Vesuvio, rischi dimenticati. Sos alla Corte europea. Dodici cittadini della zona rossa presentano ricorso a Strasburgo

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La sicurezza dei residenti nei comuni della «zona rossa» ad alto rischio eruzione è nelle mani della Corte di Strasburgo. Dopo decenni in cui lo Stato avrebbe fallito, non mettendo a punto un piano di emergenza dettagliato, con vie di fuga ridotte a colabrodo ed infrastrutture inesistenti, dodici residenti (guidati da Rodolfo Viviani e rappresentati dall’avvocato Nicolò Paoletti) si sono rivolti alla Corte Europea dei diritti umani. Se il Vesuvio si svegliasse ora, chi vive intorno al vulcano non saprebbe cosa fare e dove andare. «L’Italia dovrebbe mettere a punto, nel minor tempo possibile, un piano di emergenza che indichi le vie di evacuazione – dicono i ricorrenti – e le autorità dovrebbero predisporre rifugi, condurre controlli antisismici su tutte le strutture pubbliche, organizzare esercitazioni, informare regolarmente i cittadini». In caso contrario, si metterebbe a rischio, per di più consapevolmente, la vita dei residenti, tutti. «Lo Stato ha il dovere di prendere tutte le misure necessarie per ridurre al minimo i rischi che la popolazione corre in caso di calamità naturali e quindi anche nel caso di eruzione – dice l’avvocato Paoletti – ma dai dati raccolti non risulta che le autorità stiano adempiendo a questi doveri». Il Vesuvio è nei fatti una «bomba ad orologeria». Ai dodici residenti fanno eco il leader degli ecorottamatori Francesco Emilio Borrelli ed il capogruppo degli ecologisti al comune di Pozzuoli Paolo Tozzi: «Anche noi invieremo un esposto alla Corte Europea, perché il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, invece di aggiornare il piano di evacuazione del Vesuvio e realizzare quello dei Campi Flegrei, ha dato priorità alle esercitazioni nel salernitano sullo tsunami, fenomeno improbabile in quei territori». Sulla querelle seguita al ricorso impazza il dibattito tra i sindaci della «zona rossa ». Per Mimmo Giorgiano, sindaco di San Giorgio a Cremano «il piano va riscritto subito ed i sindaci devono essere convocati immediatamente per dare il proprio contributo». Giorgiano ipotizza anche una grande esercitazione che coinvolga tutto il territorio e funga da prova generale. «Non so se sia utile ricorrere all’Europa – dice Pino Capasso, sindaco di San Sebastiano al Vesuvio – so però che dopo le prime esercitazioni con Bertolaso non ci sono stati più incontri tra i sindaci: la comunicazione ai cittadini è importante, ancor più del piano». Il dito sulla piaga, ossia sulle centinaia di milioni di euro occorrenti per mettere a regime un piano di cui le linee guida sarebbero state tutto sommato definite, lo mette Antonio Zeno, sindaco di Massa di Somma: «Siamo realisti, le autorità dovrebbero spingere sugli incentivi per l’allontanamento dalla zona rossa». Mentre per Luca Capasso, sindaco di Ottaviano, il nodo da sciogliere è quello delle infrastrutture. «La realtà – dice Capasso – è che in questo momento non ci sono vie di fuga adeguate: realizzarle o rimettere a posto quelle individuate sarebbe un grande passo avanti». Sulle mancate infrastrutture il sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito, è drastico:«Comprendo i motivi che hanno spinto i cittadini a rivolgersi alla Corte dei diritti umani. Ma una diffida al governatore è partita dall’ufficio legale del Comune di Sant’Anastasia: abbiamo chiesto l’approvazione del piano strategico operativo mai varato che avrebbe messo in sicurezza questi territori, impoveriti senza ristoro alcuno». Esposito lancia poi una provocazione: «A fine novembre indirò una grande manifestazione, per celebrare il decimo compleanno della legge 21, quella che ha istituito la zona rossa ed è poi rimasta lettera morta nelle sue applicazioni. Chi vuole, è invitato a questo macabro compleanno». (Daniela Spadaro – Il Mattino)