Salerno accusato ingiustamente di pedofilia finalmente vede sua figlia

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SALERNO — C’è una bella e una cattiva notizia nell’assurda vicenda umana di Fabrizio Falanga, 51 anni, collaboratore assicurativo a Salerno: la bella è che ha avuto l’affido condiviso della figlioletta di tre anni e mezzo, Sophia (nome di fantasia), con cui adesso trascorrerà il Capodanno. La cattiva notizia è che per ottenerlo ha dovuto aspettare due anni e mezzo nel corso dei quali ha lottato a denti stretti, tra l’altro, con l’accusa più infamante che si può rivolgere a un padre, quella di pedofilia. Ma andiamo per ordine: nel 2009 Fabrizio, separato dalla moglie da cui ha avuto una figlia oggi sedicenne, conosce Eugenia Ciobanu, 29 anni, di nazionalità moldava. Dalla loro relazione nasce Sophia, vittima inconsapevole di un aspro dissidio familiare. Le cose infatti tra i due cominciano presto a non andare più bene, Eugenia accusa Fabrizio di maltrattamenti e riduzione in schiavitù e non esita a denunciarlo ai carabinieri. Nel maggio 2011, su autorizzazione del Tribunale dei minori, mamma e figlia vengono collocate prima alla comunità «Albero della vita», a Castiglione del Genovesi, e poi da lì trasferite presso le suore francescane alcantarine del «Centro Orizzonte» di Passiano, a Cava de’ Tirreni. Per Fabrizio, dopo un iniziale momento di tensione con gli operatori della comunità, a suon di querele reciproche e di plateali proteste davanti alla sede del Tribunale dei minori, inizia la trafila dei cosiddetti «incontri protetti» con la figlioletta, prima due volte e poi tre volte a settimana per la durata di due ore ad incontro. «Quando ormai ero stato autorizzato ad avere incontri liberi con Sophia ogni giovedì dalle 13 alle 18 e ogni sabato o domenica, a settimane alterne, dalle 10 alle 19 – racconta Falanga – reitero attraverso i miei difensori, Elena Del Vecchio, Marianna Grimaldi e Lorenzo Iacobbi, l’istanza di affido condiviso». Tutto lascerebbe pensare ad una soluzione positiva del caso se non intervenisse come un pugno in pieno volto la più squallida delle accuse, quella di pedofilia, a bloccare tutto. «La coordinatrice delle suore – riprende Falanga – che poi è stata trasferita comincia a produrre una serie di denunce contro di me, prima al Tribunale per i minori e poi alla Procura, raccontando quanto la piccola Sophia avrebbe detto di ritorno dall’incontro con me». Frasi inequivocabili: «papà mi ha spogliato, ha strappato le lenzuola, papà ha fatto il monello», oppure «lo sai che papà ha il pisolino serpente?» Altro che affido condiviso, si torna agli incontri protetti con l’incubo che, dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati, possa addirittura scattare il carcere e l’unanime riprovazione sociale. «Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo – interviene Falanga – nonostante le relazioni sul mio conto redatte da tutti i servizi sociali mettessero in risalto una buona capacità genitoriale io ero considerato addirittura un pedofilo, un pericolo pubblico!» C’è qualcosa che non quadra e se ne accorgono anche in Procura quando in data 9 ottobre 2013 il gip Bruno De Filippis decide per l’archiviazione del caso. «La consulenza tecnica redatta in sede di incidente probatorio – è scritto nelle carte – ha accertato che la minore non è ancora in grado di rappresentare verbalmente le proprie esperienze e di distinguere il piano della realtà da quello della fantasia e la predetta non presenta, inoltre, alcuno degli indici rivelatori di un possibile abuso». Il 6 dicembre scorso, infine, il decreto del Tribunale dei minori per l’affido condiviso. La gioia del lieto fine resta appannata da una grande amarezza: «Nelle case famiglia – denuncia Falanga – non è importante la salvaguardia del minore, prevalgono gli interessi economici. Cento euro al giorno per due anni e mezzo di permanenza là dentro significano circa 80 mila euro, normale che chi sta fuori è sempre considerato il cattivo di turno». 28 dicembre 2013