Napoli. Camorra, presa la talpa in Cassazione

0

Napoli. Un amico in Cassazione, uno che ti informa quando viene depositata una sentenza che diventa esecutiva (un attimo prima degli arresti), ma anche un volto spendibile per un altro tipo di attività. Tipo? Organizzare una rete di persone note, presentabili e autorevoli, per portare a termine un massiccio investimento di capitali (ritenuti sospetti) addirittura in Costa d’Avorio, lontano da occhi indiscreti e al riparo da indagini della magistratura italiana. E non è tutto. Nell’ultimo blitz firmato dalla Dda di Napoli a carico di clan casertani,ci sono spaccati tutti da approfondire anche a proposito del ruolo di alcuni agenti di polizia penitenziaria, che avrebbero svolto il ruolo di intermediari o di informatori per alcuni presunti camorristi detenuti nel carcere di Carinola. A finire agli arresti domiciliari è il cancelliere (oggi in pensione) della Suprema Corte Cesare Salomone, ritenuto responsabile di un tentativo di reimpiego di capitali sporchi in Costa d’Avorio, ma anche sospettato di «soffiate» interne dal cosiddetto Palazzaccio. Al telefono sembra darsi un gran da fare, specie nel contattare soggetti legati al mondo della finanza e della politica, nel tentativo di creare un pastificio in Africa. Affare milionario. Una mission su cui ragionano anche alcuni esponenti del clan La Torre-Boccolato (a sua volta ritenuti in buoni rapporti con Cosanostra), come emerge dalle indagini culminate in 35 arresti firmati ieri dal gip Francesco De Falco Giannone. E non ci sono solo telefonate a spingere gli inquirenti sulla rotta africana. C’è un posto di blocco da parte dei carabinieri, che sembra confermare quanto di volta in volta emergeva dalle intercettazioni: ed è così che nell’auto bloccata (apparentemente) per caso, spuntano carte in lingua inglese, in possesso del costruttore Antonio Ettore Patalano, che riferiva la sua intenzione di realizzare un’impresa in Africa. È il 22 novembre del 2008 quando si intensificano poi le conversazioni tra Tobia Ferrara e ancora Cesare Salomone, in cui si fa spesso riferimento alla possibilità di «aprire quella chiave», di «vedere questa gente»: frasi che per gli inquirenti riconducono ancora una volta a una mission imprenditoriale ritenuta opaca. Inchiesta condotta dai pm Giovanni Conzo, Maurizio Giordano, Catello Maresca e Cesare Sirignano, che punta i riflettori su una serie di contatti con l’alta finanza e con il mondo di una certa politica. È ancora il 4 dicembre del 2008 quando Salomone sostiene al telefono di essere in stretta amicizia con un manager della Bei (ovviamente estraneo alle indagini), la Banca europea specializzata negli investimenti su scala globale, ma anche con una donna su cui la presunta organizzazione punta molto: deve essere assunta presso la Comunità europea, lei che è specializzata proprio nei progetti acchiappafinanziamenti. Un’operazione finalizzata a coprire i guadagni illeciti del clan? Una ipotesi che ora attende la versione dell’ex cancelliere della Cassazione, che si dice pronto a dimostrare la correttezza della propria condotta. Eppure, stando alla ricostruzione della Dda, «l’amico di Roma» sarebbe stato utile anche a trasferire informazioni d’ufficio, a proposito dei provvedimenti che venivano adottati dai giudici su esponenti del clan La Torre. Un servizio prezioso, nell’ottica del clan: secondo l’accusa, i boss – ricevuta la notizia del deposito di una eventuale sentenza di condanna della Cassazione – conoscendone i contenuti in anticipo, avevano la possibilità di prepararsi alla fuga per sottrarsi all’inevitabile arresto. E non è tutto. Nell’inchiesta sul clan di Mondragone finiscono anche alcuni agenti di polizia penitenziaria. È il caso di Agostino Perretta, arrestato ieri mattina con l’accusa di aver consentito che alcune dosi di hashish entrassero a Carinola, dove era detenuto Arturo Pagano, esponente di spicco del clan Esposito, in cambio di regali da 150/200 euro. Assieme agli altri indagati, ora tocca a lui motivare la versione difensiva. Stando poi al pentito Massimo Iovine, c’era anche chi informava i boss ristretti nel penitenziario a proposito dei luoghi in cui venivano collocate le microspie, con un’espressione difficile da equivocare: «Attento, che i carabinieri ti stanno intercettando». (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)