In ricordo di Pasquale Stanzione

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Scatti dal palco n°3

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Entrava in punta di piedi Pasquale Stanzione nel palco n°3 del primo ordine, un palco infame per ascoltare e vedere l’opera lirica, che il teatro Verdi riserva alla stampa. In punta di piedi anche i commenti, in particolare sull’esecuzione, qualche riflessione più tecnica sulla luce e sulla regia. E’ in questo palco affollato dai diversissimi rappresentanti delle testate, sempre presenti alle prime del massimo cittadino, che ho conosciuto più a fondo Pasquale, un’ombra attesa la sua, solo qualche volta, sempre per eccessivo riserbo, accompagnato dalla sua Rossella. E’ un palco allegro il mio, tanti scambi di giudizio, qualche anticipazione sulla recensione dell’indomani, il saluto nell’intervallo degli orchestrali amici, qualche “mala parola” del M° Antonio Florio, la cronaca di colore della Primicerio, le incursioni della Rosanna Di Giuseppe, e ancora Alfredo Tarallo, il padrone di casa Antonio Marzullo. In questo bailamme, le macchine silenziose di Pasquale, le vere protagoniste, poiché non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui, attraverso quel fertile concetto che è l’ inconscio tecnologico. Pasquale lasciava agire la sua macchina come strumento in grado di produrre registrazioni di memorie autonome, favorendo il sorgere di comportamenti, relazioni, funzioni fondamentali per la definizione del significato stesso di fotografia. Il fotografo, strutturando l’immagine secondo le proprie convinzioni estetiche e vivendole come oggettive, si perde in una situazione tautologica dove incontra altro che le proprie proiezioni; l’immaginario viene vissuto come reale e la fotografia diventa il luogo dei miraggi, dei sogni e dei fantasmi. Il segno fotografico di Stanzione è un dare testimonianza della presenza delle cose, rendendo sensibile lo spazio che le separa e che le tiene unite. L’altr’ieri Pasquale ha riconquistato quella libertà che ha regalato in tanti anni di grande professionalità al nostro sguardo, quell’impegno totale del corpo nella fotografia, attraverso cui si sono nel tempo annodati anche rapporti più personali, più intimi, che ci hanno portato a far parte della scena a fianco a lui. Oggi gli dobbiamo la sua iridescenza di passeggero dall’occhio clandestino, lasciando, che le immagini del passato scivolino, senza spingerle.

 

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