Finanziaria amara per i fondi

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Oggi (venerdì), è previsto il varo della Finanziaria da parte del Consiglio dei ministri. Tra le novità vi è la “armonizzazione” delle rendite finanziarie al 20%. In pratica, la tassazione dei titoli di Stato di nuova emissione, delle obbligazioni in genere, dei guadagni derivanti dalla compravendita di azioni, dei pronti contro termine e dei prodotti del risparmio gestito (fondi comuni d’investimento, sicav, polizze assicurative, ecc.) aumenterà rispetto all’attuale 12,5%, mentre quella sui conti correnti, i depositi bancari e postali scenderà (ora è al 27%).

Per gli investitori in fondi, oltre dieci milioni di famiglie, si profila, dunque, un inasprimento fiscale. Ad esempio, se un individuo ha investito 10 mila euro in uno strumento del risparmio gestito con un ritorno annuo del 6%, con l’attuale aliquota ottiene un guadagno netto di 525 euro, che scendono a 480 con il nuovo regime.

Per l’industria italiana, l’aumento segna un ulteriore passo verso la perdita di competitività rispetto ai concorrenti esteri a causa del diverso meccanismo di imposizione. I prodotti domestici, infatti, sono tassati in capo al fondo, ossia sul maturato, mentre quelli stranieri lo sono sul realizzato, cioè su quanto effettivamente l’investitore guadagna al momento della vendita delle quote.

In una lettera a Romano Prodi, pubblicata il 28 settembre su alcune testate giornalistiche, il presidente di Assogestioni, Guido Cammarano, ha sollecitato un cambiamento dell’attuale meccanismo per evitare che il risparmio italiano emigri oltre confine. Secondo le ultime statistiche dell’associazione di categoria, il patrimonio gestito supera i 1.100 miliardi di euro, di cui circa 260 miliardi (23,6%) sono affidati a società estere o filiali straniere di case italiane.

Il dato è in costante crescita. Nel solo secondo trimestre del 2006, i fondi domestici hanno registrato riscatti per 14 miliardi a fronte di una raccolta netta di 6,4 miliardi realizzata da quelli non domiciliati nel nostro Paese. Negli ultimi tre anni i flussi diretti verso i prodotti italiani sono stati negativi per 59 miliardi e sono migrati oltre 90 miliardi. Molte società domestiche hanno ampliato la gamma lussemburghese o irlandese ed è in aumento il numero di quelle che intendono costituire sicav oltreconfine per poter competere sul mercato europeo ad armi pari (Anima sgr ha imboccato l’anno scorso questa strada e Nextam Partners ha recentemente annunciato di aver avviato il processo di istruttoria per farlo).

Il rischio che il risparmio italiano venga gestito interamente fuori dal Paese è concreto, se non saranno equiparati i meccanismi di prelievo, con conseguenze pesanti anche per le finanze pubbliche. Come rileva Cammarano, infatti, per ogni miliardo che migra, lo Stato perde un potenziale gettito fiscale di dieci milioni.

L’attuale sistema non giova a nessuno: gli investitori pagano il prezzo di minori performance se il fondo ha un credito d’imposta (una posta illiquida che si crea quando il risultato di gestione è negativo), le società non sono competitive rispetto a quelle estere e sono costrette a sostenere i costi della costituzione di veicoli domiciliati in altri Paesi, l’erario ha minori introiti perché i capitali escono dall’Italia. Eppure da anni giace in Parlamento una proposta di riforma che non è mai stata approvata. Con l’innalzamento delle aliquote, la questione è diventata improcrastinabile se si vuole evitare che i risparmiatori siano privati di uno strumento d’investimento semplice e trasparente


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Francesco Fusco


Promotore Finanziario Finecobank