IL PARCO DEL CILENTO CHE SI COLORA DI MARE LUNGO LA COSTA DEI MITI E DELLA GRANDE STORIA

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Il Cilento è terra di miti e di misteri, di storia e poesia. I miti sanno di terra e di mare. I misteri sono sigillati nel cuore delle grotte e, spesso, nelle notti illuni fuoriescono in una con il vento, che rantola rancoroso nel ventre della terra prima di impennarsi a cavalcata rabbiosa dalle faggete dei monti alle falesie del mare, sibilando tra forre e calanchi.

 

La storia è scritta nelle rade paciose,  nelle pagine ossificate di un territorio con i borghi adagiati sui crinali delle colline feconde, nei fondovalle umbratili, nelle brevi pianure ubertose, sui cocuzzoli delle montagne a volo di abisso.

 

La poesia alita con la brezza carica di profumi a trasmigrazione/carezza di castelli e campanili, chiese e conventi, palazzi gentilizi ed umili dimore.

 

Qui si celebra da sempre, in perenne (ri)creazione di storia/e, il mito primigenio della vita nel matrimonio prolifico di mare e terra.

 

Il mare, nei giorni di bonaccia, bacia la battigia a dichiarazione d’amore. Quando si imbufalisce, nella libecciata, schiaffeggia gli scogli e ricama garofani d’argento ed ingravida le grotte con la forza possente della passione.

 

Il mare è pelagos sconfinato, immenso, che contiene e costringe in sè tutte le terre, ma anche pontos che unisce e divide. Ne è dio nerboruto, barbuto e capriccioso Poseidone, che lo sconvolge e placa a colpi di tridente. Ne subì il fascino della scoperta e del pericolo Ulisse, che gabbò Leucosia, sirena/suicida perchè incapace di sedurre, con la malia del canto, l’Eroe pellegrino. Ne fu vittima Palinuro, stremato d’amore e di stanchezza all’inutile inseguimento, nel fulgore del plenilunio sul mare, di Camerota, ninfa tanto bella quanto perfida di cuore. Lo attraversò indenne Giasone con il prezioso carico del vello d’oro e con l’incubo della persecuzione/vendetta di Medea.

 

Vi tracciarono rotte sicure i nostri Padri Greci, portandosi dietro il sacro pantheon di eroi e dei: Era pronuba di fecondità, Dioniso a perpetuare genio e sregolatezza negli e con gli umori della vite, Minerva ad esternare logos da sapienza per quella nascita ardita dal cranio del Padre Giove, con in dote il dono dell’ulivo con l’oro fluido del frutto a condire alimenti, imbellettar matrone ed oleare muscoli di atleti, Apollo, a codificare bellezza nell’armonia delle forme. E nacque Poseidonia/Paestum con il miracolo dei templi dorici a rifrangere ambra nei timpani maestosi e nelle scanalature delle colonne nella gloria del sole.

 

E il dio dell’acqua esalta la fluidità proteica delle rappresentazioni del divino. Ed il miracolo della vita si perpetua, così, nei fiumi e negli specchi lacustri, nelle dolci sorgenti e nei torrenti impetuosi, che percorrono, innervano e fecondano la Grande Madre. Il Sele, il Calore, Capodifiume, il Solofrone, il Testene e, più giù, l’Alento, il Lambro, il Mingardo, il Busento riannodano i fili della memoria e della vita tra terra e mare, tra le praterie di Poseidonia e dei cespi di corallo, che occhieggiano colorati dai fondali, ed il verde dei lecceti e dei faggeti, che sfidano venti e tempeste sul Vesalo e sul Cervati, sul Gelbison e sull’Antilia, sullo Stella e sul Bulgheria, e con i fondovalle dove scivolano in dolce pendio castagneti, vigneti, uliveti, ficheti e la gamma variopinta dei frutteti di un’agricoltura di sussitenza. Furono, i fiumi, le strade di penetrazione ad animare traffici e commerci lungo le vie del sale e del grano con il baratto, spesso, di tronchi di querce e faggi, lecci ed ontani a rifornire i cantieri dei Porti Velini e di Tresino per la costruzione di navi olearie, che, a fasi alterne, regalano schegge di storia e di arte dagli abissi sommersi per la gioia degli archeologi.

 

Questo fu anche il tormentato teatro di guerre e dominazioni, eroismi velleitari e rivoluzioni represse nel sangue, di scorrerie e razzie di pirati, di feudatari arroganti e di signori illuminati, di santi eremiti e di briganti sanguinari. E nel loro nome, nel corso dei secoli, si sono scritte pagine di storia grande e minuta. Ma la più bella è quella dell’uomo nella quotidianità della fatica del vivere, nell’epopea del lavoro con la interscambiabilità della vanga e del remo, a testimonianza dell’anima anfibia di un territorio, che vive sospeso tra monti e mare, valli e colline con la ramificazione feconda di fiumi e torrenti.

 

E’ un territorio da (ri)percorrere a (ri)scoperta di orgoglio di identità e d appartenenza, sottolineando che qui si respira Mythos e Logos, e che gli uomini prima avvertono senza sentire, poi sentono con animo perturbato e commosso, infine riflettono con mente pura, come scriveva con felice e rivoluzionaria intuizione Gianbattista Vico all’ombra dell’ulivo sacro di Vatolla, dove ideò la Scienza Nuova, riannodando i fili del Grande Pensiero con Parmenide e Zenone.

 

Ma torniamo al mare, che per il Cilento è un forte ed insostituibile marcatore di identità, come direbbero gli studiosi di scienze sociali. Lo è certamente per quella reciproca metamorfosi tra terra ed acqua, che fa di molti borghi cespi di coralli riemersi nella policromia di case e chiese e degli scogli intagliati e levigati dal vento e dall’onda pinnacoli gotici a trafittura di cielo.

 

E’ fatta di partenze e di approdi la storia del Cilento sul mare.

 

Vi approdarono le sirene, creature di grazia e di mistero, miti anfibi, corporei di terra e sguscianti d’acqua, incorporei ed inafferrabili di vento e d’aria e vi elessero il loro regno di malia e seduzione. Licosa vi si inabissò suicida, gabbata da Ulisse, nudo e bello di iodio e sale,volontariamente crocifisso all’albero maestro della nave, ferito di dolcezza per la bellezza struggente della costa.

 

Vi approdarono i Padri Trezeni con il prezioso carico delle loro tradizioni civili e religiose.

 

Ne ripartirono ad animare traffici e commerci sulle rotte del Mediterraneo.

 

Vi approdarono santi, Paolo ad arruolare neofiti e Francesco a fecondare uova/vite a testimonianza di fede.

 

Ne ripartirono credenti/missionari ad evangelizzare le colline dell’interno nel chiuso di conventi ed abbazie.

 

Vi approdarono i monaci d’oriente con libri di preghiere e sacre icone a popolare di canti e di lavoro laure e cenobi dell’interno.

 

Partirono su veloci “saette” i monaci benedettini, abili nel governo delle anime e nell’amministrazione degli affari.

 

Vi approdarono i corsari truci, con fame di bottino, e vi installarono potenti “ribat“.

 

Ripartirono a saccheggio della costa con indigeni in fuga nell’interno.

 

Partirono gli emigranti per bisogno, a caccia di fortuna in altri lidi.

 

Approdarono i nipoti all’entusiasmante e commovente scoperta delle radici.

 

Approdarono gli Alleati della “Operazione Avalanche” ad esportare democrazia.

 

Ripartirono lasciando “seniorite” senza onore a baratto di “farenella”, cioccolato e sigarette.

 

Partono i pescatori a notte fonda, a contare le stelle nel cielo blu/lavagna con occhio attento a fremito di rete.

 

Approdano cianciole e gozzi a regalare ricchezza di pescato.

 

Partono “vapori” a festa di crociera, a cogliere emozioni costa/costa.

 

Approdano turisti stupefatti a miracolo di case e d’uliveti.

 

Partono ragazze, cuore inquieto, accese a fuoco d’occhi saraceni.

 

Approdano già donne, complici gli anfratti a pelo d’onda.

 

E per tutto il territorio del Parco il mare è una risorsa e come tale va difeso e valorizzato. E’ una grande opportunità per il turismo nautico da diporto, se solo si impostasse una politica seria della portualità,  è via di comunicazione da utilizzare sempre più e al meglio, è un bene ambientale in grado di riempire di contenuti escursioni di grande suggestione.

 

E anche qui il mare canta peana di lavoro, racconta laceranti storie di emigrazione, rievoca frammenti di costume nell’evolversi della quotidianità, riscrive stupende pagine di letteratura, ridisegna, nell’iride dei colori, le tele dei pittori, riesegue nello sciabordio agli scogli le dolci sinfonie dei musicisti, fa scorrere fotogrammi di film, profuma sulle tavole dei ristoranti, si esalta allo sgocciolio perlaceo delle bagnanti statuarie nella bellezza ostentata.

 

E’ il mio mare, il mare della mia Itaca, da dove presi il volo, Ulisse inquieto ed irrequieto, in giro per il mondo, ma anche il porto di approdo a riconquista di memoria di infanzia e giovinezza lontana ad azionare moviola a fotogrammi di esistenza.

 

Che questo mio amore per la terra dei Padri faccia da viatico alla nuova “governance” dell’Area Protetta, quando da qui a pochi mesi sarà nominata.

 

Giuseppe Liuccio

 

g.liuccio@alice.it

 

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