Un giorno solo. La forza irresistibile della comunità

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Come un esercito d’invasione, che razzìa e devasta, la grande crisi avanza. Intorno ai suoi cingolati, che inesorabilmente cancellano dalla Terra infiniti frammenti di bellezza e di giustizia, quasi tutti precedenti all’avvento della tirannia finanziaria, trottano le schiere non meno micidiali dei disinformatori di professione. Senza di loro l’armata della globalizzazione usuraia non avanzerebbe di un passo. Il loro compito è impedire alla gente di comprendere quello che accade nel mondo e di riflettere sulle cause dei propri mali.

Come compenso per questo orribile lavoro è loro consentito di beccare le briciole sotto la tavola imbandita del grande business.

Fiacche e svagate, le masse imbottite di sedativi mediatici girano la testa verso la grancassa e i fuochi fatui dell’intrattenimento sempre più ossessivo. Sentono, è vero, al collo il cappio della crisi, ma ormai lo considerano come un’ineluttabile fatalità. Gli è stato spiegato, anzi, che “se la sono cercata”, per aver voluto vivere “oltre le loro possibilità”. Che per toglierlo ci vorranno molti anni, che forse una vita non basterà, che, anzi, bisognerà stringerlo ancora, per evitare l’apocalisse. E così giunge la stretta, ma non ancora mortale. Almeno, non per tutti. L’annunciano coi nomi più leggiadri, tipo “Salva Italia”, scatenano la fantasia per mimetizzarla con ogni sorta di luccicanti frivolezze. Però il colpo arriva, e la vita non è più la stessa.

E il tartassato che fa? Cerca di strapparsi il cappio o di tagliare il nodo scorsoio? No. Giornalisti e intrattenitori lo ammoniscono e lo terrorizzano affinché non si macchi di un gesto così temerario. E così il malcapitato si alza sulla punta dei piedi, rinunciando alla sua libertà, rassegnato a un lento soffocamento. Un’agonia accompagnata dalla colonna sonora del tormentone di moda. Cercheranno perfino di impedire a lui di congedarsi dal mondo con dignità e alla comunità di meditare sulle cause della sua, anzi, della comune disgrazia.

Le modalità e gli effetti di questa subdola narcotizzazione di massa variano alquanto nel nostro Sud. Qui fu scatenata un’offensiva mistificatrice contro un popolo fiero che con una lotta sanguinosa durata quasi dieci anni tenne in scacco un imponente esercito di occupazione smascherando di fronte al mondo le mire egemoniche e predatorie del Piemonte e dei suoi potenti sponsors. Contro i legittimi difensori di uno Stato che nel solco di una grande civiltà tentava di riaccendere nella Penisola il sogno di una reale indipendenza dalle potenze straniere e di un Mediterraneo luogo di incontro e di cultura, anziché arena di competizione riservata al club esclusivo degli imperialismi mercantili. Con un ininterrotto bombardamento al napalm si tentò di strappare anche le radici di un’identità, così temuta, da consentire che ne fosse teorizzata – fin dalle cattedre universitarie – la distruzione.

Così, per 153 anni hanno cercato tenacemente di scalpellare dalle strade e dai cuori ogni traccia della memoria storica, di limare con tecniche da malfattori ogni appiglio alla consapevolezza identitaria e di accecare la capacità critica incanalandola nell’autostrada senza uscite del Pensiero Unico, beninteso nella versione destinata alle colonie lontane dalle centrali del grande potere usuraio, fondato sulla prepotenza militare, che si fa beffe della democrazia nel momento stesso in cui la invoca a pretesto per ogni sopruso.

Oggi l’istantanea crudele che dobbiamo contemplare ci mostra un popolo doppiamente vinto, consegnato – con la storica complicità di esponenti politici cui è stata concessa licenza di accattonaggio in cambio dell’impegno a non disturbare il manovratore – al protettorato rapace e irrispettoso di un’altra parte dello Stivale, a sua volta abbandonata “senza nocchiero” alle tracotanti scorrerie dei padroni del gioco.

Molti sembrano avere ormai portato il cervello all’ammasso, sostituendo il pensiero con l’ipnotica ripetizione delle tiritere lanciate dalle stazioni mediatiche. Altri, seguendo il sentiero aperto dai coraggiosi pionieri della revisione storica e da quanti ne hanno raccolto il testimone, hanno cominciato ad aprire gli occhi sulla catastrofe che travolse la nostra patria nel 1860.

Continua ad essere carente, invece, la coscienza delle cause, anche interne, di quel cataclisma, e del suo legame con un assetto internazionale fondato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento sfrenato degli uomini e dell’ambiente. Spuntano come funghi aggregazioni meridionaliste o sedicenti tali, quasi sempre coagulate non intorno a una visione del mondo, a una prospettiva geo-politica o a un modello sociale, bensì intorno alla vanità, spesso claudicante e a volte depressiva, del fondatore e degli ispiratori, a loro volta in conflitto fra loro. Principale preoccupazione di queste formazioni è, quasi sempre, la distribuzione di roboanti cariche, più o meno virtuali, la cui investitura tende a trasformare l’adepto nella caricatura di un alto dignitario, tutto sussiego e spocchia, che comincia in molti casi a partorire l’irrefrenabile ambizione di scalzare il “capo”. Ne scaturiscono collisioni molecolari o sub-molecolari, innescate da logiche e codici comportamentali settari e autoreferenziali, che non disdegnano nemmeno il parassitismo e il sabotaggio ai danni di chi opera seriamente. Il lavoro coerente, duraturo e valido, anziché ispirare un impulso di collaborazione, viene spesso vissuto come l’allontanamento dell’aspirante primadonna di turno dalle luci della ribalta.

Questa frustrante quadriglia si risolve in una boccata d’ossigeno per un sistema coloniale sempre più screditato, che sta vorticosamente sprofondando nelle sue contraddizioni.

Aumenta, così, negli ambienti meridionalisti, il rammarico per la difficoltà a passare dalla presa di coscienza dei danni causati al Sud dall’occupazione piemontese e dalle politiche dei governi unitari alla formazione di una volontà collettiva capace di invertire la rotta e recuperare benessere e dignità perduti. Quanti mesi, anni o ere geologiche occorreranno per dare corpo a una classe dirigente fatta di uomini e donne seri, avveduti, determinati, lungimiranti, insensibili alle lusinghe del denaro e del successo? Uomini e donne che traggano la loro ispirazione dalla grande tradizione di ordine nella giustizia, di solidarietà umana, di confronto schietto e fecondo con le altre culture, di radicale rifiuto della tirannia del denaro? Uomini e donne che disdegnino di inondare coi loro volti l’universo fittizio del web?

Molti stentano a capire che i nuovi militanti del Sud dovranno essere uniti e forti come i guerrieri di una falange, di cui non si possano distinguere le fisionomie, ma solo il disinteresse, il valore, lo spirito di sacrificio. Nella battaglia in difesa della nostra terra e del nostro popolo dovranno essere senza nome né volto come gli eroici popolani che, in un giorno di gennaio del 1799, mentre la nobiltà rappresentata dal vicario del re Pignatelli stava per consegnare le chiavi di Napoli agli invasori francesi, decisero la difesa a oltranza della città e del Regno.

I tempi sono mutati, ma sotto la pressione spietata di una crisi epocale i cui artefici spingono la loro feroce avidità fino a scherzare col fuoco dell’impoverimento globale, della distruzione del territorio, dell’annientamento della democrazia, la storia potrebbe conoscere una delle sue memorabili accelerazioni.

Le comparse vanesie e inconcludenti lasceranno allora il campo alla forza irresistibile tanto temuta dai tiranni di ogni tempo: la comunità. E per porre fine all’interminabile attesa basterà un giorno solo: quello in cui le mani delle genti del Sud si stringeranno in un ritrovato vincolo di operosa fratellanza nel segno della tradizione, per riprendersi una volta per sempre le chiavi di casa. Senza recriminazioni né desideri di rivalsa: la nostra vendetta, come disse l’eroe irlandese Bobby Sands, sarà il sorriso dei nostri bambini.

Editoriale di Edoardo Vitale – direttore dell’omonima rivista

 

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