Cancro al colon ed ormone tiroideo: nuove possibilità di cura Un enzima il “bersaglio” terapeutico

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La ricerca scientifica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II pubblicata sulla rivista internazionale “Gastroenterology”

Nuove prospettive terapeutiche per i pazienti affetti da tumore al colon, uno dei cinque“big killer” dei paesi occidentali che, insieme al cancro al polmone, alla mammella, alla prostata e al cer-vello, è tra i tumori più aggressivi e con maggiore tasso di mortalità. È quanto potrebbe emergere dalla ricerca di base, uno studio quindi in fase pre-clinica, realizzato presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale, “Gastroenterology”.

Nella ricerca, coordinata da Domenico Salvatore, Professore Associato di Endocrinologia dell’Ateneo Federi-ciano e dirigente medico del DAI di Gastroenterologia, Endocrinologia, Chirurgia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, è stata individuata una relazione tra l’azione dell’ormone tiroideo ed il cancro al colon ed è stato identificato un enzima che potrebbe rappresentare il nuovo bersaglio terapeutico per impedire la cre-scita tumorale. L’ormone tiroideo è coinvolto in numerosi processi biologici in tutte le cellule dell’uomo. Gene-ralmente, l’ormone tiroideo si oppone alla proliferazione delle cellule sia cattive che buone. Esercita, quindi, una funzione che si potrebbe definire “anti-proliferativa”. Le concentrazioni circolanti dell’ormone tiroideo so-no regolate, a livello di ciascuna cellula dell’organismo, dall’azione di tre diversi enzimi: le desiodasi. Mentre le desiodasi 1 e 2 contribuiscono in maniera sostanziale alla produzione dell’ormone tiroideo, la desiodasi di ti-po 3 ne rappresenta il principale inattivatore fisiologico, vale a dire che distrugge l’ormone tiroideo.
“Il gruppo di ricerca- sottolinea Domenico Salvatore- ha evidenziato che nella maggior parte dei tumori umani del colon, soprattutto nelle prime fasi della trasformazione tumorale, vi è un’elevata presenza della desiodasi di tipo 3 che a sua volta, riduce localmente l’ormone tiroideo. Se si blocca l’azione di questa proteina, si ridu-cono le capacità proliferative delle cellule tumorali in vitro ed anche in modelli murini, vale a dire nei topi di laboratorio, le cellule tumorali non sono in grado di replicarsi”.
In sintesi, la desiodasi di tipo 3 può essere considerata un nuovo marker tumorale coinvolto nello sviluppo del tumore al colon nell’uomo ed, in un prossimo futuro, un possibile obiettivo terapeutico. “Si può ipotizzare- con-tinua Salvatore- che inibendo la desiodasi di tipo 3 nel tumore, ne venga impedita la crescita. Questa proteina rappresenta, quindi, un possibile bersaglio molecolare di eventuali farmaci che, al momento non ancora pre-senti sul mercato, distruggendo o bloccando questa proteina, possano arrestare la crescita tumorale”.
La ricerca, svolta grazie ai finanziamenti dell’AIRC, è stata realizzata interamente presso l’AOU Federico II di Napoli in collaborazione con prestigiosi istituti internazionali, tra cui l’Università di Harvard.
“L’attenzione dei nostri professionisti alla ricerca è fondamentale per offrire ai pazienti costante innovazione nei percorsi diagnostico- terapeutici e garantire che l’offerta assistenziale sia il risultato di un lavoro multidi-sciplinare, riconosciuto a livello internazionale e all’avanguardia”, precisa Giovanni Persico, direttore gene-rale dell’Azienda.
La sintesi della ricerca è disponibile sul web magazine dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, http://areacomunicazione.policlinico.unina.it/.