Ravello sabato Beato Bonaventura torna a Potenza

0

 


Ravello il Santo pellegrino Beato Bonaventura sabato traslato per tornare a Potenza


 


Le spoglie del Beato Bonaventura sabato saranno traslate a Ravello e dopo 44 anni andranno a  Potenza Il prossimo 30 settembre con una cerimonia davanti alle autorità ecclesiastiche ed istituzionali al chiostro di San Francesco (che custodisce il corpo del Beato Bonaventura da Potenza e diversi suoi cimeli),  sarà traslata l’urna contenente il corpo del Beato Bonaventura che verrà portata a Potenza per il bicentenario della Provincia. A darne l’annuncio il sindaco di Ravello Paolo Imperato ed il sindaco di Potenza Vito Santarsiero. Nello scorso mese di giugno, in occasione della cerimonia annuale di offerta, da parte della comunità potentina, dell’olio per la lampada che arde dinanzi alle sacre spoglie del Beato, il Sindaco potentino aveva manifestato il desiderio della Città di poter ospitare, nell’anno del Bicentenario di Potenza capoluogo della Basilicata, il corpo del Beato. In successivi incontri con il Sindaco di Ravello Paolo Imperato, con l’arcivescovo di Potenza monsignor Agostino Superbo e quello di Amalfi monsignor Orazio Soricelli, con il Ministro Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, padre Michele Alfano, ottenute le autorizzazioni, sono stati definiti i dettagli del trasporto e della presenza a Potenza delle reliquie del Beato Bonaventura che si fermeranno dal 30 settembre al 15 ottobre. L’ultima presenza delle sacre spoglie nel capoluogo lucano risale al 1962 quando in occasione del pellegrinaggio del ‘Santo della Costiera’ nei luoghi e paesi del suo apostolato, l’urna si fermò a Potenza per preparare il popolo potentino allo straordinario evento del Concilio Vaticano II. A Potenza, inoltre, dal 1994 è sorta nel quartiere di Malvaccaro la Parrocchia intitolata al Beato, nostro concittadino nato in uno dei vicoli di via Pretoria. L’urna del Beato giungerà a Potenza nel pomeriggio del 30 settembre e sarà ufficialmente accolta in piazza Mario Pagano.  Da dove torneranno il 15 ottobre a Ravello.


 


Chi è Beato Bonaventura e perché è a Ravello


 


Nato a Potenza come Antonio Carlo Gerardo Lavanga nel 1651, entrò tra i Minori conventuali a 15 anni. Girò per tanti conventi campani: Aversa, Maddaloni, Amalfi, Ischia, Nocera Inferiore (vi fu maestro dei novizi), Sorrento, Napoli e, infine, Ravello, dove morì per una cancrena nel 1711. Fu esempio di umiltà. Ma, pur non essendo dotto, colpiva anche per la profondità teologica della sua predicazione. A lui sono attribuiti numerosi prodigi. Vide l’anima della sorella salire in cielo, guarì un lebbroso. A Napoli, nel convento di Sant’Antonio a Porta Medina, il suo misticismo si manifestò con numerose elevazioni da terra. Si prodigò anche per gli appestati. È beato dal 1775


Nella Lucania, antica regione, vi sono santuari che la pietà intensa dei fedeli ha voluto costruire in luoghi aspri quasi inaccessibili ma da poter vedere da molte angolazioni panoramiche, quasi come fari indicanti la spiritualità. E in questo contesto così religioso vi erano disseminati un po’ dappertutto conventi con gruppi di frati che garantivano l’unione continua dei fedeli con Dio.
Anche a Potenza vi era un convento dedicato a s. Francesco e in questa comunità iniziò le sue frequentazioni Antonio Carlo Gerardo Lavanga, nato nei primi giorni di gennaio del 1651 (fu battezzato il 4 gennaio), qui ebbe l’occasione di conoscere e capire lo stile della loro vita, povera per scelta, d’ubbidienza al superiore, di abnegazione altruista e sentì, adolescente, la chiamata di Dio a quella vita interiore.
A 15 anni entrò fra i Minori Conventuali di Nocera Inferiore, sede del Noviziato francescano, cambiò il nome in fra’ Bonaventura da Potenza, quale simbolo di cambiamento totale di vita, superate le iniziali prove, fu inviato ad Aversa e Maddaloni per approfondire gli studi in vista del sacerdozio, ma qui l’ambiente era dissimile da quello iniziale potentino che l’aveva affascinato nella sua spontanea povertà, cosicché gli si creò un disagio interiore che portò i comprensivi superiori a spostarlo prima in un paesetto irpino e poi ad Amalfi dove incontrò un suo conterraneo padre Domenico Girardelli, il quale divenne sua guida e da quello spirito ribelle e scalpitante qual’era divenne il cosciente ubbidiente e l’esecutore entusiasta di ogni parola di Dio attraverso i suoi vicari (cfr. Fra Bonaventura da Potenza,p. Silvio Stolfi 1998).
Nel convento amalfitano cominciarono a verificarsi episodi quasi miracolosi che testimoniavano la completa fiducia in chi gli comandava qualcosa anche la più assurda. Tale semplicità d’animo gli meritò la gioia di diventare sacerdote, ordinazione avvenuta nel 1675.
Rimase ad Amalfi otto anni, vivendo in una simbiosi stupenda e spirituale con l’ormai vecchio frate Domenico Girardelli; destinato a Napoli, si lasciarono in lagrime con il presentimento di non rivedersi più.
Andò in vari conventi passando come un esempio vivente della povertà francescana più stretta, edificando i confratelli con la sua vita dedita tutta all’ubbidienza; era solito dire: “Signore, sono un servo inutile nelle tue mani”. Per la santità che emanava, fu incaricato di formare i nuovi frati nel Noviziato di Nocera Inferiore, dove fu maestro di un rigore di vita aspro, impegnativo, di una stima profonda della povertà, auspice il ritorno alle origini del francescanesimo.
A Napoli, Ravello, Ischia, Sorrento fu tutto un susseguirsi di episodi di premonizioni che padre Bonaventura faceva a tanti conoscenti anche vescovi, nobili, confratelli, fatti che poi puntualmente anche con il tempo si avveravano. Vide l’anima della sorella volare al cielo mentre lui era in viaggio per raggiungerla moribonda a Potenza, così da poter invertire il viaggio di saluto ormai non più necessario.
A Ravello abbracciò un lebbroso e questi guarì all’istante, ad Ischia rimase nove anni disseminando il suo cammino di prodigi, il popolo ischitano si raccolse tutto sulla spiaggia a salutarlo quando dovette imbarcarsi per una nuova destinazione.
Nel convento di s. Antonio a Porta Medina a Napoli la sua ascetica si evidenziava anche con elevazioni da terra durante le intense preghiere; la sua predicazione pur non essendo lui titolato con dottorato, era così profonda e teologica da lasciare interdetti i suoi dotti confratelli di S. Lorenzo Maggiore,. La peste a Napoli scoppiata nel XVII secolo, lo vide in primo piano nell’assistenza personale degli appestati.
All’inizio del 1710, ormai vecchio e malato, con i postumi di una cruenta operazione chirurgica per una cancrena ad una gamba, subita a Napoli, fu inviato al convento di Ravello e se lui non poteva scendere fra gli abitanti della divina Costiera, erano questi che a frotte salivano al convento per ricevere conforto, attratti dagli innumerevoli prodigi che operava ed a Ravello morì il 26 ottobre del 1711, fra il pianto popolare e con il suono delle campane sciolte in un concerto di gloria.
Beatificato da papa Pio VI il 26 novembre 1775.