Il Sorrento ora deve battere quei maledetti minuti finali. Troppi punti persi dai costieri dopo il 40’

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Prendere goal sul finale del tempo per il Sorrento sta diventando una costante. Un dato allarmante che salta all’occhio. Negli ultimi 10 minuti tra primo e secondo tempo i costieri beccano costantemente almeno una rete. Ultimo a punire i rossoneri è stato Venitucci. Una classifica pesante per il roster costiero in quartultima posizione, ma a soli due punti dagli spareggi per restare tra i pro. Al Sorrento i finali di partita costano tanto. Se con Lamezia, Cosenza e Poggibonsi c’è stato un tempo intero per poter mettere la contesa in discesa, stessa cosa non può dirsi dei match contro Chieti, Teramo e Foggia. Una squadra che ha sempre dimostrato di stare sul pezzo. Allo Zaccheria nel momento difficile a tenere in piedi la baracca ci ha pensato Polizzi, ma pesano i punti in meno in graduatoria. Contro i teatini tutto lasciava presagire che, sebbene in 10, si potesse portare a casa l’intera posta in palio, poi l’uno due con cui i nero verdi hanno fatto il sacco all’Italia. Contro il Teramo all’ultimo respiro la rete di Ferrani ha mandato all’aria la doppia rimonta firmata da Canotto e Chinellato. In Puglia c’erano addirittura i presupposti per fare il sacco. Prendere tre punti, ma nell’arco di 30 secondi si è passati dal possibile 2-3 al 3-2 siglato dall’ex Juve Venitucci. In pratica dati alla mano 5 punti in meno che gravano sulla graduatoria. Il Sorrento avesse gestito meglio il finale di gara avrebbe 17 punti. Un punto in più dell’Ischia e sarebbe ad un passo dalla tranquilla ottava posizione occupata dal Melfi. Una squadra che a Foggia ha provato ad accontentarsi, ma che è stata punita quando aveva in mano l’arma giusta per mettere ko i satanelli dopo sette risultati utili consecutivi. Una squadra che questa volta non ha saputo gestire il vantaggio come accaduto con Lamezia, Aprilia, Poggibonsi e Chieti e che ha evidenziato le pecche di un reparto difensivo troppo molle per poter reggere l’urto della categoria. (Josè Astarita – Metropolis)

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