentina. Una holding che reinveste i guadagni della droga in attività lecite come fabbriche, alberghi, gestione dei rifiuti. Una vera e propria spa che riesce a gestire miliardi di euro, tra beni immobili, business sparsi in ogni settore: dai grossi appalti, al racket, all’ecomafia. Il tentativo che ora potrebbe essere in atto sarebbe quello di far passare questo clan – anche dopo rivelazioni dimostratesi fondate e documentate – come qualcosa che riguarda solo l’area della Terra di Lavoro, emarginando così, dentro una questione “locale”, la più potente organizzazione esistente dopo Cosa Nostra. Ma non è così: lo dimostrano le cifre, i rapporti con la politica, gli elementi raccolti dagli investigatori allarmati anche dal “dopo” condanne.


CLAN & MINACCE


«Arriverà presto la fase della recrudescenza», è il tam tam che circola in ambienti giudiziari casertani. A quanto pare, infatti, ci sono “movimenti” per il controllo del clan e reali sono i pericoli contro quei pentiti e i loro familiari – i più importanti sono stati Dario De Simone, Franco Di Bona, Giuseppe Quadrano, Carmine Schiavone, Giuseppe Pagano, Luigi Diana – che hanno svelato fatti e misfatti; contro lo stesso Cafiero de Raho, che ha condotto l’inchiesta anche sull’assassinio di don Peppino Diana, il parroco ucciso dal clan il 19 marzo 1994; contro il deputato Ds Lorenzo Diana, coordinatore del comitato antiracket: recentemente il fratello, che gestisce un laghetto artificiale ad Aversa, ha subito episodi intimidatori che lasciano pensare ad avvertimenti da parte del clan.


I magistrati della direzione antimafia di Napoli, in un’allarmante relazione riservata inviata al Parlamento, avvertono di un serio pericolo: i falchi chiedono ora vendetta. E lo fanno anche in modo non troppo velato, tra le righe magari di una lettera che il sanguinario Sandokan dal carcere di massima sicurezza di Viterbo, in barba a tutti i regolamenti che imporrebbero un controllo severo, invia alla Gazzetta di Caserta, che regolarmente pubblica con grande risalto. E così, il 21 settembre, Sandokan scrive contro il pentito Diana, in stampatello e sottolineando i passaggi per lui più importanti: «A questi cosiddetti pentiti, la vita gli ha chiesto di affrontare il fango come i porci». Chiari i messaggi di morte, così come l’avviso ai suoi affiliati di non effettuare azioni contro il suo uomo più fidato, Francesco Bidognetti: «Cicciotto non mi ha mai venduto, lo pseudopentito Diana dice solo infamità». Cioé: niente vendette contro di lui, che rimane nostro alleato. A questo punto c’è da chiedersi: ma a Viterbo c’è davvero un carcere di massima sicurezza? Intanto Michele Zagaria e Antonio Iovine da dieci anni sono latitanti e rimangono la vera mente imprenditoriale del clan.


Tra le righe dell’ampia sentenza che scrive la storia dell’ascesa di Sandokan, dall’omicidio di Antonio Bardellino e di suo nipote Paride Salzillo, al massacro di Giuseppe De Falco legato al capoclan perdente Vincenzo, suo fratello, e la compagna di Vincenzo, Caterina Mancini, si può leggere, in vari modi, anche l’ “assoluzione” quasi totale per i politici coinvolti e i rappresentati delle forze dell’ordine immischiati in vari casi (due poliziotti e due carabinieri erano accusati di connivenza). Restano così in piedi ancora molti dubbi. In questo processo i giudici non hanno ritenuto fondate le accuse di associazione camorristica contro Francesco Schiamone, già sindaco democristiano di Casal di Principe dal 1982 al 1990, così come quelle sul conto di Nicola Schiamone, assessore comunale ai lavori pubblici eletto con una miriade di voti, e di Tommaso Petrillo, dirigente della Asl 19. Sono stati condannati invece Alfonso Ferraiolo, consigliere comunale di Casal di Principe, a cinque anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici; l’imprenditore edile Nicola De Rosa (lavorava tramite gare di appalti pubblici, a cominciare da quelli per la terza corsia Napoli-Roma, al centro di un’inchiesta della Voce del 1985); Giovanni Mincione, presidente dell’allora Consorzio Distributori del Calcestruzzo (Cedic) finito nel giro delle tangenti per il cemento dal prezzo più alto d’Italia; Sebastiano Ferraro, che imponeva solo determinate ditte per la realizzazione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere.


Ma il grosso del filone politica-clan dei Casalesi è stato inserito nell’altro processo denominato Spartacus II, che vede all’opera i pm antimafia Raffaele Cantone e Raffaele Falcone. Cantone oggi dichiara: «i politici non sono stati condannati, ma certo non sono stati del tutto riconosciuti estranei ai fatti ricostruiti». Poi aggiunge: «persiste ancora a tutti i livelli della politica l’allarme dell’infiltrazione dei clan. Prepareremo l’appello, perché di certo questa sentenza non ci soddisfa».


Maria Rosaria Sannino


(La Voce della Campania)