Il suono "fraterno" del clarinetto

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Ritorna questa sera alle ore 21, Giampiero Sobrino al teatro Verdi per eseguire i quintetti di Mozart e Brahms

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Ritorna questa sera, alle ore 21, ospite del cartellone concertistico del teatro Verdi di Salerno, il clarinettista Giampiero Sobrino, vicedirettore artistico dell’Arena di Verona, il quale proporrà unitamente al quartetto d’archi, composto dai fratelli Fabrizio e Gianluca Falasca al violino, dalla viola di Giuseppe Mari, un felice ritorno nella nostra città direttamente dai fasti veneziani e dall’eccelso violoncello di Andrea Noferini, in diversi concerti protagonista del festival di musica antica, l’opera KV581 di Wolfgang Amadeus Mozart e l’op.115 di Johannes Brahms. Strumento tra i più amati da Mozart, insieme alla viola, proprio per il timbro morbido e sfumato, il clarinetto assurge con questo autore al rango di protagonista per le manifestazioni più delicate ed introspettive nell’ambito della ricerca espressiva perseguita in numerose opere. Il lavoro mozartiano si distingue per la sua ampiezza (quattro tempi anziché tre) e per la diffusa dia logicità che pervade la partitura da cima a fondo, dando vita ad una purissima gemma nell’ambito dell’intera produzione cameristica, senza per questo rinunciare all’esplorazione di tutte le possibilità  timbriche ed espressive dello strumento a fiato. “Questa è un’opera – scrive Alfred Einstein – di eccelsa musica da camera, anche se il clarinetto predomina quale primus inter pares e viene trattato come se Mozart fosse il primo a scoprirne la grazia, il dolce e morbido respiro, la profondità e la commozione. Qui non v’è dualismo fra a solo e accompagnamento, ma soltanto rivalità fraterna”. Mozart chiamò l’opera Stadler-Quintett, perché composto per l’abilissimo clarinettista Antonio Stadler. Usato per la prima volta in tutta la sua estensione, il suono del clarinetto, morbido, sensuale, agile e melodioso, si mescola con la dolcezza degli archi, creando una serena atmosfera espressione di una superiore visione dell’arte. Il carattere distensivo e affabile della composizione si rivela sin dal primo tema dell’Allegro iniziale annunciato dagli archi e ripreso e sviluppato dal passaggio delle biscrome del clarinetto. Viene quindi il secondo tema più nostalgico e meditativo che dagli archi rimbalza su un accompagnamento pizzicato del violoncello allo strumento a fiato, che modula con vellutato smalto melodico fino alla conclusione dell’esposizione. E’ uno dei momenti di pura poesia del K. 581, arricchita dagli arpeggi ascendenti e discendenti del clarinetto, prima di sfociare nella lieta cadenza conclusiva. Nel Larghetto in re maggiore emerge un canto elegiaco del clarinetto, sostenuto dagli archi in sordina; un nuovo tema viene annunciato dal primo violino e il discorso fra i vari strumenti si articola in un clima di estatica contemplazione. Un accento vagamente popolaresco e rustico ha il successivo Minuetto, interrotto dal trio in la minore riservato ai soli archi, prima della ripresa elegantemente ritmica della danza sospinta nella tonalità di la maggiore dal clarinetto. L’Allegretto finale è formato da un tema in tempo di marcia, cui seguono cinque variazioni in un fresco alternarsi di giochi timbrici tra gli archi e il clarinetto: quest’ultimo nella quarta variazione si lancia in vivaci e brillanti passaggi virtuosistici. La quinta variazione è un adagio variegato di teneri arabeschi strumentali, interrotto da una energica e risoluta coda, perfettamente consona allo spirito cordiale e amichevole dell’opera. Seguirà il Quintetto in Si op.115 di Johannes Brahms, uno dei vertici assoluti dell’intera produzione cameristica per l’unitarietà espressiva, dovuta ad una Stimmung teneramente malinconica, e per l’abilità con cui sono sfruttate le potenzialità dello strumento in combinazione con gli archi. L’opera fu composta nell’estate del 1891, quasi contemporaneamente al Trio in la minore op. 114 per clarinetto o viola, violoncello e pianoforte. In quell’anno il musicista conobbe a Meiningen il celebre clarinettista Richard von Mühlfeld, che lo invitò a scrivere un pezzo per lui. Brahms lo aveva sentito suonare nel Quintetto di Mozart e nel Primo Concerto di Weber ed era rimasto entusiasta della interpretazione di questo clarinettista, che nel novembre del 1891 eseguì a Meiningen sia il Trio che il Quintetto, accolti con molto successo dal pubblico. Il primo Allegro è carico di penetrante emozione psicologica, resa più incisiva e persuasiva dal timbro dolcissimo del clarinetto, uno strumento molto amato dal musicista. Il secondo tema ha uno spessore armonico più denso, pur tra pause di accorata tristezza. Nell’Adagio in si maggiore il clarinetto ha un tono trasognato, quasi schumanniano, ed è sorretto dagli archi in sordina. Molto efficace il discorso melodico con i suoi accenti crepuscolari e nostalgici, che sono riproposti successivamente dopo una sezione centrale alla zingaresca, più vivacemente rapsodica con uscite anche virtuosistiche del clarinetto. L’Andantino ha una linea discorsiva di nobile musicalità spezzata da un Presto fantasioso e spigliato. Il Finale (Con moto) è puntato su cinque variazioni, con accenti ora appassionati, ora umoristici, ora fantastici ora estasiati (nella quarta, in tonalità maggiore). Ritorna poi il tema iniziale del primo movimento in un clima di profonda emozione in cui il compositore si ritira in se stesso, quasi un congedo dall’attività musicale.