PARTENOPE IERI, OGGI E DOMANI – CULTURA E CONOSCENZA DELLA STORIA

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 Il primo vero grande processo di disintegrazione politico, identitario e culturale si è verificato proprio nel Regno delle Due Sicilie, all’indomani della conquista piemontese del 1860-1861.
La progressiva desertificazione della identità e della cultura del Sud fu attuata seguendo una strategia di egemonia culturale di derivazione giacobina e liberale. 
Nel Sud si fece tabula rasa della memoria storica di un Regno che per secoli aveva conservato una sua unità strutturale. Nonostante che permanesse anche la memoria di Federico II che ribadiva una statualità grande e profonda, i principi di uno sviluppo autoctono e di un rapporto di grande autonomia persino nei confronti della Chiesa, fino a giungere ad uno scontro epocale.
Non poteva essere evitato un conflitto aperto tra una nazione come quella del Sud e una nazione che nasceva dal disegno politico-intellettuale di una minoranza che voleva un grande Piemonte, sostenuto da Francia e Inghilterra e dalla Massoneria internazionale. C’erano principalmente gli influssi giacobini e del protestantesimo che avevano seminato ed insistito nella negazione di quelle tradizioni, di quelle saggezze tradizionali che il popolo meridionale riteneva fondamentali della sua stessa identità e che quindi si tramandavano di generazione in generazione. 
Bisognava, quindi, negare consuetudini, conoscenze, modi di essere, religiosità comuni a tutto il popolo.
Essenziale in questo processo di negazione e di disintegrazione era una sorta di rivoluzione pedagogica che nasceva da una “rieducazione” delle masse e da una loro formazione che doveva spezzare ogni legame con le tradizioni popolari. 
Bisognava vanificare ogni collante nell’ambito della comunità meridionale. 
Seminare individualismo, relativismo, nichilismo, opportunismo, materialismo e disperazione. Bisognava far dilagare miseria e ragion conveniente.
Alla grande guerra civile sarebbe dovuta seguire la guerra civile molecolare. 
Dopo, gli stranieri, tutti gli stranieri, avrebbero avuto buon gioco. I modelli dell’invasore, dello straniero, sono stati sempre quelli oscillanti tra il neogiacobinismo e il moderatismo liberale, il comitato d’affari e la speculazione.
La stessa leva obbligatoria di lunga durata e l’avversione alla civiltà contadina nascono proprio da questo approccio culturale e pedagogico. E quindi nasce in questo contesto il progressivo sradicamento delle preesistenze comunitarie e quindi della stessa religiosità dei popoli, non solo di quello meridionale.
Viene meno non solo il rispetto per la terra, ma anche per la natura, per l’uomo, per il creato. Tutto si deve sottomettere ed essere strumento di speculazione, di usura. La deforestazione e i guasti idrogeologici, la destrutturazione del paesaggio e gli organismi geneticamente modificati: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La napoletanità, il pensiero meridiano erano cultura, anima, arte, musica, pathossolidarietà, cultura del dono e comunitarismo. Persino trasgressione e discontinuità nella festa.
Questo processo di disgregazione e di annichilimento che investì il Regno delle Due Sicilie si è spostato a tutto il sistema Italia e all’Europa tutta. Si parte dalla negazione della cultura, della storia, dalla omologazione dei saperi, dal degrado e dal relativismo della stessa Chiesa, dalla distruzione delle consuetudini alimentari e di ogni specificità anche delle colture, della coltivazione della terra, fino ad un vero e proprio lavaggio del carattere delle masse con l’ideologia pubblicitaria e consumista. Siamo alla sparizione della sovranità politica, economica, monetaria, agroalimentare, linguistica. Pensiero unico ed uniformato, mercato unico, lingua unica, religiosità fai-da-te, banale e relativistica.
La tecnocrazia della dittatura dell’Alta Finanza, dei banchieri e delle burocrazie dell’Europa, il potere giacobino e senza volto non stanno riuscendo ad avere ragione delle resistenze popolari che si stanno alimentando, trasversalmente, un po’ ovunque.
«Nei primi anni Sessanta – scriveva Pierpaolo Pasolini – a causa dell’inquinamento dell’aria e, soprattutto in Campania (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti), sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. 
Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo abbastanza straziante del passato».
Quel tipo di deriva ambientale e antropologica che Pasolini intuiva è stata accentuata e ha subìto una accelerazione devastante negli ultimi decenni. Un avvelenamento, una mutazione decisiva. Specie nel Nostro Sud, sotto l’incalzare del processo di normalizzazione e dell’ideologia del dio quattrino, si stanno formando moltitudini di omuncoli degenerate, ridicole, mostruose, criminali. Basta soltanto uscire per strada per capirlo.
Quasi tutti fanno l’impossibile per annientare quella tribù napoletana, irripetibile, irriducibile ed incorruttibile. Non ci riusciranno. La diritta via è segnata ancora una volta da Cultura, Coraggio, Virtute e Conoscenza. Queste sono le prime risorse per risalire la china. C’è sempre da preferire un manto di lucciole, una natura incontaminata a una Montedison, a un’Italsider, a un Petrolchimico, a una Terra dei Fuochi con scorie radioattive e tossiche… 
 
Pietro Golia

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