Il gip: utilizzabili le telefonate di De Luca

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«Mi pare che ci siamo…» dice agli avvocati la pm Gabriella Nuzzi poco dopo le quindici e trenta, mentre varca la soglia dell’aula della seconda sezione penale del tribunale di Salerno. Si, ci siamo, perchè il gip Gaetano Sgroia tra pochi minuti sarà in aula, nella camera di consiglio, per leggere l’ordinanza con la quale disporrà l’ammissibilità e, quindi, la utilizzabilità, delle intercettazioni telefoniche «indirette» del deputato Vincenzo De Luca. Vanno tutte a Roma le telefonate del parlamentare, secretate. Accompagneranno la richiesta di autorizzazione a procedere che, per fine mese, il gip Sgroia dovrà inoltrare alla Camera dei Deputati. La procura vince un round, la pm Gabriella Nuzzi abbandona l’aula in silenzio e, di corsa, torna nel suo ufficio al terzo piano. L’avvocato Paolo Carbone, difensore di De Luca e Felice Marotta (presente all’udienza fin dall’inizio, ore nove e trenta) commenta: «A noi va bene così, si tratta di atti indifferenti, che non ci toccano. La scelta del gip è estremamente equa, adottata con scrupolo, coraggio e intelligenza, oltre ad essere garantista nei confronti dell’indagato». Si chiude così la giornata in tribunale, iniziata poco dopo le nove e trenta, nella quale bisogna dceidere su quelle telefonate intercettate a De Luca. Secretate, ma tutte riguardanti – come assicura la difesa – questioni di vita amministrativa, dalle varianti urbanistiche a problemi di più infimo quotidiano, come il chioscho da rimuovere. C’è tutto De Luca, in quelle telefonate, con la rabbia del fare. «Sì, – dirà Paolo Carbone nella discussione – c’è la passione politica e civile che sconfina in ipotesi di formali illegittimità pur di poter conseguire un risultato utile alla collettività». Ma quelle 260 telefonate, intercettate in maniera «indiretta» (135 partite dal telefono di Felice Marotta, 115 dal cellulare di Alberto Di Lorenzo, le altre fatte dall’ingegnere Santopietro e dal costruttore Enzo Grieco) per la procura sono indizio di colpevolezza: «Celato dalle diffuse dichiarazioni programmatiche è preciso intento del De Luca – scrive la pm – asservire l’azione amministrativa locale al soddisfacimento di ben circoscritti interessi politici ed economici». Bastano le telefonate di De Luca per chiedere gli arresti domiciliari, poi respinti dal gip e che torneranno al centro dell’udienza del tribunale del Riesame? La difesa sostiene: «Decisamente no». La procura: «C’è una molteplicità di ulteriori e diversi elementi di prova». Anche prescindendo dalle telefonate indirette, insiste la Procura quando torna a chiedere gli arresti domiciliari. «Il complesso delle risultanze istruttorie ben avrebbero potuto giustificare da parte del gip l’inoltro alla Camera dell’autorizzazione a procedere ai fini dell’applicazione della misura cautelare personale, a prescindere dal vaglio sulla necessità delle intercettazioni telefoniche indirette». Nei confronti del parlamentare ds la procura chiese al gip gli arresti domiciliari, con tre richieste cautelari (19 novembre 2004, 21 e 22 luglio 2005) ipotizzando i reati di associazione a delinquere, concussione (per aver chiesto «indiretto beneficio» al Comune; quindi, senza alcuna percezione diretta di danaro, così come nell’identica accusa al sindaco De Biase), minacce a organo politico (dimissioni Martino) e truffa (capitolo proroghe cassa integrazione). De Luca non poteva essere «direttamente» intercettato sulle sue utenze telefoniche; in tal caso sarebbe stata necessaria acquisire preventivamente l’autorizzazione a procedere della Camera dei Deputati. E queste telefonate, cosiddette indirette, sono disciplinate dall’articolo 6 della legge 140 varata due anni fa e sulla quale fu già sollevata questione di incostituzionalità dalla Cassazione. La Corte costituzionale dichiarò la questione inammissibile.


ANTONIO MANZO


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