Napoli 12enni a Posillipo distruggono locale per festa compleanno fermati nel locale con i genitori

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Napoli 12enni a Posillipo distruggono locale per festa compleanno fermati nel locale con i genitori Ottanta ragazzini in una festa per il dodicesimo compleanno di tre amici e il locale in cui è avvenuta sfasciato. Succede di incrociare, sul social network Facebook, il messaggio di una madre: «Locale devastato, titolare furioso, trattenuti fino a sera tardi per valutare i danni subiti. C’erano tutti i loro compagni di scuola. Due mamme e tre papà a sorvegliare! Sono veramente sconvolta… questi sono i nostri figli: riflettiamo!». Cosa è successo al «My Sly» di via Orazio? Sono state strappate tende, distrutti tavolini, smontati i pouf, versati liquidi di ogni genere sulle casse e sul pavimento. Un pezzo di muro di cartongesso è stato sfondato, a calci. Sono state trafugate dalla cucina 24 lattine di una bevanda energetica (non prevista nel menù della festa), bevute nei bagni e gettate nei water. Tutti otturati, ovviamente. In pratica, i danni procurati sono costati quanto l’affitto del locale stesso. Nessuno dei cinque genitori che erano lì per vigilare si è accorto di nulla. E di nulla si è reso conto nemmeno Luigi, il gestore del My Sly che però minimizza: «Può succedere, per carità. Quello fra gli undici e i quattordici anni è il periodo peggiore, il più agitato e controverso dell’adolescenza. Poi si calmano». Non è dello stesso avviso Giuliana, madre di Lorenzo e autrice del post: per esaminare e riflettere su quanto è accaduto ha coinvolto due psicologhe, tutti i genitori degli amici dei tre festeggiati e la preside e i consigli di classe della loro scuola media posillipina. «C’erano tutti i compagni della seconda A e della D e pure amici di altre sezioni. Qualcuno anche più piccolo, delle prime classi. Alcuni di loro puntavano sempre a uscire dal locale e quindi parte di noi genitori ha soprattutto tenuto d’occhio l’ingresso e il marciapiede antistante il My Sly, nel timore che fuori, per strada, potesse succedergli qualcosa. Ci erano stati affidati. Più volte li abbiamo richiamati a entrare ma hanno sempre risposto picche, alcuni anche sbeffeggiandoci. L’unione faceva la forza». E i genitori all’interno? «La madre di Vittorio ha visto e ripreso tre ragazzine che prendevano a calci un grande pacco pieno di patatine. Ma per il resto sembrava tutto normale: ballavano, ridevano, mangiavano. Ci siamo resi conto di quanto e cosa fosse successo solo a serata conclusa». Il giorno dopo, sulle pagine Facebook di questi adolescenti, il commento quasi unanime è stato «sballamento totale». Giuliana si domanda e chiede: perché i nostri figli si comportano così? Perchè non riescono a divertirsi senza sballare? Forse perché, come dice un’altra madre, Luisa, «manca proprio la base. Rispetto, morale, educazione, amor proprio… Ma poiché credo che nessun genitore possa farsi maestro, bisogna incontrarsi per capire le ragioni di tanta ribellione e aggressione, mettendoci tutti in discussione… i figli non si conoscono mai abbastanza». O forse perché, come afferma Stefania, «i mocciosi hanno troppo, non conoscono la fatica e la difficoltà di ottenere le cose. Ma tanto è facile ergersi a giudici: più difficile far crescere persone equilibrate e responsabili in un mondo dove l’abito griffato e il telefonino significano tutto. Che tristezza!». Quasi un’utopia, per Daniela «aspettarsi almeno una telefonata di scuse da parte dei genitori dei cavallini a briglie sciolte». E i peggiori sono stati proprio «quelli che le loro mamme definiscono piccoli lord inglesi, madri che normalmente sono pronte ad additare i figli degli altri!». Già: ma chi sono i nostri figli? Se lo chiede anche Michele Serra, nevrotico genitore cinquantenne e autore del feroce e folgorante libro autobiografico «Gli sdraiati»: «Ma chi è? da dove è uscita? E subito dopo: è colpa mia. (…) Non ci ho parlato abbastanza? Ci ho parlato troppo? Non sono stato autorevole, ironico, carismatico, distaccato ma presente? Non sono stato un esempio, ho fatto troppi esempi?». Per tutti, da leggere. E riconoscersi e riderne, pure. Ma senza consolarsi.