L´ arte ambientale secondo Massimo Bignardi

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Questo pomeriggio verrà presentato alle ore 16,30 a Palazzo di Città il suo libro “Praticare la città”

 

 

 

 

 

Di LUCIA D’AGOSTINO

 

Si preannuncia vivace, “critico” e appassionato il dibattito che si costruirà, giovedì 14 novembre alle ore 16,30 all Sala del Gonfalone di Palazzi di Città a Salerno, intorno alla presentazione delll’ultimo libro di Massimo Bignardi “Praticare la città – Arte ambientale, prospettive della ricerca e metodologie d’intervento” (Liguori Editore), grazie all’intervento, con l’autore, del prof. Franco Purini dell’Università La Sapienza di Roma, e del prof. Enrico Crispolti dell’Università di Siena insieme a Maria Gabriella Alfano, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Salerno e a Ermanno Guerra, Assessore alla cultura del Comune di Salerno. Questo lavoro di Massimo Bignardi, docente di “Storia dell’arte contemporanea” e, da quattro anni, di “Arte ambientale ed architettura del paesaggio”, presso l’Università di Siena, rappresenta l’incontro tra la sua attività di ricerca, le esperienze pratiche accumulate negli anni, a partire dai ’70, come progettista di interventi di arte ambientale in varie città e l’attività didattica prima all’Accademia di Napoli, dal 2000 al 2005, con un corso sperimentale di arreddo urbano, poi, da quattro anni, con la cattedra universitaria ad “hoc” senese.

 

Prof. Massimo Bignardi, partiamo dall’inizio: che cosa si intende per arte ambientale?

 

«L’arte ambientale non corrisponde alla pratica di ambientare, mettere qualcosa in uno spazio, una scultura in una piazza, ma l’insieme di architettura e corpo d’arte per la definizione di un luogo; l’arte ambientale è la dimensione sociale di uno spazio, mira al rapporto di un ambiente con la sua caratterizzazione sociale, la sua storia, la sua memoria e la sua attualità. Non riguarda solo la corrispondenza geometrica dei luoghi ma gli interventi che raggiungono la pelle più estrema di una stratificazione sociale all’interno di uno spazio urbano».

 

Come nasce l’idea del libro?

 

«Ha origine dall’idea di mettere ordine nella mia esperienza di progettista che parte dagli anni ’87-’89 durante i quali ho curato mostre di scultura dello spazio urbano come quella con Ada Patrizia Fiorillo a Treia in provincia di Macerata dal titolo “I luoghi dell scultura”, in cui posizionavamo le sculture nello spazio della città, fino alla metà degli anni ’90 in cui hanno avuto inizio gli interventi di arte ambientale. Il libro è l’intersecazione di tre direttive principali: la riflessione storiografica a partire dagli anni Settanta in cui lo studio si innestava nel clima dell’arte sociale del tempo; seguito dalle esperienze performative del sociale, per passare poi a qualcosa che restasse come identità di un luogo; infine gli studi di città come Caracas dove il repertorio di arte ambientale è notevole, così come Barcellona, Parigi, Stoccolma, Lisbona, New York. La seconda direttiva sono state le esperienze come progettista di cui parlavo prima e, a chiudere, l’attività didattica sul tema iniziata con il corso sperimentale di arredo urbano presso l’Accademia d’Arte a Napoli, tra il 2000 e il 2005, e approdata, da quattro anni, all’unica, forse, cattedra in Italia di arte ambientale. Il libro, mi preme aggiungere, è anche espressione dell’intreccio con la letteratura, che muove dall’immagine di una città che ne hanno dato grandi scrittori come  Gabriel García Márquez, García Lorca, Italo Calvino; con l’antropologia contemporanea e con la sociologia e l’estetica».

 

E Salerno come si inserisce nella sua riflessione generale?

 

«Io spero che la città abbia occasione di immaginare dei quartieri più che costruire dei contenitori che impediscono di restituire a quel luogo una identità. Se gli interventi come la Stazione marittima di Zaha Hadidi quell’identità gliela restituiscono, lo stesso non si può dire per il Crescent di Ricardo Bofill, strutture architettoniche che sono calate dall’alto senza un programma di definizione identitaria di cui tra l’altro, il centro, non avrebbe bisogno attraverso una nuova urbanizzazione. Bene fece Pasqual Maragall che per i venticinquesimi Giochi Olimpici attuò una monumentalizzazione della periferia installando lì dei corpi architettonici progettati da Calatrava e dallo stesso Bofill con una bonifica dell’urbanizzazione che lasciò a giovani artisti spagnoli gli interventi in centro. Va bene che il sindaco Vincenzo De Luca monumentalizzi una città che di architettura storica ne ha poca e di non grande rilievo, ma non tutti i luoghi sono uguali; internazionalizzare è  rispettare la diversità e non si può innestare una struttura già vista altrove senza tener conto dell’individualità di un luogo. Inoltre gli arredi artistici come il faro accanto al Palazzo di Giustizia di David Chipperfield non vanno pensati dopo la progettazione archittettonica ma in contemporanea, come avvenuto a Napoli per gli interventi d’arte della metropolitana pensati insieme all’involucro offerto dall’architettura. Si pensi alla creazione del nuovo agglomerato urbano di Cergy-Pontoise a nord-ovest di Parigi dove il progetto ha una sua visione integrante di cosa deve essere un piano di riqualificazione urbana».