Giuseppe Grattacaso tra stelle e bicchieri

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Il poeta torna in città l’8 novembre per presentare presso la galleria Il Catalogo insieme a Diego De Silva la sua ultima opera pubblicata dalle edizioni Campanotto

Di OLGA CHIEFFI

 Si può fare poesia con stelle e bicchieri? Sì, attraversando trasparenze e lontananze e lasciando una porta accuratamente aperta all’ironia, stato salvifico, con cui l’anima può giocherellare. “La vita dei bicchieri e delle stelle” è il nuovo libro di Giuseppe Grattacaso, uno dei maggiori poeti contemporanei. Originario di Salerno ma ormai pistoiese d’adozione, l’8 novembre ritorna in città presso le mura amiche della galleria Il Catalogo, di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta ove alle ore 18,30, ritroverà il collega Diego De Silva a presentare la sua ultima opera, pubblicata dalle edizioni Campanotto. Giuseppe Grattacaso pone sulla diafana pagina dieci gocce tonde e inafferrabili di mercurio e giocandole sulla sua esperienza di uomo curioso e colto, sull’affiorare insistente e sottile di ricordi non vani –richiami del passato vivificati nell’ambito di un minuscolo, sottinteso “ateismo” non impervio a incursioni improvvise di piogge di stelle – guida il lettore complice attraverso gli enigmi del senso smarrito del cosmico, i ricettacoli, i luoghi e le situazioni in cui è possibile riconoscerlo e goderne. Uno sguardo verso le stelle e la poesia si pone già mille domande. La scienza ci dice  che l’universo continua a crescere, come sia ancora in espansione. Ma verso dove si muove e come fa a diventare più grande, se è già infinito? Ammassi di stelle, nebulose, galassie dalle strane forme e di numero esorbitante (nell’universo se ne contano più di cento miliardi, e le più grandi, le galassie giganti, arrivano a contenere anche mille miliardi di stelle): insomma una gran confusione, che non sembra avere nessuna logica, ma a cui cerchiamo di imporre una ragione e che vorremmo ricondurre a sistema. In effetti, più conosciamo le caratteristiche dell’universo e più ci allontaniamo dal saperne davvero qualcosa. Lo sguardo appunto si posa indifferentemente su astri lontani centinaia di anni luce e sugli oggetti vicini, cucchiai ventilatori lavatrici divani, per scoprire che abbiamo bisogno degli uni e degli altri, dei bicchieri e delle stelle, che il lontano e il vicino, l’imperscrutabile e il definito, hanno relazioni nascoste e fanno parte a pieno titolo e con eguale rilevanza delle nostre vite. Le cose con la loro concretezza, con l’immediato aiuto della loro consistenza fisica, sanno dare una risposta al nostro bisogno di ordine. Possiamo collocarle su ripiani e mensole, catalogarle, dare loro un assetto logico, per poi renderci conto che anche gli oggetti ci sfuggono, fanno le bizze, si perdono e ci perdono, facendo incrinare le nostre certezze.  La poesia di “La vita dei bicchieri e delle stelle” parla di tutto questo e dell’eterno contrasto tra il corpo, che vorrebbe vivere in pace la propria finitezza, e l’anima, che non vuole scendere a patti con i nostri limiti, certa del suo destino eterno. È una poesia che predilige il tono leggero, a tratti ironico e sentenzioso, una poesia che si muove sul terreno della riflessione, ma che risolve l’angoscia in una musica lieve, scandendo il ritmo attraverso un endecasillabo rivisitato, che consapevolmente si nutre della tradizione, a cui guarda con devozione e che contraddice quasi beffardamente, in una danza cosmica di creazione e distruzione, aspetto essenziale della natura e dell’intero cosmo.