MORTO LO SCRITTORE EGIZIANO NAGUIB MAHFOUZ, NOBEL NEL 1988

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IL CAIRO – Lo scrittore egiziano Naguib Mahfouz, premio Nobel per la letteratura, e’ morto oggi in un ospedale al Cairo. Lo ha detto la televisione egiziana. Le condizioni di salute dello scrittore egiziano, 94 anni, premio Nobel per la Letteratura, si erano aggravate una settimana fa.

In ospedale dal 16 luglio, dopo una caduta in casa che gli aveva procurato una ferita alla testa, Mahfuz, dopo un leggero miglioramento ha avuto una grave emorragia al colon.

Lo scrittore era stato ricoverato nello stesso ospedale cairota dove era stato curato nel 1994 in seguito al tentativo di omicidio da parte di integralisti islamici.

Nato nel dicembre 1911 al Cairo, Mahfuz e’ autore di una cinquantina di romanzi, tra cui la ‘Trilogia del Cairo’ (1956-57), ‘Il ladro e i cani’ (1961) e ‘Il nostro quartiere (1975).

IL PRIMO ARABO A VINCERE UN NOBEL
Gli italiani lo scoprirono nel 1988, quando l’Accademia di Svezia gli assegno’ il Nobel per la Letteratura, il primo ad uno scrittore arabo. Ma Naguib Mahfouz, morto oggi al Cairo, dove era nato 94 anni fa, era gia’ allora in patria uno degli scrittori piu’ noti e considerati, per la sua opera di romanziere, alla quale ha sempre affiancato l’attivita’ di commediografo e sceneggiatore, oltre a collaborare con le maggiori testate egiziane.

Nato nel 1912, laureato in letteratura e filosofia, Mahfuz esordi’ con ”Abas al akdar”, ma il successo di pubblico e di critica arriva parecchi anni piu’ tardi (dopo il colpo di stato in Egitto, nel ’52, lo scrittore interruppe le pubblicazioni per cinque anni) con un ciclo narrativo legato alle esperienze della sua generazione, intitolato ”Hams el ghihinun”.

In Italia, dove le prime opere del Nobel egiziano sono pubblicate da Feltrinelli nel 1989 (il romanzo ”Il vicolo del mortaio” e la raccolta ”racconti del nostro quartiere), la trilogia ”Hams el ghihinun” e’ tradotta dall’editore Tullio Pironti, con tre titoli che valgono altrettanti successi: ”Il palazzo del desiderio”, ”Tra due palazzi” (oltre 50mila copie vendute in Italia), ”La via dello zucchero”.

Suo e’ anche un vasto affresco storico sulla civilta’ dei Faraoni (”Radubis”, scritto nel ’43), mentre ”La saga degli Harafish”, del 1977, e’ considerato dalla critica una delle opere piu’ significative.

Scrittore amato ma anche odiato, Mahfuz. Accusato di blasfemia dagli integralisti islamici, tanto che alcune delle sue opere sono state all’indice per anni nello stesso Egitto perche’ le autorita’ religiose le giudicavano ”irriverenti verso la religione”. Inviso al punto, negli ambienti della Jihad islamica, da meritarsi una condanna a morte come l’indiano Salman Rusdhie. A scatenare la persecuzione, in particolare, il suo libro piu’ contestato, ”I ragazzi del nostro quartiere”, scritto nel 1959 e a lungo censurato in Egitto e in Libano.

Per lui, le prime minacce di morte arrivarono un anno dopo il Nobel, a maggio dell’89. La polizia gli offri’ protezione. Lui, che aveva gia’ 77 anni, rifiuto’: ”potrebbe disturbare la mia vita e sconvolgere le mie abitudini quotidiane”, spiego’ poi ai giornali.

Dopo quel giorno, cinque anni di pace. Poi la Jihad passa ai fatti: e’ il 14 ottobre del ’94, un giorno a suo modo speciale, perche’ sesto anniversario della assegnazione del Nobel. Mahfuz, appena uscito di casa, sta salendo sull’auto del quotidiano ‘al Ahram’, sul quale tiene una rubrica settimanale. L’attentatore lo avvicina come uno dei tanti ammiratori e lo aggredisce con due coltellate. Lui, colpito alla gola, si salva per miracolo. Per l’attentato vengono arrestati e processati sette estremisti islamici.

”Abbiamo scelto il coltello – confessano alla polizia – perche’ la Jamaa Isalmiya voleva torturare la vittima a lungo prima di farla morire di morte lenta”. Qualche mese piu’ tardi, due di loro saranno condannati a morte e impiccati.

Dopo la guarigione, Mahfuz, che nonostante l’eta’ sempre piu’ avanzata continua instancabile il suo impegno letterario e anche civile, riprende le abitudini di sempre. Rimane al Cairo, citta’ che non aveva lasciato neppure per andare a ritirare il Nobel (in quell’occasione, al suo posto andarono le figlie accompagnate dall’ambasciatore di Svezia in Egitto) con la moglie Atteyat-Allah (che in arabo significa dono di Dio) e le figlie Fatma e Oum Kalsoum. E continua a scrivere. L’ospedale in cui e’ morto oggi, a un passo dalla sua abitazione, e’ lo stesso in cui venne ricoverato all’epoca dell’attentato.

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Michele De Lucia