L´ Arlecchino Jazz di Pierfrancesco Favino

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Convince “Servo per due” dell’attore che si è raccontato al microfono di Peppe Iannicelli per “Giù la maschera”, che non ha risparmiato l’accostamento calcistico

 

 

 

Di GEMMA CRISCUOLI

 

Spaziare da Fellini a Gigi D’Alessio strizzando l’occhio al trio Lescano e a una Wanda Osiris en travesti? Tutto è possibile quando a farla da padrone è uno spudorato senso del gioco. Nell’applaudito “Servo per due”, in scena al Teatro Verdi fino a domenica alle 18.30, Pierfrancesco Favino, protagonista e regista con Paolo Sassanelli, rende omaggio alla Commedia dell’Arte, esaltando tutte le potenzialità espressive del corpo dell’attore, che si fa saltimbanco, mimo, tenero innamorato, burattino pasticcione, inno vivente alla voracità. Nell’adattamento di “One man, two guvnors” di Richard Bean (ispirato all’”Arlecchino” goldoniano) che lo ha impegnato con Marit Nissen e Simonetta Solder, oltre allo stesso Sassanelli, l’interprete è Pippo (nomen omen, data la sua capacità di agire puntualmente in modo illogico) che nella Rimini del 1936 deve destraggiarsi tra due padroni che si scopriranno essere due fidanzati sotto mentite spoglie. La trama è però solo un pretesto che asseconda la dimensione totalizzante dello spettacolo, l’allegra celebrazione della finzione che, anche e soprattutto nel coinvolgimento degli spettatori, esalta il carattere fittizio di tutto quel che si muove in scena. Ecco allora che la nave di “Amarcord” o l’intonare una canzone di D’Alessio con tanto di illuminazione da discoteca rientrano in una dimensione circense paga di se stessa. Il repertorio di inseguimenti, travestimenti, doppi sensi, porte sbattute in faccia con la precisione di una partitura non conosce un attimo di cedimento grazie al cast del Gruppo Danny Rose che ispira la sua recitazione al jazz, dove l’unità non può fare a meno di forze all’apparenza centrifughe. E poiché l’unico comandamento è divertire, i pezzi forti dell’epoca, come “Maramao” o “Baciami piccina”, come le coreografie che scandiscono la narrazione, non sono semplice omaggio al passato, ma bisogno di riscoprire la leggerezza del varietà. “Una leggerezza che aveva a suo modo un peso- ricorda Favino a “Giù la maschera”, perché tentava di distrarre dalle ansie di quel tempo. La Rimini degli anni ‘30 è l’ambientazione ideale: nella nostra pièce tutti mentono e mai come durante il Fascismo l’Italia ha finto di essere altro. In quegli anni tra l’altro sono state prodotte cose pregevoli nel costume e nell’architettura. Negli ultimi anni le incapacità sono state mascherate come stile e questo ha allontanato lo spettatore, il cui tempo deve avere un valore e che merita tutto il nostro impegno. Si impiega tutta la vita per rendere semplice il mestiere di attore, e in effetti cosa facciamo? Vogliamo fregare la morte replicando la vita attraverso il racconto: una sfida che tentiamo anche se siamo consapevoli della sconfitta. C’era un motivo se ci seppellivano in una terra sconsacrata: suscitavamo inquietudine”.

 

 

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