Rifondazione dalla lotta al Governo?

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La candidatura (ormai unica) di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera non provoca agitazione solo nella coalizione di centro-sinistra. La scelta “istituzionale” del segretario e l’entrata nel prossimo governo Prodi di esponenti di Rifondazione sta provocando più di qualche mal di pancia in una parte della dirigenza e della base del Prc. Il partito deve metabolizzare in pochi giorni una cultura di governo che sostituisca quella dell’opposizione che lo ha attraversato e sostenuto sin da quando nacque da una costola del Pci quando il vecchio partito comunista intraprese con maggior decisione la sua marcia riformista e socialista.



Tra l’altro la “partenza” del segretario verso i vertici delle istituzioni repubblicane apre un problema di successione, che sembra essere già stato risolto. Lo ha annunciato lo stesso Bertinotti a margine del comitato politico del Prc che si è tenuto sabato a Roma. Suo successore sarà probabilmente Franco Giordano (l’attuale capogruppo alla Camera). «Dopo le consultazioni in atto gli organismi del partito discuteranno la situazione che si presenterà nel caso io diventassi presidente della Camera. Non è una novità che dalle consultazioni uscirebbe la candidatura di Franco Giordano alla guida del partito». Bertinotti però sottolinea: «sono gli organi del partito a decidere la successione nel caso si verificasse “l’evento”. C’è infatti un “se” impegnativo, vediamo se il condizionale diventerà presente».


Ma il problema dentro Rifondazione è quello della linea politica più che degli assetti interni. Bertinotti cerca di mettere insieme l’anima di lotta e la prospettiva di governo richiamandosi ad una prospettiva altermondista. «L’Unione – sostiene Bertinotti – dovrà essere il ponte tra il governo e il popolo, si dovrà favorire la costituente di un popolo. L’ispirazione riformatrice dell’Unione dovrà favorire l’individuazione di una nuova fisionomia di società da trasmettere al Paese. Da Lula e da Chavez dobbiamo prendere la capacità di suscitare energia, l’idea della rinascita, della ricostruzione di un popolo». La vittoria elettorale dell’Unione, secondo Bertinotti, ha segnato la fine «dell’era berlusconiana», ora dovremo «impegnarci per una realizzazione coerente del programma. Non ci interessa alzare bandiere di partito, ma realizzare la riforma per il Paese». Bertinotti indica due punti fondamentali: la pace e la questione sociale, a partire dalla lotta contro la precarietà. Il segretario di Rifondazione sintetizza in una frase: «autosufficienza del governo, ma costruzione nel Paese di una base sociale più ampia» in favore del processo riformatore.


Una impostazione che non viene ricevuta benissimo dalle agguerrite minoranze di Rifondazione, trotzkisti di Sinistra critica e l’area che fa riferimento a Marco Ferrando. «Non accetteremo la svolta di governo senza una verifica democratica all’interno del partito» dice Marco Ferrando confermando il suo no alla linea indicata da Fausto Bertinotti e chiede una consultazione del partito sia per verificare i consensi al sostegno del governo Prodi sia alla scelta di dar vita alla Sinistra europea. Facendo balenare l’ipotesi di una scissione: «Nel caso la verifica democratica non ci fosse – afferma Ferrando – assumeremo tutte le debite conseguenze di questa decisione della maggioranza del partito». In particolare, l’esponente trotzkista, non candidato alle ultime politiche per le sue affermazioni su Nassiriya, parla di un «appello rivolto a tutti i comunisti, all’interno e all’esterno del partito, per discutere insieme le prospettive della rifondazione comunista».


Per i troztkisti, Salvatore Cannavò ha detto durante il comitato politico che «da oggi in poi le centralità per il Prc sono due: i contenuti programmatici e la sua autonomia dal governo. E un primo banco di prova sarà il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan: su questo punto nell’Unione non c’è accordo, ma Rifondazione non può votare una missione di guerra contraddicendo un punto centrale della propria storia e della propria identità». Un’affermazione, quest’ultima, che ha provocato un’immediata reazione da parte di Bertinotti. «E che facciamo cadere il governo…?» ha reagito il segretario che ha così dato un segnale preciso della direzione su cui intende far muovere il partito all’interno dell’alleanza di centro sinistra.