La poesia per una democrazia degli oggetti

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Gran concorso di pubblico alla galleria Il Catalogo per la presentazione dell’ultimo lavoro poetico di Giuseppe Grattacaso “La vita dei bicchieri e delle stelle”

 

 

 

 

 

Di ARISTIDE FIORE

 

“Costruire poesia nel luogo comune è difficilissimo. A maggior ragione, se si pensa alla facilità musicale del verso di Grattacaso, che richiede in realtà una lunga elaborazione.” Così lo scrittore Diego De Silva presso la Galleria “Il Catalogo“ di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, a colloquio con l’autore nel corso della presentazione del volume di poesia “La vita dei bicchieri e delle stelle” di Giuseppe Grattacaso, edito da Campanotto, ne ha illustrato il pregio e i contenuti.In questi componimenti viene stabilita una sorta di “democrazia degli oggetti”, una dimensione in cui cucchiai, sedie, città, stelle morenti hanno pari dignità, hanno coscienza di sé e nel rivelarla il poeta tenta di indagare sulla condizione umana attraverso il rapporto che abbiamo con essi. Non si tratta di uno sguardo nostalgico, lamentoso. Due sono le armi che lo impediscono: la rima, che determina accostamenti insoliti, delle vere e proprie collisioni fra parole dalle quali può scaturire un significato inatteso, che permette di deviare dal banale; l’ironia, anch’essa generata, in molti casi, dalla rima, che sottrae l’oggetto della poesia a uno sguardo nostalgico, consolatorio, che ne rovinerebbe l’effetto.I versi compresi in questa raccolta, attraverso un approccio divertito, quasi scanzonato, rivelano in realtà uno sguardo profondo, che indaga su questioni fondamentali, come l’eterno contrasto tra anima e corpo, tra mente e anima, tra finitezza e anelito all’eterno. È uno scrutare che abbraccia un campo immenso, sospeso tra due poli ideali: gli oggetti quotidiani e quelli astrali, ovvero tra la quotidianità, la base sicura su cui poggia la nostra esistenza, e la realtà cosmica, che di quell’esistenza costituisce la premessa, almeno dal punto di vista fisico, naturale. Su questo terreno Grattacaso tenta efficacemente il recupero di un aspetto che ritiene la poesia abbia perso di vista: la ricerca della verità; o almeno della propria versione della verità, di quanto gli è dato di cogliere. Non è infatti importante, sottolinea De Silva, che l’opera poetica o musicale – e quella in esame è in un certo senso entrambe le cose – aggiunga davvero un tassello di verità alla nostra conoscenza del mondo: ciò che conta è che abbia il potere di illudere, di indurre a pensare: “non so se sia proprio così, però è bello”. In ogni caso, aggiunge lo scrittore, la verità si coglie a tratti, al punto che bisognerebbe parlare di “incidentalità del reale nel testo”. Ed è proprio per rendere persuasiva questa narrazione della realtà attraverso le cose più semplici e quelle più lontane e per favorirne la permanenza nella memoria, che la “disinvolta musicalità” di questi versi “quasi cantabili” ammalia il lettore, spingendolo a scoprire negli altri lo stesso legame affettivo che ci unisce a ciò che ci circonda: se riconosciamo di essere istintivamente predisposti a conferire un’anima, una personalità alla tazza con la quale cominciamo le nostre giornate, forse saremo maggiormente disponibili a riconoscere il valore profondo di ogni altra cosa o persona che ci circonda. Ma l’esercizio di autocoscienza non si ferma a questo punto: nelle Quartine d’agosto il divertissement sui luoghi comuni raggiunge l’apice e si fa strumento efficace di critica sociale.