Napoli rapine ai calciatori regia degli ultrà

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 Leandro Del Gaudio
Ve li ricordate quegli scippi di orologi? O quella esclation di aggressioni – spesso armate – contro i calciatori del Napoli, magari le loro mogli e fidanzate? Ecco: secondo un pentito, quegli episodi non sono un fatto isolato, ma vanno intesi oggi come un anno fa anche come una punizione o un ammonimento nei confronti degli stessi calciatori azzurri. Un modo diretto per punire atteggiamenti poco graditi allo zoccolo duro di una certa tifoseria: quando qualcuno gioca male, non partecipa alle iniziative di un certo club ultrà o, addirittura, quando qualche giocatore prende pubblicamente le distanze dal teppismo da stadio, da episodi di violenza, da risse e tafferugli dentro e fuori gli stadi.
Ed è così che in questa strategia punitiva, sarebbe finito anche Valon Behrami, a dicembre del 2012, quando due rapinatori gli strapparono un prezioso Hublot, al termine di una aggressione avvenuta alla Riviera di Chiaia. Uno scippo in piena regola, anche se poi in questo caso le cose andarono male per i malviventi, di fronte all’impossibilità di commercializzare un orologio personalizzato o al cospetto di quella refurtiva che scottava e che nessuno avrebbe mai accettato di vendere. Tanto valeva fare una sorta di marcia indietro: impacchettare l’orologio e gettarlo nell’auto della vittima, con tante scuse per il disturbo allo stesso centrocampista azzurro.
Eccola la versione di un collaboratore di giustizia, tale Salvatore Russomagno, nel corso del processo a carico dei presunti autori della rapina di Rolex e altri orologi preziosi che vede parte offesa proprio il calciatore Behrami. Ed è toccato a lui, al centrocampista azzurro, presentarsi ieri mattina in Tribunale per essere ascoltato nel corso del dibattimento a carico di un presunto specialista nelle rapine di Rolex, tale Raffaele Guerriero, arrestato un anno fa al termine delle indagini della polizia. Aula 213, nona sezione penale del Tribunale di Napoli, presidente Nicola Miraglia del Giudice, Behrami risponde alle domande del pm Frasca e offre un contributo ritenuto prezioso per sostenere le indagini. Ha confermato di aver riconosciuto l’imputato Raffaele Guerriero, ribadendo quanto aveva detto nel corso della fase preliminare delle indagini: «Ricordo chi mi fa del male – ha spiegato – ho sempre avuto la memoria fotografica, posso confermare solo quello che ho già detto fino a questo momento». Behrami non ricorda invece le fattezze di un altro presunto rapinatore, tanto che appena qualche tempo fa si era recato nel carcere di Poggioreale, assieme al pm Stefano Capuano, dove gli era stato mostrato un altro soggetto indagato per la rapina. Ieri ha invece spiegato ai giudici: «Era un orologio personalizzato, valore 18mila euro, mi venne restituito in un pacchetto lanciato nel finestrino della mia auto».
Ma in cosa consistono le accuse mosse dal nuovo collaboratore di giustizia? E come replica Behrami all’ipotesi secondo la quale quello scippo fu un tentativo di punire un calciatore poco aderente ai desiderata degli ultrà? «Non sono solito partecipare ad eventi organizzati dai tifosi – ha spiegato ieri ai giudici -, in genere vado solo dove la Società calcio Napoli mi dice di andare». Stando alla ricostruzione fornita dall’atleta, non ci sarebbero state dunque pressioni o tentativi di intimidazioni nel periodo precedente l’episodio dello scippo.
Eppure ora agli atti del processo, entra la ricostruzione di un pentito, che fa esplicito riferimento a una sorta di strategia organizzata da settori di supporter. In particolare, sotto i riflettori finiscono alcuni soggetti del gruppo Mastiffs, almeno secondo quanto ha raccontato al pm il pentito Russomagno, parlando della escalation dello scorso anno di rapine e aggressioni contro calciatori e i loro parenti. Ecco il verbale depositato ieri dinanzi ai giudici della Nona penale: «Queste rapine nei confronti dei calciatori sono punitive nel senso che avvengono quando un calciatore del Napoli gioca male, oppure non si presenta alle riunioni presso circoli sportivi, ovvero parla male dei tifosi e in particolare dei Mastiffs; in particolare i Mastiffs sono violenti e non gradiscono le dichiarazioni dei calciatori contro la violenza negli stadi, talvolta gli orologi rapinati ai calciatori sono stati anche restituiti, così a Cavani e alla moglie di Hamsik, non so chi le commise ma sono stati i Mastiffs a fare avere indietro gli orologi». Stando al pentito, inoltre, l’imputato in cella sarebbe estraneo alla rapina ai danni di Behrami, ma starebbe pagando colpe non sue. Facile immaginare che il calciatore svizzero potrebbe essere chiamato in aula per una sorta di ricognizione diretta, in un faccia a faccia con l’imputato (difeso dagli avvocati Perone e Rizzo) dinanzi ai giudici.
Resta l’accusa di una strategia punitiva, che spinge gli inquirenti a puntare i riflettori contro i Mastiffs, gruppo storico al San Paolo che, in attesa di riscontri, non devono essere criminalizzati nel loro insieme. Inchiesta condotta dal pool reati da stadio guidato dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, si cerca di stabilire eventuali connessioni rispetto a una serie di episodi che si sono verificati lo scorso campionato: il furto subìto dalla ex moglie di Cavani, ma anche l’aggressione consumata ai danni di Marek Hamsik. Anche in questo caso un episodio anomalo, che sembrava organizzato, con tanto di basisti all’interno dello stadio. Avvenne non lontano dall’impianto, si mossero alcuni malviventi non lontano dal San Paolo e in sella a degli scooter. Hamsik fu circondato mentre provava a guadagnare in auto la tangenziale. Da poco aveva giocato con la maglia da titolare il match casalingo Napoli-Sampdoria, finito sullo 0-0. Hamsik prese un palo, lo stadio restò ammutolito. Qualcuno lo attese all’esterno dello stadio, prima di strappargli il Rolex, l’aggressore gli mollò anche un pugno. Il calciatore si limitò a una semplice alzata di spalle, ricordando via tweet che in fondo, «queste cose succedono in tutte le parti del mondo».