Il ritorno di Pippo Delbono

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Questa sera alle 21, il sipario del teatro Verdi si leverà sul lavoro “Dopo la battaglia” premio Ubu 2011

 

Di OLGA CHIEFFI

Assente dalle scene salernitane da circa dieci anni, Pippo Delbono e la sua Compagnia saranno al Teatro Verdi di Salerno, questa sera e domani (rispettivamente alle ore 21.00 e alle ore 18.30) con lo spettacolo Dopo la battaglia, creato con la collaborazione di due grandi artisti: la danzatrice Marigia Maggipinto, storica componente della compagnia di Pina Bausch, e Alexander Balanescu, compositore e virtuoso del violino, qui autore della colonna sonora. Lunedì 4 novembre alle ore 9.45, presso il Teatro d’Ateneo dell’Università degli Studi di Salerno, si terrà la proiezione di “Sangue”, ultimo lavoro del regista/autore/performer teatrale e cinematografico Pippo Delbono, che ha ricevuto il Premio Don Chisciotte al Festival di Locarno 2013, in cui era in concorso, e che vedrà, presso l’ateneo salernitano, la prima proiezione per il Sud Italia. Al termine della proiezione si terrà l’incontro con lo stesso Delbono, che parlerà del film e risponderà alle domande degli studenti e del pubblico presente. Metafore per immagini, icone, la valenza testimoniale dell’esistere invece dell’apparire, le parole ardenti di Artaud, Pasolini, Kafka, Alejandra Pizarnik, Whitman, vanno a comporre il mosaico di “Dopo la battaglia”, svettando sulla fatiscente crisi delle coscienze del mondo attuale. Soffia un vento di lacerante bellezza, si sentono i pensieri danzanti, il bisogno d’amore trova ricovero nel calore e nella tenerezza, quando l’anima fragile e indomita supera la paura. Un lavoro di squadra sincronico, che trascina fuori dal labirinto, liberi, lontani dalla sclerosi mentale, sulle note di Verdi, Pagani, Herny Salvador, Elis Regina, Irene Jacob.Cosa resta dopo una battaglia, se non i cadaveri sul campo? Ammesso che non abbiamo combattuto contro i mulini a vento, perché in questo caso saremo affranti dall’insoddisfazione. Dopo la battaglia è uno spettacolo nel quale l’acredine dello sconfitto si confeziona in un prodotto facile. Spente le luci in sala, si palesano agli occhi dello spettatore i classici componenti del cast del regista ligure: alcuni seduti, su delle sedie che sembra invochino la grazia ai tarli, altri, alle loro spalle in piedi, a formare una composizione di un nostalgico affresco nobiliare. Emerge all’istante dai costumi la predominanza del bianco, del rosso e del nero, gli unici colori sulla scena, che costituiscono un impianto cromatico formale piuttosto standardizzato. Col dipanarsi dello spettacolo appaiono quadri scenici di grande resa estetica, mentre l’uso di alcune maschere completa l’anima grottesca che guida il fiuto del regista, ma non è certo una vena d’oro che troveremo nel monolite di creature sul palco, perché i temi di contorno non sono nuovi: Artaud, la reclusione, in particolare di Bobò, l’infamia della società, della politica e del sistema culturale contemporaneo, creano un contrasto retorico col violino di Balanescu e con i delicati passi della Maggipinto. Un ethos fin troppo condiviso e condivisibile che trova visibilmente facile consenso aldilà delle esistenze singolari. Uno spettacolo che rappresenta una tappa importante nel percorso artistico di Delbono, che immette una linfa diversa nel suo linguaggio, puntando anche su effetti video e atmosfere cinematografiche, e che proietta la sua ottica verso il femminile. Gran direttore d’orchestra di questa sarabanda saettante, quello che supera diversità, razzismo, emarginazione, è Bobò, icona del suo teatro, cui Pippo dedica lo spettacolo. Nella sua storia personale, nei suoi anni in manicomio, nella sua sordità, nella sua spontanea grandezza attoriale, c’è l’anima della rappresentazione, c’è la libertà di essere oltre l’apparenza e le regole. A volte succede che si esca dal cammino segnato dal destino di ciascuno di noi, a volte si danza per non sentirsi perduti per tornare ad essere. Per sentirsi finalmente in pace dopo la battaglia.