Il compromesso col sogno

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La domenica sui palcoscenici salernitani propone “Fuori” al teatro Ghirelli e “Le voci di dentro”  al teatro Verdi, due spettacoli di elevato livello che sembrano legati da un sottile filo rosso

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Salerno sta proponendo sui palcoscenici dei suoi teatri spettacoli di grande interesse. Si è cominciato al Ghirelli con il Beckett di “Giorni felici” con Nicoletta Braschi che ha passato il testimone a “Fuori” da Vincent Delecroix con Renato Carpentieri, in scena sino a questa sera, mentre la stagione di prosa del massimo cittadino ha trionfalmente inaugurato con Toni e Peppe Servillo impegnati in una rilettura de’ “Le voci di dentro” di Eduardo. “Fuori” è l’invito di un professore di filosofia che fa il suo esercizio di morte sulle tracce del Platone del Fedone, e si ritrova solo fuori della porta, una solitudine al limite della follia, quando si finisce per mescolare il reale con l’immaginario. In realtà la solitudine è una condizione esistenziale fondante per l’essere umano. Si parte da questo: siamo tutti soli. Come gestire questo dato, come mascherarlo, come prenderne le distanze? C’è anche un lato positivo della solitudine, che è lo spazio necessario all’intellettuale o all’artista per esercitare la propria creatività. Ma in questo caso è una solitudine “popolata”, solo apparente, infestata com’è dai ricordi e dai richiami all’universo dei libri letti, una condizione che può offrire un godimento strabiliante. Il professore cerca di spiegare cosa sia la filosofia, senza la quale il mondo diventa un luogo sconosciuto e incomprensibile. “Ogni creazione autentica è un dono al domani” scriveva Camus nell’ “Actuelles II” ed è questo l’invito di Delecroix in tempi di crisi, ad affidarsi al linguaggio delle arti. In tempi di assoluto nichilismo, infatti, l’unica uscita di sicurezza per l’umanità la porta di cui si devono ritrovare le chiavi è la “cura” del proprio essere, è avvicinare il linguaggio dell’ arte, “la grande bellezza”, l’andare sulle vette e negli abissi dell’io, allo scopo di immaginare, e cogliere nuovi sentimenti, nuove emozioni. Solo purificandoli potremmo vedere, allo stato puro, ciò che abbiamo scoperto, cosa siamo, ri-generando la vita tutta, da semplice vita vivente in vita vissuta. Ma il filosofo è “fuori posto”, non ha luogo è sviante, inclassificabile, ecco che la porta di casa si apre ma è un ospedale psichiatrico. Non resta a noi uomini della fine di ritornare alle proprie radici, ed ecco apparire i genitori del professore ai tavolini di un bar della stazione ove tutto termina e tutto ricomincia. Se abbiamo apprezzato la recitazione di Renato Carpentieri molto familiare, reale in “trio” con Valeria Luchetti e Stefano Patti, la grande attesa era per “Le voci di dentro di Eduardo”, spettacolo pluripremiato, forse sopravvalutato dalla critica. Toni Servillo trasforma in oro tutto ciò che tocca, oggi giorno. Toni, nei panni di Alberto Saporito che ha firmato anche la regia, si è presentato al pubblico salernitano con a fianco il fratello Peppe, che ha ben interpretato Carlo, e con un cast non certo all’altezza della amatissima commedia edoardiana, a cominciare dalle due donne, la vecchia zia e la cameriera, (ruolo affidato a Chiara Baffi, figlia del celebre critico teatrale Giulio) unitamente alla chiassata proposta dalla moglie della vittima Aniello Amitrano, per finire con il portiere Michele che parla in un italiano perfetto, lasciando scivolare come acqua su pietra frasi basilari all’economia del testo, quali “Mo’ se sono imbrogliate le lingue”. In effetti l’intero I atto non è convincente. Toni Servillo ha rivoluzionato il ritmo della commedia, a ragion veduta per non andare a scontrarsi con la versione inarrivabile di Eduardo. La tirata di Alberto Saporito è giocata interamente giocata su di una nota sola, come un bordone, sul registro dell’enfasi. La scena è quasi neo-classica con una cucina il cui sfondo è grigio nel primo atto, nero nel secondo, per l’ingombro fisico ( uno stanzone ripieno di ogni rifiuto e cianfrusaglie) e morale (l’animo dei Cimmaruta che giungono a concepire il delitto) dominato dal genius loci, l’eroe dello spazio chiuso Zì Nicola, sparavierse, in un’eterna opposizione spaziale alto-basso, silenzio-parola, lingua creativa e lingua stereotipa, e finale con fondale bianco in omaggio alla rivelazione. Nel secondo e terzo atto il livello di recitazione sale e si riesce finalmente a toccare con mano ancora una volta questa sconcertante e desolata commedia, in cui tutto crolla e crolla perché ai suoi uomini non parlano “le voci di dentro”, le voci della coscienza che parlavano a Zì Nicola, che aveva rinunziato a parlare, perché meglio era essere muto se l’umanità è sorda. A questo vecchio matto, “fuori posto”, come il Socrate di Platone e il professore di filosofia di “Fuori”, le voci di dentro avevano detto per tutta la vita fa così ed egli poteva essere sicuro della buona strada. L’umanità non è dunque perduta: essa troverà la sua salvezza quando queste voci le parleranno dentro. Essendo uomini della fine, il raggio di luce che ci condurrà in superficie, possiamo trovarlo nel primordiale, denso di nascite, del quale c’impossesseremo di una scintilla, di un fuoco d’artificio per poter accendere, senza timore, i “luminari” con racchiuso dentro il bengala della nostra mente “un po’ di pace!” grida Zì Nicola, “Basterebbe far tutti un po’ di silenzio e riusciremmo a sentire”, Dice Ivo Bellini (Roberto Benigni) nel finale de’ “La voce della luna” di Federico Fellini. Dopo aver tentato numerose strade ora non resta che accogliere il sogno iniziatico, il silenzio, in modo che, in esso, la mente possa aprirsi un cammino immune da sensi prefissati e di qui, ogni slargo, ogni liberazione, ogni nascita potrà divenire possibile