La crisi della finanza, l’attualità tra pensiero politico ed economia e la modernità di Machiavelli, di Micol Bruni.

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione della brava studiosa Micol Bruni sul tema “La crisi della finanza, l’attualità tra pensiero politico ed economia e la modernità  di Niccolò  Machiavelli.

 

 

 

La crisi della finanza, l’attualità tra pensiero politico ed economia e la modernità  di Niccolò  Machiavelli.

 

di Micol Bruni   

 

 

 

Si governa con una “giusta” politica e con una “sana” economia. Ma economia e politica, e viceversa, devono poter convivere. La democrazia e lo sviluppo di una Nazione dipendono dal loro “saper” accettare le “regole” in una società ormai post economica stessa. Il potere “manifestato” con la politica delle idee trova nella politica dell’interazione tra economia ed esercizio del pensiero, come strumento per porre in essere il raccordo tra sviluppo e  strumenti dello sviluppo stesso, un asse concordato tra modelli di finanza e “mezzi” che creano investimento.

 

Una delle chiavi di lettura tra economia e politica è stata offerta anche da Niccolò Machiavelli. L’antropologia dell’economia si specchia nel rapporto tra politica e società.

 

“Il Principe”, da questo punto di vista, potrebbe risultare un manifesto per un esercizio della politica attraverso le realtà dell’economia. “Giustificare”, così, la durata o la caduta di un potere è il far venir meno la dialettica e la prassi proprio tra i due capisaldi che reggono, e hanno retto, le società allontanandole dal “familismo amorale” tanto caro alle società con tradizioni arcaiche.

 

In fondo uno Stato moderno si regge proprio nella capacità di rendere “osmotico” il rapporto tra la funzione della politica e la prassi della politica, distribuita come progettualità su basi economiche. Non c’è alcuna rottura di pensiero tra la filosofia della politica e l’economia della politica stessa.

 

Machiavelli sta alla base di una ragione della politica come pensiero diffuso. L’economia, per Machiavelli, veniva chiamata in causa come un discutere di “affari” attraverso i mezzi della politica. Entrambi hanno una loro etica.

 

Se si raccordano i progetti politici con lo spazio o la geografia delle economie sommerse, diffuse o accorpate, dilatate, estremizzate o corte si individua un processo che diventa stabile, se pur in un tempo dimensionato, attraverso l’etica della convivenza della coordinazione tra il presente quotidiano e il presente individuato nel post – quotidiano.  

 

Se di attualità si vuole parlare “Il Principe” diventa il perno intorno al quale poter stabilire i limiti della politica e le differenziazioni dell’economia applicata al pensiero rinascimentale. L’arte della politica, nelle società in transizioni, diventa la virtù di una funzionalità dell’economia nei contesti storici. L’esercizio della politica, senza una visione economica di una Nazione, resterebbe come sostanza di una metafisica della filosofia. Ma la filosofia della politica trova la sua applicazione proprio nella funzionalità di uno Stato che riesce a governare.

 

Lo Stato va governato con la democrazia della politica e con l’applicazione delle regole in un sistema di economia dell’equilibrio tra risorse reali e vocazioni custodite. Un’economia avanzata nasce da una politica articolata su elementi di breve e lungo sviluppo. Machiavelli resta, chiaramente, l’interprete moderno di questo dialogo. Nel momento in cui questo rapporto dovesse venir meno un sistema istituzionale imploderebbe.

 

D’altronde anche gli Stati cosiddetti totalitari trovano il loro blocco proprio nell’implosione della ragione politica in uno scontro con l’economia della ragione. Machiavelli è anche un anticipatore ed è per questo che nei miei studi è stato considerato un pensatore “di mezzo”. Tra due epoche o due mondi. Quello dell’Umanesimo puro, che però nasceva dalle ceneri degli “Affari” fiorentini tardo trecenteschi, e quello della Ragion pratica che legherà il Rinascimento allo sviluppo del Banco di Napoli, sul quale si è costruito il Regno di Napoli e si è strutturata l’Unità d’Italia.

 

Senza il raccordo tra politica ed economia non ci sarebbe stata la visione di un’Unità d’Italia che è già nell’esperienza, a priori (nel bene e nel male), de “Il Principe”. La “caduta” politica del Regno di Napoli si incentra sul ruolo che ha svolto il Banco di Napoli in tutto il contesto italiano, focalizzando nel Sud la forza motrice e trainante tra economia e politica o tra dissenso dell’economia nell’esercitare una politica tra i Borbone e la visione cavouriana.

 

Machiavelli anticipa questo discorrere politico e offre alla politica quella dimensione filosofica nel patto sempre più stretto con gli “Affari”, ovvero con l’economia.

 

Machiavelli non va riletto analizzando il suo tempo. Politicamente va registrato nella temperie della nostra contemporaneità. Solo così potremmo capire che i processi politici non hanno alcuna parentesi all’interno degli stessi processi economici.