Un ricordo di Geppo Tedeschi in una riflessione di Pierfranci Bruni.

0

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo un ricordo su Geppo Tedeschi, poeta singolare, di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

 

 

Geppo Tedeschi, a 20 anni dalla morte, tra i suonatori ambulanti di fiere e feste.

 

di Pierfranco Bruni

 

La tensione armonica e il gesto libero nella poesia di Geppo Tedeschi, nato a Tresilico nel 1907 e morto nel 1993, (siamo a venti anni dalla morte), formano un circuito dove la parola si incontra col dettato poetico. il gesto è nella parola. La parola compie un gesto. Vi è, dunque, una armonia che si stende lungo un tracciato che ha sostanzialmente un peso dovuto sia al tipo di ricerca che all’individuazione di una identità culturale. E questa identità è una identità futurista.

 

Il gesto è un gesto futurista. Così la parola nella quale i condensano le attività linguistiche di un’arte e di un gusto che restano testimonianze di un uomo e di un’epoca. Testimonianze ma anche esperienze e con le esperienze la capacità di capire il volto di una civiltà nella quale il tempo e la caduta del tempo costituiscono una delle chiavi interpretative. Ma per capire questa civiltà non occorrono grosse interpretazioni e imponenti pretese.

 

La poesia di Geppo Tedeschi è certamente una poesia che ha ritagliato una cornice all’interno di un contesto frastagliato e complesso. Una cornice importante la quale non può certamente essere trascurata sia in una realtà letteraria italiana che regionale. La letteratura calabrese del Novecento deve tener conto della poesia e della presenza di Geppo Tedeschi. Deve tener conto del futurismo e della sua evoluzione. F.T. Marinetti nella Prefazione alla 18 Edizione di Corti Circuiti (1938) scrive:  «L’aeropoeta futurista calabrese Geppo Tedeschi à già dato a l’Italia molti versi liberi e parole i libertà che perfezionando i princìpi di sintesi e di dinamismo in questi Corti Circuiti offrono al lettore intelligente e sensibile splendide originalissimi fusioni di valvole, fusioni viola-arancione, cioè bruciate nel tragico della vita virilmente spremuta fino ad esplodere con lo splendore solare delle coste calabre sicule africane».

 

E’ una osservazione toccante. Lo è per vari motivi. Sul piano letterario esamina alcuni punti focali e li mette a confronto con il gusto del colore. Sul piano umano fa emergere un dato mai trascurato che è quello dell’appartenenza alla terra calabra. Marinetti ci teneva a sottolineare questo aspetto.

 

In Geppo Tedeschi questi due momenti si fonderanno. Basta ricordare i versi raccolti in Ruralismo calabrese (1942) o addirittura Tempo di aquiloni (1963). In queste due raccolte il colore e l’immagine, la proiezione della memoria e la terra danno vita ad una esplosione musicale intensa e densa di contorni.

 

Marinetti nella sua prefazione prosegue: «Talvolta la sua poesia breve e musicalissima, mi fa pensare a certi suonatori ambulanti di fiera e villaggi armati di strumenti fonici come i guerrieri medievali erano armati di ferro morte ardire crudeltà». Un gioco di contorni ma anche di scene. Un gioco di vedute ma anche di ansie. Un gioco che conosce molto bene la parola e il suo senso. Un gioco che non si assenta dall’armonico suono. E ancora Marinetti che afferma: «La sua poesia suona sinteticamente e simultaneamente tutta con piedi, ginocchia, pancia, testa, mani e bocca». Per calamitare cosmicamente anime e corpi primaverili la poesia del Futurista Geppo Tedeschi è talvolta paragonabile all’assieme delle tastiere dei grandi organi delle cattedrali modernizzate che io definisco, con parola nuova, poli- tastiera e che permette di fare circolare nelle più ampie navate maree di pensieri e di sentimenti in cerca d’infinito. 

 

«Lo fiutano e spaccando le vetrate diventano ciclo musicale e rumorista nel cruscotto di un aeroplano, questa politastiera d’azzurri».  Siamo vicini al gesto del rito. Prima si sono citati i «guerrieri medievali» ora si è dentro di una «politastiera». Ma le due cose hanno una comunanza ed è quella della parola detta come segno di una sacralità. Certo in Geppo Tedeschi questo avvicinamento ad una dimensione del sacro è qualcosa di profondo. Lo si avverte nel respiro della parola. Lo si sente nell’affiato del verso. Lo si constata nel paesaggio del poema. Lo si ascolta nella tensione religiosa dei versi raccolti in Tempo di aquiloni.

 

Qui la poesia dal titolo «Non. sappiamo più leggere» è un esempio sicuro. Così recita: «Non sappiamo più leggere / la parola abbraccio. / Abbiamo smarrito / la via / che Tu ài battuto / concludendo in Croce. / Disarma il nostro cuore / e fai che s’apra / ad ali di colomba. / Signore che inalberi / il giorno, / che apri la notte / che accendi le stelle».  Siamo oltre ad una dichiarazione di poesia futurista. Ma è indubbiamente una tappa di arrivo fondamentale nella quale confluiscono stagioni di ricerca e sentimenti.  Ma il suo futurismo resta legato all’età del poema. Ci riferiamo alla prima edizione (Che risale al 1932) del Poema Gli affari del primo porto Mediterraneo di Genova, a Il Golfo di La Spezia (prima edizione 1933), a Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli (si tratta di un Aeropoema del 1937), a Corti Circuiti, al Poema «A la» Parole in libertà Lotta tra la serra e il gomitolo, a 11 suonivendolo (la cui prima edizione risale al 1939).

 

Al 1940 risalgono I canti con l’acceleratore dove si avverte una tensione linguistica protesa verso un costante rinnovamento. Ma il futurismo di Tedeschi (d’altronde tutta la poesia futurista) va verso un continuo sviluppo e si apre a continue riprese di rinnovamento. Ma con Ruralismo calabrese (aeropoema futurista) il viaggio ha ulteriori sviluppi sia tematici che linguistici. L’immagine di un ritorno alla terra non conosce soste. La Calabria è calata, con la sua atmosfera e quindi con i suoi colori, nel tempo delle parole. Malinconia e riprese nostalgiche si agitano all’interno di questa ricerca. Vi è un defluire dalla parola: «Malinconia amaranto, / venata di prime stelle. / Stelle stelle. / Quante stelle. / Amico vento, / pastore di fronde, / legnaiuolo di monti e pianure, / tira sassi alle rose, / a primavera, / diavolo della polvere, / viandante brontolone, / ricco di fiabe come un paiuolo, / porta a l’Italia bella, / questo fagotto di baci». La prima edizione è del 1942. Al 1943 appartiene Rosolacci tra il grano.

 

Qui le voci della natura si intrecciano con la luce e i suoni. Ma il chiarore più vivo è un sentire l’infanzia come «arietta d’autunno». Al 1951 appartiene Canne d’argento. Allo stesso anno, con prefazione di Giuseppe Lipparini, la raccolta Liriche epigrafiche. Zufoli sul colle è del 1957. Tempo di aquiloni, già citata, è del 1963. Epigrafiche porta la data del 1973. In Tempo di aquiloni il dettato poetico si arricchisce maggiormente di brevi immagini che sostengono un quadro ben robusto. Hanno una limpidità notevole. Il messaggio è tutto proteso in avanti. La memoria, il senso del ricordo, il recupero della perdita hanno un fascino coinvolgente. 

 

La tematica futurista si incontra con altre esigenze esistenziali. Il paese viene presentato attraverso chiaro scuri che hanno una sottile liricità. Sono molto belli e veri questi spaccati: «Paese, di tufo e di pietre, / tutto inciso di giorni / desolati/ Mio povero paese / che aspetti, / rassegnato, / che la pietà del tempo, / ti dirupi». Oppure: «Crepuscolo d’agosto / sognatore. / Ostia di luna, / scampanio di chiese. / In quest’ora, / Solenne e flautata, / Brillano i focolari / al mio paese». Sembra che il profilo dei versi anni Trenta sia mutato, ma sostanzialmente è mutato soltanto il gioco degli incastri. Le immagini formano una ragnatela su una dimensione che assume sembianze mitiche. Il ricordo, il tempo che fugge, il «crepuscolo» del paese (lo si è già detto) sono cose raccolte in un’atmosfera mitica, la quale (è qui il suo futurismo) non ha rivolgimenti verso la nenia del passato ma guarda avanti.

 

Ed è questo proiettarsi in avanti che rende viva e nuova la poesia di Geppo Tedeschi. La distinzione è nel linguaggio. La poesia non sfugge al linguaggio. In queste poesie è subentrata la consapevolezza degli addii. Si ascolta: «Mi riscaldo alla fiamma / dei ricordi»; «Tramontano le stagioni. / Ognuna con il peso / degli addii. / Ma tu non mi tramonti / dal pensiero, / profilo sotto a mistica / distanza. / Mi sei fuggita, ratta / come l’acqua / e come l’acqua / non sei più tornata». Fra questi versi c’è una poesia dedicata al padre. Il titolo è appunto «Padre» che in un certo qual modo emblemizza questa fase del viaggio e raccoglie tracce e significati di un meditare profondo e travagliato.

 

In Geppo Tedeschi il dato meditativo è sempre un travaglio che cuce ferite lontane. La poesia recita: «Ti chiamai ieri, a lungo, / dalla proda. / Mi dissero che i morti, / a mezzogiorno, / ànno il sonno leggero / e trasparente. / Ma l’eco, in fretta, mi tornò la voce. / Sulla strada, / abbagliata d’alta luce, / nenie, incomplete, / cantava un carraio. / Giovine e bello / palpitava il grano».

 

La poesia di Geppo Tedeschi si presenta attraverso uno sviluppo che tocca diverse stagioni. Dagli anni del Futurìsmo alla poesia di oggi costituisce un viaggio affascinante. Ma la sua poesia non può essere isolata soltanto a un determinato periodo. Abbraccia un’epoca. La si deve cogliere per quello che riesce ad esprimere nella sua totalità. Certo, si possono far prevalere dei momenti particolari invece di altri ma non si possono creare delle esclusioni forzate.

 

Giuseppe Lipparini nella prefazione a Liriche epigrafiche osserva: «Futurista era, non tanto per ragioni teoretiche quanto per l’impeto spontaneo della sua indole meridionale». «Gli piacevano le belle immagini ampie ed ariose, amava il paesaggio, per la ricchezza dei colori e per quel senso riposante di lontananze spezzate. E aspirava soprattutto, alla rara virtù della concentrazione poetica». «Ma anche nel futurismo non gli riusciva di essere eccessivo o stravagante; c’era sempre in lui, forse per una lontana parentela con gli Elleni della Magna Grecia, un senso della misura che gli faceva da freno». Siamo al 1951. Molte esperienze sono state già vissute e consumate. Molte idee hanno trovato uno sviluppo a sé. E Geppo Tedeschi è già in una stagione poetica nuova. La sua poesia Futurista rimane al centro della sua ricerca.

 

I suoi Poemi segnano il momento pi alto in un viaggio che andrà sempre oltre. E nel suo Futurismo, nel suo andare fra le parole e le azioni, l’anima della sua terra non va mai smarrita. Anzi compare spesso e spesso viene ricordata anche dai suoi critici. Questo segno di appartenenza alle origini (alla sua terra) avrà delle evoluzioni. Costituirà alla fine (ci riferiamo alle poesie ultime) una vera e propria dimensione poetica. Ma il dato importante è che Geppo Tedeschi va riconsiderato per la complessità della sua opera e della sua ricerca. Va riconsiderato perché è un poeta che conta. E un poeta che merita. Ed è un poeta che apre prospettive nuove ad una meditazione più giusta, più vera sul Nove. cento letterario italiano.

 

Lascia una risposta