Medea: l´inferno dentro

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Trionfa l’interpretazione di Maria Paiato al Verdi di Salerno, nella rilettura di Pierpaolo Sepe. Questa sera, alle ore 18,30 l’ultima replica

Di OLGA CHIEFFI

Nel teatro, che è sempre grido, e nelle tragedie di Seneca, dove le parole gridano più forte dell’azione tragica, ecco che dietro quelle grida, un mondo atrocemente infernale si offre allo sguardo dell’uomo, in mortale silenzio . Il sipario del teatro Verdi si è levato da mercoledì sera su di una fabbrica dismessa di Detroit, città che il 18 luglio di quest’anno ha dichiarato fallimento, a causa dell’impossibilità di pagare debiti stimati tra i 18 e i 20 miliardi di dollari, luogo pensato dallo scenografo Francesco Ghisu per rappresentare la rilettura della Medea latina di Pierpaolo Sepe. Felice la trasposizione in questo mondo malato dell’eroina di Seneca, che si interroga sull’inferno e sul proprio inferno mescolando filosofia e tragedia (Seneca, il filosofo, scrive tragedie. Ma è anche vero che Seneca, il tragico, scrive la sua filosofia mascherando con le parole il suo pensiero più tragico),  non sfuggendo al suo  wrestling con il dramma dell’esistenza, a quella corrida infernale che è sempre l’indagare se stessi.Seneca, infatti,  esistenzializza la tragedia, facendone la vicenda infuocata e torturata dell’uomo che ha imparato a riconoscere il sapore acre dell’inferno in ogni entità umana, in tutti i paradisi apparenti della terra, nel percorso di andata e ritorno dell’uomo, che viene dall’inferno e verso esso si dirige.Nel centro del palcoscenico c’è una specie di recinto che racchiude il simbolo del Sole, dio protettore della protagonista: in realtà è un dollaro che porta la scritta United States of America, il dio denaro. Francesca Manieri, ha inserito nella sua traduzione del testo latino anche qualche citazione dei detenuti di Guantanamo come, nel finale viene citata anche la famigerata Lubjanka staliniana, luoghi nati dalla sfida di quella “Piccola barca ( che) corre il mare alto. È caduto ogni limite, in terre sconosciute sorgono mura di città, le strade del mondo si spalancano, muta sede ogni cosa. Si disseta l’Indiano al gelido Arasse,bevono i Persiani all’Elba e al Reno. Verrà giorno, in secoli lontani, che Oceano sciolga le catene delle cose ed immensa si riveli una terra. Nuovi mondi Teti scoprirà. Non ci sarà più sul pianeta un’ultima Tule”. Il rancore la vendetta e l’odio di Medea, ruolo forte affidato ad una convincente Maria Paiato, si scatenano tra le mura di Corinto. La straniera che ha permesso a Giasone di non solcare vanamente il mare, agli Argonauti di raggiungere il vello d’oro, all’umano di aprire lo spazio nuovo delle acque, ora è disprezzata, temuta, radiata. Deve andare via perché Giasone ha una nuova moglie, la figlia di Creonte, re della città. Ma Medea non è nata per subire. Dopo aver donato agli umani le acque, regala loro il fuoco che distrugge Corinto e la reggia di Creonte: “È crollato il primo edificio”, pronuncia il coro e il riferimento alle Torri gemelle è immediato.Sembra di cogliere un riferimento alla decadenza del mondo occidentale, bramato ed inseguito per rivelarsi fallibile e corrotto. “Il mare profanato esige la sua vendetta”: tutto è consequenziale. Medea rinnova e vendica il tradimento con il sangue, così chi viene sfruttato e rifiutato odia con la più cieca violenza che porta alla guerra tra popoli. Diverse le associazioni: la donna straniera e barbara ( il cui volto viene anche velato) è il mondo islamico irretito e poi ripudiato dall’Occidente, un mondo che si vendica con il terrore.Lo spettacolo vede in scena anche un giovane santone rock (Diego Sepe) e una nutrice lolita (Giulia Galiani) a simboleggiare il coro che è contro la donna a favore delle ragioni dell’uomo che l’ha usata per sottrarre il vello d’oro al drago e tornare da trionfatore in patria e poi l’ha tradita. Tutto è concentrato attorno alla protagonista, ai suoi dolori, al suo desiderio di vendetta, alla sua delusione per l’abbandono dell’amato Giasone che le ha preferito la figlia di Creonte (Orlando Cinque con cappello da cowboy), Creusa, per puro calcolo di potere dicendo alla donna abbandonata che lo fa anche per i figli avuti da lei. Medea inveisce, prepara la sua vendetta (una tunica per la sposa che si incendierà non appena indossata) e la punizione di Giasone (Max Malatesta in divisa militare) uccidendogli i figli che noi non vediamo mai e dei quali Seneca mostrava in scena la morte efferata e che qui, invece, vengono rappresentati in due disegni infantili mentre le mani le si insanguinano. La logica dello spettacolo mette in scena la mente della protagonista nel suo prefigurare la realtà, condensando desiderio e immagine, in uno spazio “globale”: così tutto quanto accade può essere immaginato, provocato o sventato dallo sguardo della Medea/Paiato, uno sguardo che crea l’evento, in cui la parola fattasi corpo disvela la falsa oggettività della realtà, denunciando l’inganno della unicità della verità socialmente ammessa.