Il confronto plurilinguista di Noa

0

 

 

 

La cantante yemenita torna questa sera al teatro Verdi per incontrare la bacchetta di Daniel Oren

 

 Di OLGA CHIEFFI

 

Noa, la cantante yemenita, con la sua vocalità istrionica, sapiente e mutevole, che sa passare dal pop al folk, dal soul alle melodie della sua terra tratte o ispirate dal Diwan, il libro delle tradizionali canzoni cerimoniali, e dal Silsulim, che dà vita ad un repertorio che lambisce entrambi gli emisferi culturali, si presenterà questa sera, alle ore 21, al pubblico del teatro Verdi, per incontrare la bacchetta di Daniel Oren alla guida dell’Orchestra della Radio di Zagabria, presentando un programma in cui spazierà dalle canzoni classiche napoletane, agli stilemi della musica ebraica, non disdegnando un omaggio al nostro melodramma, un viaggio nell’anima del meridione del mondo. Il suo tuffo nell’universo sonoro partenopeo è un confronto plurilinguista, in cui la nostra canzone, sarà eseguita con lo sguardo rivolto ad un futuro aperto ad ogni influenza diretta o indiretta, che la naturale evoluzione del linguaggio musicale ha esercitato su questa struttura compositiva. Crediamo di sposare le intenzioni di Noa, affermando che si possa definire canzone napoletana quel componimento musicale, i cui versi siano in dialetto napoletano e la cui melodia sia riconoscibile come napoletana, appartenente, cioè, ad una precisa etnia, così come avviene per il fado, il flamenco e per altri generi musicali di tradizione popolare. Tuttavia, risulta non facile fissare la specifica identità della canzone napoletana, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. E’ figlia della poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, e ha espresso, come le è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo. Nello stesso tempo, però, si è adattata alle esigenze di mercato, diventando, di volta in volta, canzone di taverna, da salotto, da ballo, teatrale, sia comica che drammatica, e chi sa quante altre cose ancora. Non sempre e non solo bisogno di canto e di poesia, quindi, ma anche buono o cattivo artigianato. Il fatto singolare è che la canzone, “porosa”, come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da sonorità appartenenti ad altre culture, come quella medio-orientale di Noa, e ad altri generi musicali, la melodia napoletana è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, della quale abbiamo forse dimenticato il senso e serbato soltanto l’armonia, una reminiscenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo. Sarà per Noa, rappresentante di quella musica delle azioni, fedele specchio di un crogiuolo di culture e di storie, anche politiche, precarie e instabili, un calarsi rigenerante nella melodia napoletana che ornerà e sarà ornata dalla sua gola, anche se senza i veli della nostra personale “Napolitanìa”, interprete d’atmosfere e di emozioni, dispensatrice di un prezioso talismano foriero di piccole ebbrezze a Sud del mondo sotto lo sguardo enigmatico della luna nuova, nella notte del passaggio.