La conversazione ragionevole del quintetto con clarinetto

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Convince la performance di Giampiero Sobrino al teatro Verdi che ha proposto due gemme della letteratura cameristica per quintetto con archi

 

 

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Tra le diverse esibizioni di cui è stato protagonista il clarinettista Giampiero Sobrino qui a Salerno, certamente la performance 2013 è stata la migliore. Il clarinettista piemontese si è presentato con un interessante quartetto d’archi, Fabrizio e Gianluca Falasca, al violino, Giuseppe Mari alla viola e Andrea Noferini al violoncello, per proporre, purtroppo ai sempre pochi cultori della musica strumentale, due gemme della letteratura cameristica, il quintetto per archi e clarinetto in la maggiore K581 di Wolfgang Amadeus Mozart e l’op.115 di Johannes Brahms. L’ opera mozartiana si è fin da subito ritagliata un posto a sé stante nella vasta produzione da camera per archi e fiati, per via della sua originalità e del ruolo preminente che occupa nel repertorio clarinettistico. Il clarinetto riveste un ruolo squisitamente protagonistico, che ne mette in risalto le notevoli possibilità timbriche e dinamiche, la morbidezza e la plasticità nelle frasi legate, l’agilità e la spontaneità negli incalzanti fraseggi e nei conseguenti passaggi virtuosistici. Si tratta, come si può arguire da queste poche note, di una composizione adatta a un gruppo di virtuosi, in grado di restituire la ricchezza espressiva e le debite sfumature stilistiche, che necessitano di un perfetto equilibrio e di un notevolissimo affiatamento. Non dobbiamo poi dimenticare quanto simbolicamente questa composizione abbia a che fare con la dimensione massonica di Mozart e dello stesso Stadler, il dedicatario della misteriosa pagina, attraverso l’utilizzo di uno strumento quale il clarinetto bassetto, ricerca, intenzione, cesello, purtroppo esigue, per una esecuzione d’intenzione moderna con una scelta di filigrana sonora ancorata a una visione debitamente intimistica, ma senza le ombre necessarie che hanno relegato il quintetto in una sonorità immanentistica, in particolare nel Larghetto in Re. Le note musicali segnate sul pentagramma non suscitano emozione di per sè . L’ emozione nasce dal suono. Mozart e Brahms colpiscono nel tempo e nello spazio di una sontuosa mediazione sonora. E non basta l’alta perizia tecnica, occorre un supplemento di aura, che certamente si è intuita nel Quintetto in si minore op. 115 di Brahms, un epilogo “di quel lungo diario intimo che e’ la sua musica da camera”. L’eterogeneità dei timbri rende particolarissima questa partitura, in cui c’è la conquista di nuovi territori, di una sempre più esaltante purezza e indipendenza di suono, che con lo sguardo sfiora l’assolutamente lontano mondo in cui si muovono le divinità, “su un suolo morbido” e sfiorate “da brezze leggere”, come con miracolosa bellezza ci racconta Hölderlin nel suo Schicksalslied. Felice l’esecuzione dell’epilogo altamente meditativo ed assorto, reso tanto più cupo dallo sprofondare del clarinetto in una vera e propria catabasi dolente e rassegnata, per la quale l’accordo isolato che precede il sommesso accordo finale, assurge a piagata metafora. La formazione ci ha rivelato che il cuore di Brahms chiede d’oltrepassare i limiti della sintassi che si è imposto e gli impone di esprimersi, per vivere in un mondo che gli è proibito. Quale sia questo mondo, che connotati abbia non lo sapremo mai, è situato là, quale corpo da indagare, nelle sue pieghe più ascose, attraverso una “conversazione ragionevole” quale è stata quella del nostro quintetto. Omaggio a Giuseppe Verdi con una virtuosistica fantasia sul Rigoletto, dedicata a Gilda e ancora il lirismo purissimo del larghetto mozartiano.