Muore Romano Mussolini il jazzista figlio del Duce

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E’ morto nella notte di giovedi’ Romano Mussolini, ultimo dei cinque figli del duce ancora in vita, noto jazzista, padre dell’onorevole Alessandra Mussolini. Aveva 79 anni. Era ricoverato all’ospedale Sandro Pertini dal 21 gennaio e la notizia della morte è stata diffusa dal sito della figlia Alessandra con una comunicazione secca: “Venerdì 3 febbraio 2006 alle ore 2.30 Dio ha chiamato a se’ Romano Mussolini”. I funerali si terranno domani alle 12 nella chiesa dei Santi Angeli Custodi in piazza Sempione, nel quartiere Montesacro a Roma. I familiari, presenti nel pomeriggio alla camera ardente allestita all’ospedale Pertini, hanno reso noto che Romano Mussolini sarà sepolto a Predappio, accanto alla tomba dei genitori, Rachele e Benito. Romano era il piu’ giovane dei maschi nati dal matrimonio di Benito Mussolini e donna Rachele Guidi. Jazzista di fama internazionale, grande pianista e apprezzato pittore, Mussolini era nato nel 1927 a Carpena, Forlì. Sposato in prime nozze con la sorella di Sophia Loren, Maria Scicolone, e in seconde nozze con l’attrice Carla Puccini, era padre di tre figlie. Dal primo matrimonio aveva avuto Elisabetta e Alessandra, già esponente di primo piano di Alleanza Nazionale e oggi deputato europeo per Alternativa Sociale. Dal secondo matrimonio Rachele, chiamata così in ricordo della madre. A trasmettergli la passione musicale e’ stato il fratello Vittorio, grande appassionato di cinema che, fin dall’infanzia, gli faceva ascoltare i suoi dischi. Teoricamente i due ragazzi non avrebbero potuto vedere o ascoltare fuori di casa quei film o quei dischi vietati dalla censura imposta al Paese dal loro papà. In un certo senso quindi Romano Mussolini ha avuto un ruolo “rivoluzionario” per la storia della musica jazz in Italia avendo cominciato a incidere dischi alla fine degli anni Quaranta. Le sue prime prove professionali sono state un quartetto insieme a Carlo Loffredo con cui ha inciso un disco abbastanza famoso tra i collezionisti “How high the moon”. Il momento più felice della sua carriera è compreso nei decenni 50 e 60 quando insieme a Nunzio Rotondo, trombettista tra i più prestigiosi del jazz italiano, partecipò al Festival internazionale del jazz di Sanremo. Al 1957 risale invece l’incisione in trio con Carlo Loffredo al contrabbasso e Pepito Pignatelli alla batteria sotto lo pseudonimo di Romano Full. Romano Mussolini gia’ allora si era affermato come pianista dotato di una buona tecnica, cosa non molto comune nell’Italia dell’epoca, dove il jazz si muoveva in un ambito ristrettissimo e i musicisti avevano una preparazione assolutamente autodidatta ed estemporanea. In più la maggior parte del materiale a disposizione era di jazz tradizionale cosa che ampliava la differenza di preparazione con il jazz americano. Romano Mussolini ha suonato accanto ad alcuni dei migliori solisti italiani da Dino Piana a Enzo Scoppa, da Gil Cuppini a Franco Tonani: ha avuto anche esperienze professionali con musicisti americani e ha suonato anche negli Stati Uniti. Nonostante non abbia mai rinnegato il suo passato ingombrante, Mussolini ha sempre saputo mantenere una certa distanza rispetto alle vicissitudini della sua famiglia, aiutato forse in questo dalla fama che ha avuto come musicista e dal suo estremo riserbo. Solo negli ultimi anni della sua vita, quando ormai della famiglia non era rimasto più nessuno, Romano si è deciso a raccogliere quegli appunti gelosamente custoditi per una vita, le memorie dirette, le testimonianze e le confidenze del capo del fascismo, che negli ultimi anni sempre più spesso si era confidato con lui, per dare alle stampe “Il duce mio padre”. Un’esperienza replicata l’anno dopo, con un nuovo lavoro, uscito sempre per i tipi della Rizzoli, “Ultimo atto. Le verità nascoste sulla fine del duce”. Dal primo dei due saggi esce fuori un ritratto inedito di Benito Mussolini raccontato attraverso le sue stesse parole: Romano rievoca confidenze e memorie del padre, raccontando per la prima volta il fascismo visto ‘dall’interno’, a cominciare dai ricordi felici dell’infanzia dorata trascorsa con la famiglia a Villa Torlonia fino alla fucilazione del duce e di Claretta Petacci nel 1945.


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