Alla ricerca di Spinoza (3). La vera virtù e il sommo bene.

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L’etica, dal greco èthos, ‘comportamento’, ‘costume’, ‘consuetudine’, definisce i comportamenti umani distinguendoli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

Invece di etica, si può anche usare il termine, più comune, di ‘morale’ per indicare i valori, le norme e i costumi che guidano la vita sociale di un determinato gruppo umano.

Alla base dell’etica o della morale sta la definizione di bene e di male da cui poi discendono le norme di comportamento sociale. 

Subito cominciano i guai: cos’è il bene, cos’è il male? 

Dal punto di vista della morale cristiana non ci sono dubbi: il Bene e il Male, con l’iniziale maiuscola, sono concetti assoluti, universali, che sono ‘a priori’ dell’uomo e della sua coscienza e che determinano un sistema di valori dogmaticamente codificati in precetti e comandamenti che non sono altro che ‘imperativi categorici’ da rispettare in tutte le situazioni e circostanze. Come si fa a rispettare questi obblighi morali incondizionati dettati direttamente da Dio? Molto semplice, con la forza di volontà e il dominio su se stessi. Insomma, l’uomo deve mettere in campo la più grande forza di volontà per sopprimere e cancellare le passioni, come l’odio, la malevolenza, l’invidia, che sono alla base della manifestazione del Male nel mondo. Questo gli è possibile perché, secondo il comune modo di vedere, l’uomo ha ricevuto il dono del libero arbitrio e, quindi, è assolutamente libero, di una libertà che si manifesta principalmente nell’obbedienza alla legge morale.

Nella sua millenaria saggezza, la Chiesa sa benissimo però che la volontà dell’uomo non è mai forte abbastanza da riuscire a tenere a freno le passioni più forti. Per irrobustire la sua forza d’animo, la teologia fa ricorso a due poderose passioni: la paura (dell’inferno) e la speranza (del paradiso). Essenzialmente i cristiani fanno il bene per la speranza di andare in paradiso ed evitano di fare il male per paura dell’eterna dannazione all’inferno. 

Questo complesso edificio etico per chi, come me, non è ‘illuminato’ dalla fede, appare come frutto dell’immaginazione.  “Il cristianesimo non ha nessun contatto con la realtà. Esseri immaginari: Dio, Gesù, Spirito Santo, Maria, santi, demoni, angeli, spiriti; un’immaginaria ‘Psicologia’: interpretazione morale-religiosa di piacevoli e spiacevoli sentimenti comuni come gioia, tristezza che vengono tradotti in senso di colpa, pentimento, rimorso, tentazione diabolica, vicinanza di Dio, estasi; un’immaginaria ‘Teleologia’: il regno di Dio, il giudizio universale, la resurrezione dei morti, la vita eterna. Questo mondo di pura finzione si differenzia, e molto in peggio, dal mondo dei sogni, per il fatto che quest’ultimo rispecchia la realtà, mentre quello falsifica, svaluta, nega la realtà”. (Nietzsche)

Si deve ammettere però che, anche se è basata sull’immaginazione, l’etica cristiana è utile a una vita sociale ordinata, serena, sicura, nel rispetto reciproco e delle leggi. Una consistente corrente di pensiero sostiene che, senza gli imperativi morali religiosi, l’uomo sarebbe ‘lupo tra lupi’ e l’ordinata convivenza civile sarebbe irrealizzabile. 

Ma è proprio così?

Confrontiamo due Paesi, il primo, l’Italia, dove i cristiani credenti sono il 75% della popolazione e un altro, la Norvegia, dove i credenti sono appena il 21%. Nel primo è dominante la morale cristiana, nel secondo una morale laica umanistica. 

Se la morale cristiana è indispensabile a un’ordinata vita sociale, in Norvegia dovremmo trovare una società più propensa alla criminalità, più disordinata e turbolenta rispetto a quella dell’Italia così ben in sintonia con la morale cristiana. 

Vediamo se è vero. 

Prendiamo, per esempio, il numero di omicidi per 100.000 abitanti nei due Paesi in questione. Il  Global study on homicide 2011  (fonte Wikipedia)  dice che in Italia, nel 2011, c’è stato un omicidio ogni 100.000 abitanti, in Norvegia solo 0.6 omicidi (quasi la metà). 

Ma la morale cristiana non dovrebbe garantire la migliore forma di vita sociale quella cioè fondata sulla carità, la compassione, l’amore del prossimo? Perché la morale laica umanistica sembra essere superiore alla morale cristiana e più utile all’uomo? Che cosa succede?

Io ho una mia teoria in proposito: da una parte, gli obblighi morali sono basati sulla superstizione, la paura, la speranza e la passiva fiducia nella Provvidenza: dall’altra parte, le stesse norme morali sono razionalmente e pragmatiche concepite come prescrizioni utili al benessere del singolo e della società.

Siccome l’immaginazione, per definizione, è causa di una conoscenza inadeguata e confusa, succede che, per il volgo ignorante e superstizioso, schiavo dell’immaginazione, anche l’idea di Dio sia un’idea confusa e incoerente. Dio, allora, è visto come una persona volubile, con passioni umane, che premia, punisce ma soprattutto, come un buon padre, è sempre pronto a perdonare.

Immaginando Dio come ‘cosa loro’, da tenere in tasca come un corno portafortuna, le persone semplici molto spesso credono di poter disporre di Dio come meglio credono. Per costoro, Dio serve solo al proprio utile e, quando necessario, ritengono di poter prendere sotto gamba e disobbedire ai suoi comandamenti e poi evitare la punizione con il pentimento (come si fa con il proprio padre). Da queste assurde idee frutto dell’immaginazione e della superstizione nasce la fiacchezza morale che regna dalle nostre parti. Io non vedo altro modo per spiegare l’incongruenza di crudeli criminali che si dicono credenti, di mafiosi, delinquenti e assassini che vanno in chiesa e che, addirittura, assurdità enorme, si mettono nelle mani di Dio mentre commettono i loro crimini. Ma la psicologia umana è così complessa che devo ammettere che la mia tesi è una semplificazione facilmente criticabile. 

Quelli che credono negli imperativi categorici generati dall’immaginazione e dalla superstizione credono di sapere, sempre, in maniera certa e perentoria, da che parte stia il male e da che parte stia il bene. Questa convinzione, fino a qualche secolo fa, giustificava la tortura, la condanna al rogo degli eretici e il massacro d’intere popolazioni ‘infedeli’: nella notte del 23 agosto 1572 (strage di S. Bartolomeo), i cattolici massacrarono senza distinzione di età e di sesso migliaia di protestanti ugonotti (si parla di 70.000 vittime) a Parigi e in tutta la Francia . 

Per fortuna, queste efferatezze sono retaggio del passato ma l’atteggiamento di base delle autorità ecclesiastiche è rimasto lo stesso: ‘Solo noi siamo nel giusto, noi siamo i soli custodi della Verità … tutti gli altri sbagliano’. La novità è che la Chiesa non solo non pensa più a bruciare gli eretici ma ci tiene a precisare che Dio perdona chi sbaglia (Papa Francesco a Scalfari). Un bel passo avanti, non c’è che dire … finalmente mi sento più tranquillo (scherzo ovviamente: secondo la mia visione, siccome io sono una manifestazione di Dio, non è possibile che Dio mi perdoni, cioè che Dio perdoni se stesso). Mi sembra di vederti a bocca aperta di fronte a questa mia affermazione: stai pensando … ma questo si crede Dio? Ebbene sì! Ma, bada bene, il mio concetto di Dio e diverso dal tuo Dio tradizionale trascendente.

Come Nietzsche, anche Spinoza è convinto che la complessa etica cristiana sia frutto dell’immaginazione. 

Realisticamente Spinoza afferma che il bene è ciò che fa bene all’uomo, il male è quello che fa male all’uomo. Direttamente, sfrontatamente, senza fronzoli e svolazzi dell’immaginazione, Spinoza dice una cosa chiara, concisa e inconfutabile.

Egli crede che la distinzione tra bene e male valga solo in un contesto umano relativo e pragmatico. In una prospettiva assoluta, quella della natura, i concetti di bene e male non hanno alcun senso perché la natura e le sue leggi sono quelle che sono, né buone, né cattive. “Se qualcosa nella natura ci sembra ridicolo, assurdo o malvagio ciò dipende unicamente dal fatto che noi ne conosciamo solo un aspetto, mentre ignoriamo quasi completamente l’ordine e la coerenza della natura nella sua totalità” (Trattato politico, Cap. XVI). 

Per semplificare, mettiamo che un grosso meteorite colpisca la Terra causando la morte di milioni di persone. Secondo Spinoza l’evento disastroso è senz’altro un male relativamente all’uomo, ma, per la natura il fatto non è né buono né cattivo perché le leggi della natura non hanno connotazioni morali, sono quelle che sono.

Questo è chiaro ed evidente se si riesce a cancellare dalla nostra mente l’idea superstiziosa del Dio trascendente che gestisce il divenire degli eventi naturali e la nostra vita con atti di volontà.

 

(Apro una parentesi: secondo la religione l’evento disastroso è voluto da Dio con un atto di volontà e con l’obiettivo di ottenere un certo risultato, diciamo, per esempio, per punire i peccati dell’uomo o per mostrare la sua potenza. Puoi ben immaginare cosa succederebbe in Italia se la notizia dell’evento funesto fosse conosciuta qualche giorno prima del suo verificarsi: processioni imploranti a tutti i santuari della madonna, suppliche e preghiere nelle piazze e nelle chiese di milioni di persone, madonne lacrimanti, il Papa stabilmente in televisione per invitare tutti alla penitenza e a implorare il perdono divino. In qualche altra parte del mondo, persone razionali starebbe invece studiando cosa fare per evitare l’impatto. Chiudo la parentesi). 

 

Ma Spinoza non si ferma alla negazione del valore assoluto di bene e male. Egli afferma anche un’altra cosa che, se presa alla lettera, minerebbe dalle fondamenta ogni tentativo di edificare un’etica morale. Ogni ente naturale, egli dice, è mosso da un ‘conatus sese conservandi’, cioè da un istinto o sforzo a conservare e potenziare il proprio essere, il proprio corpo e la propria mente. Riferito agli esseri viventi, il conatus si configura come appetito: l’appetito è l’essenza dell’uomo, degli animali e di tutti gli organismi viventi perché esprime il loro istinto primario a volere, a dominare, ad appropriarsi, a consumare, a riprodursi ecc. Qualsiasi atto di violenza, sopraffazione e prepotenza sembra essere giustificata dall’appetito naturale: il leone azzanna la gazzella in conformità a quanto definito dalla natura e dal suo essere un animale che si sforza in ogni  modo di conservare se stesso.

Anche l’uomo è soggetto a quest’appetito primario? Senz’altro sì, anche noi siamo soggetti alle leggi della natura, non siamo un regno a parte nel regno della natura. Ma essendo l’uomo un animale consapevole, accompagnato cioè dalla coscienza di sé, quest’appetito, che, come detto prima, lo accomuna con tutte le altre specie animali, prende il nome e la forma della cupiditas, cioè dell’appetito cosciente o desiderio. Secondo Spinoza, il desiderio/cupiditas deriva da una legge naturale necessaria e suprema che domina totalmente l’uomo e a cui nessuno può sottrarsi: da esso hanno origine tutti i sentimenti, gli affetti, le passioni e le azioni umane.

L’insaziabile e chiaramente egoistico desiderio di affermarsi e di realizzare se stessi è l’essenza dell’uomo … c’è poco da girarci intorno con ipocrisia.

Se la cupiditas è l’abito naturale dell’uomo, allora i sentimenti che naturalmente derivano da essa come l’odio, l’ira, l’invidia, la malevolenza, la prepotenza, l’orgoglio … ecc. sono proprietà naturali e non vizi dell’uomo. Sono proprietà della natura nello stesso modo in cui appartengono alla natura, il caldo e il freddo, la neve e la pioggia, i terremoti, … ecc.

Partendo da queste premesse, com’è possibile far convivere in serenità, sicurezza e armonia un gruppo di uomini? Se il capriccio, l’arbitrio, la violenza sono ‘naturalmente’ giusti su quali basi si possono fondare le regole di convivenza? O forse siamo autorizzati a vivere secondo ‘le leggi della giungla’? E come fare, non dico a eliminare, perché non è possibile, ma almeno a controllare i sentimenti negativi come l’odio, l’ira, la malevolenza, l’invidia, la prepotenza, ecc.? 

La risposta di Spinoza è semplice e immediata: ‘con la ragione’, cioè superando le idee inadeguate e confuse frutto dell’immaginazione.

A causa della fondamentale ignoranza umana, la nostra conoscenza delle cose è approssimativa, fondata sull’immaginazione, sul sentito dire, sul ‘mi sembra che’, ‘si dice che’. Le idee partorite da questa conoscenza monca, che Spinoza chiama di primo genere, sono ineluttabilmente idee inadeguate e non possono essere fondamento del vero sapere. La conoscenza vaga e confusa offre ampio spazio nella nostra mente all’immaginazione e alla superstizione. Per esempio, a causa della nostra ignoranza, ci costruiamo scenari immaginari popolati da personaggi fantastici e irreali come spiriti, santi, angeli, demoni, madonne. Crediamo nei miracoli e temiamo cose che non esistono come un Dio personale che può giudicarci. Ci rivolgiamo a Dio con preghiere, voti e sacrifici, per chiedere favori, vantaggi personali e altre quisquilie. Un coacervo di paure assurde e di speranze irragionevoli inquina l’animo di chi è guidato dalla conoscenza di primo genere. 

Ma c’è un altro importante aspetto della conoscenza di primo genere: più siamo condizionati da una conoscenza inadeguata e confusa delle cose e delle loro cause, cioè più siamo ignoranti e superstiziosi, tanto più subiamo le emozioni negative che sommergono il nostro animo in risposta all’ambiente in cui viviamo, alle relazioni sociali e quant’altro. Quando siamo sballottati, da fattori esterni, come canne al vento in un caos di paura, disperazione, dolore, odio e vendetta, rimaniamo passivi, cioè soggetti alle passioni. Superfluo far rilevare che la passività è un segno di malattia, di debolezza, di morte.

Solo una conoscenza più elevata, quella che Spinoza chiama conoscenza di secondo genere, ci rende attivi perché ci fornisce gli strumenti per moderare le passioni, diminuendo e purificando ciò che gli appetiti naturali hanno di più disordinato e brutale, di più ribelle ed egoistico.

Ma, innanzitutto, cos’è la conoscenza di secondo genere? E’ la conoscenza fondata sulla ragione, la scienza, la matematica, la geometria. Al contrario della conoscenza di primo genere, è sempre vera perché si snoda attraverso passaggi dimostrativi e nessi concettuali rigorosi che articolano il sapere filosofico e scientifico in una trama complessa di idee vere e adeguate. Non è vaga, non si ricava da segni o da informazioni di seconda mano, e, soprattutto, non lascia spazio alcuno alla fantasia, all’immaginazione e alla superstizione.

Attraverso la conoscenza razionale, dunque, possiamo uscire dalla condizione di schiavitù rispetto alle passioni, nel senso che possiamo comprenderle, analizzarle, distinguerle e quindi non subirle passivamente: conoscere adeguatamente la necessità, la causa e la natura di una passione significa intravedere la strada per moderarla, aggirarla, liberarsi in un certo senso da essa. 

Il primo contributo della ragione consiste nel capire in cosa consiste, per noi esseri razionali, la massimizzazione della cupiditas, cioè la vera ‘realizzazione di noi stessi’.

Prova tu stesso a rispondere: quando ti senti veramente realizzato, pieno di voglia di vita, contento di te stesso? Ovvio, quando sei felice. Sembra evidente allora che la cupiditas debba avere come fine ultimo il raggiungimento di un’intima felicità. Facile da dirsi … come se la scelta di essere felici dipendesse da un atto di volontà. Sappiamo che, purtroppo, non è così … per mettere ordine nelle nostre emozioni, così da comprendere come gestirle secondo il nostro effettivo interesse personale, dobbiamo portarle dinanzi al tribunale della ragione. Spinoza scrive: “Io considererò le azioni e i desideri umani come se si trattasse di linee, di superfici e di solidi”.

In generale, tutti i desideri generano una miriade di sentimenti diversi che però possono essere differenziati in due gruppi: (1) sentimenti di letizia; (2) sentimenti di tristezza. Per semplificare, se il desiderio mi sollecita a mangiare un piatto di paccheri allo scoglio, proverò un sentimento di letizia degustando il piatto in un ristorante della costiera amalfitana, sarò affetto invece da tristezza se il piatto che sto mangiando è stato preparato in un ristorante dell’Alto Adige. A parte gli scherzi, è evidente che i sentimenti di letizia sono in sintonia con la mia cupiditas, cioè mi danno gioia, potenziano la mia mente, aumentano la mia perfezione spirituale e la mia voglia di vivere. 

“Quanto maggiore è la Letizia da cui siamo affetti, tanto maggiore è la perfezione cui perveniamo”  

A questo punto rimane da individuare razionalmente, senza svolazzi dell’immaginazione, quali sono i sentimenti di letizia.

L’amore è senz’altro un sentimento che genera letizia. L’amore incondizionato, quello che si offre senza prevedere e senza pretendere nulla in cambio, è un sentimento che senz’altro ci arricchisce, da gioia, vita, forza intellettuale, e incrementa la perfezione del nostro animo. L’amore, tutti i tipi di amore, l’amore dell’innamoramento, l’amore verso i propri cari, gli amici, il prossimo, ma anche l’amore verso la natura, verso un piccolo fiore nel prato, verso una lucertola sul muretto che si crogiola al sole guardandosi in giro guardinga con i suoi occhietti vispi, gonfiano la nostra anima di gioia, aumentano la nostra potenza mentale, la voglia e gioia di vivere. Bisogna fare attenzione però a non confondere l’amore con l’infatuazione egoistica: il vero amore è sempre disinteressato, è un dare senza aspettarsi niente di ritorno. 

Tutti i sentimenti che derivano dall’amore come la compassione, la generosità, la riconoscenza, la gratitudine, la cortesia, la comprensione ecc. sono tutti sentimenti di letizia. La nostra razionalità deve portarci a dare ampio spazio nel nostro animo al sentimento dell’amore e ai suoi derivati. Non per andare in paradiso ma per stare bene qui sulla Terra.

L’odio è il sentimento più forte di tristezza. Il suo potenziale distruttivo non agisce solo sulla persona odiata ma anche su chi odia. Il male che desideriamo per un’altra persona produce i suoi effetti negativi anche su di noi che coltiviamo il desiderio di nuocere. L’odio non è mai buono, è un tarlo che inaridisce e corrode l’animo, che deprime la nostra perfezione, la nostra potenza spirituale e la nostra voglia di vivere. Così accade anche per le emozioni che derivano dall’odio come l’ira, lo spirito di vendetta, l’invidia, la malevolenza, la prepotenza, il disprezzo, il rancore …  e via di questo passo. 

L’odio e i suoi derivati sono l’effetto e il sintomo più evidente della nostra passività, della nostra dipendenza da cause esterne. Per quanto possibile, noi invece dovremmo essere attivi mettendo all’opera la nostra razionalità. 

Anche se l’odio nasce spontaneo, senza freni, perché generato direttamente, come stimolo di autodifesa, dal nostro istinto primordiale di conservazione e affermazione, con la ragione dovremmo essere in grado di controllarlo e frenarlo. Come detto prima, non c’è niente di sbagliato in questo moto naturale dell’anima ma, fatto salvo il diritto di auto-difesa, da persona razionale, se voglio il bene per me stesso, devo in ogni modo rifuggire dai sentimenti di odio semplicemente perché mi fanno male, deprimono la mia gioia di vivere. Insomma occorre limitare il raggio d’azione dell’odio, non per la paura di andare all’inferno, ma per vivere bene qui sulla Terra. 

Giovenale ha scritto “Nemo malus felix “.  Nessun malvagio è felice. 

Limitare lo spazio dell’odio e dei suoi derivati non è mai coartare o inibire la nostra natura, ma liberare veramente la nostra forza di esistere nella pienezza della vita contro le passioni tristi, simili a malattie dell’anima. Ecco perché, nel circolo virtuoso dell’affermazione di noi stessi, noi dobbiamo controllare le passioni con la razionalità, aggirandole e spiazzandole.

La vera virtù, per Spinoza, coincide con la realizzazione di noi stessi. Come dice il mio amico Vincenzo ‘per Spinoza la virtù è lo sforzo di autoconservazione divenuto cosciente di sé e saggiamente diretto’. Rovesciando l’interpretazione tradizionale del termine virtù, abitualmente gravato da sgradevoli connotazioni di negazione di sé, rinuncia e astinenza, Spinoza afferma che più cerchiamo il nostro interesse personale, più siamo virtuosi. 

Quest’idea sovverte completamente gli insegnamenti della religione: 

La religione promette la felicità in cambio di una virtù infelice. Spinoza dice che la felicità è la virtù.
La religione fa della carità il bene più alto. Spinoza afferma che il bene più alto è l’interesse personale e che la carità è la conseguenza del giusto modo di realizzarlo.
La religione prescrive di rifuggire dai piaceri terreni e, in particolare, dai piaceri del corpo. Spinoza afferma che quanto più ‘vero’ piacere noi abbiamo tanto più siamo perfetti.
La religione insegna l’obbedienza a Dio e ai suoi rappresentanti sulla Terra. Spinoza scommette la propria vita sull’affermazione che la felicità è la libertà.

Ma quali sono gli effetti della realizzazione personale del sé sulla convivenza sociale?

Non è che l’utile di una persona corrisponde al danno di un’altra?

Molto spesso sento porre questa domanda da persone che conoscono Spinoza e il suo concetto di utile solo per sentito dire. Se il vero utile è la realizzazione di sé tramite l’uso della ragione, l’essere attivi e non passivi, il controllo dell’odio e la pratica dell’amore, allora la convivenza sociale non può che esserne favorita. Nessuno può avere un danno dall’amore di un altro. 

Se tutti gli uomini fossero in grado di perseguire il vero utile, allora si vedrebbe realizzato sulla Terra il sommo bene per l’uomo. 

Con la ragione comprendiamo che la dimensione naturale della vita umana è la socialità, senza la quale l’esistenza individuale non sarebbe per nulla possibile.  Comprendiamo anche quanto sia utile e positivo per sé desiderare anche il bene e la felicità degli altri perché il bene e la felicità di tutti potenziano e arricchiscono il bene e la felicità del singolo. Bisogna insomma desiderare per gli altri quello che si desidera per se stessi e fare in modo che si realizzi una società politica nella quale ci sia tolleranza nella sicurezza e nella gioia.

Per questo Spinoza capovolge la celebre espressione di Hobbes, ‘homo homini lupus’, e arriva ad affermare che l’uomo è un Dio per l’uomo ‘homo homini Deus’: infatti “all’uomo nulla è più utile dell’uomo; nulla, io dico, gli uomini possono desiderare di più importante per la conservazione del loro essere che tutti vadano d’accordo, di modo che le menti e i corpi di tutti compongano quasi una sola mente e un solo corpo”.

La ragione ci fa comprendere che il sommo bene dell’uomo consiste nel raggiungere, tutti insieme, il vero utile personale.

Un altro contributo che la guida della ragione ci fornisce è quello di insegnarci a comprendere l’intima necessità delle cose e quindi a non subire l’infelicità derivante da eventi ed esperienze su cui non abbiamo nessun controllo. 

“Per quanto noi possiamo comprendere, non possiamo desiderare niente di diverso da ciò che deve essere” 

Qui Spinoza esprime il classico sentimento di ‘acquiescenza’ propugnato degli antichi stoici. Ma a differenza da questi ultimi, Spinoza non usa termini come ‘rassegnazione’ o ‘indifferenza’ per descrivere l’atteggiamento nei confronti degli eventi che sfuggono al nostro controllo.

Egli non si rifugia nel fatalismo, ma propone nei confronti della necessità della natura un sentimento di ‘appagamento’ e ‘gioia’ che somiglia a ciò che Nietzsche descrive come ‘amor fati’, l’amore del destino. 

Ma per parlare di questo occorre introdurre la conoscenza di terzo livello e l’amore intellettuale di Dio. Lo farò nella prossima puntata.

Luigi Di Bianco

PS: Per la serie completa dei miei scritti visita il mio sito web SUM ERGO COGITO

Critiche e commenti sono apprezzati. Scrivere a: ldibianco@alice.it o commentare su TWITTER: https://twitter.com/ldibianco

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I commenti che continuo a ricevere mi impongono un post scriptum.

Molti lettori hanno capito che il raggiungimento della serenità e della Letizia è un processo ininterrotto di crescita progressiva. Immaginano questo processo come un salire costante e ininterrotto lungo un pendio per raggiungere la vetta dell’intima serenità.

Non è così. E’ un continuo saliscendi … si fanno due passi avanti e uno indietro, a volte, un passo avanti e due indietro.  Questo perché noi siamo al centro di  una ragnatela di relazioni esterne che continuamente influenzano il nostro corpo e la nostra mente e scatenano le passioni negative. Senza contare i fattori interni al nostro stesso corpo, per esempio una malattia, che possono creare nella nostra mente passioni incontrollabili.

Lo sforzo di realizzare se stessi nella Letizia comporta un rapporto continuo e costante con i fattori esterni e interni. La dinamica del conatus, lo sforzo, è sempre un’attività tensionale verso una condizione di equilibrio il più possibile verso la letizia ma non trova mai riposo una volta per tutte e una volta per sempre.  Fra i tanti saliscendi, però, mediamente, si sale sempre lungo il pendio verso la vetta in proporzione a quanto più conosciamo Dio.

A quelli che mi chiedono: ma tu allora sei felice e sereno in ogni momento della tua giornata?  io rispondo … senz’altro no … sono lontano dalla vetta … mi capita di andare su e giù, ma in linea di massima, con lo studio e usando la ‘ragione’, qualche passo avanti verso la vetta l’ho fatto senza ombra di dubbio. Luigi Di Bianco 

 

 

L'etica, dal greco èthos, ‘comportamento’, ‘costume’, ‘consuetudine’, definisce i comportamenti umani distinguendoli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

Invece di etica, si può anche usare il termine, più comune, di 'morale' per indicare i valori, le norme e i costumi che guidano la vita sociale di un determinato gruppo umano.

Alla base dell'etica o della morale sta la definizione di bene e di male da cui poi discendono le norme di comportamento sociale. 

Subito cominciano i guai: cos’è il bene, cos’è il male

Dal punto di vista della morale cristiana non ci sono dubbi: il Bene e il Male, con l’iniziale maiuscola, sono concetti assoluti, universali, che sono ‘a priori’ dell’uomo e della sua coscienza e che determinano un sistema di valori dogmaticamente codificati in precetti e comandamenti che non sono altro che ‘imperativi categorici’ da rispettare in tutte le situazioni e circostanze. Come si fa a rispettare questi obblighi morali incondizionati dettati direttamente da Dio? Molto semplice, con la forza di volontà e il dominio su se stessi. Insomma, l’uomo deve mettere in campo la più grande forza di volontà per sopprimere e cancellare le passioni, come l’odio, la malevolenza, l’invidia, che sono alla base della manifestazione del Male nel mondo. Questo gli è possibile perché, secondo il comune modo di vedere, l’uomo ha ricevuto il dono del libero arbitrio e, quindi, è assolutamente libero, di una libertà che si manifesta principalmente nell'obbedienza alla legge morale.

Nella sua millenaria saggezza, la Chiesa sa benissimo però che la volontà dell’uomo non è mai forte abbastanza da riuscire a tenere a freno le passioni più forti. Per irrobustire la sua forza d’animo, la teologia fa ricorso a due poderose passioni: la paura (dell’inferno) e la speranza (del paradiso). Essenzialmente i cristiani fanno il bene per la speranza di andare in paradiso ed evitano di fare il male per paura dell’eterna dannazione all’inferno. 

Questo complesso edificio etico per chi, come me, non è ‘illuminato’ dalla fede, appare come frutto dell’immaginazione.  “Il cristianesimo non ha nessun contatto con la realtà. Esseri immaginari: Dio, Gesù, Spirito Santo, Maria, santi, demoni, angeli, spiriti; un’immaginaria ‘Psicologia’: interpretazione morale-religiosa di piacevoli e spiacevoli sentimenti comuni come gioia, tristezza che vengono tradotti in senso di colpa, pentimento, rimorso, tentazione diabolica, vicinanza di Dio, estasi; un’immaginaria ‘Teleologia’: il regno di Dio, il giudizio universale, la resurrezione dei morti, la vita eterna. Questo mondo di pura finzione si differenzia, e molto in peggio, dal mondo dei sogni, per il fatto che quest’ultimo rispecchia la realtà, mentre quello falsifica, svaluta, nega la realtà”. (Nietzsche)

Si deve ammettere però che, anche se è basata sull’immaginazione, l’etica cristiana è utile a una vita sociale ordinata, serena, sicura, nel rispetto reciproco e delle leggi. Una consistente corrente di pensiero sostiene che, senza gli imperativi morali religiosi, l’uomo sarebbe ‘lupo tra lupi’ e l’ordinata convivenza civile sarebbe irrealizzabile. 

Ma è proprio così?

Confrontiamo due Paesi, il primo, l’Italia, dove i cristiani credenti sono il 75% della popolazione e un altro, la Norvegia, dove i credenti sono appena il 21%. Nel primo è dominante la morale cristiana, nel secondo una morale laica umanistica

Se la morale cristiana è indispensabile a un’ordinata vita sociale, in Norvegia dovremmo trovare una società più propensa alla criminalità, più disordinata e turbolenta rispetto a quella dell’Italia così ben in sintonia con la morale cristiana. 

Vediamo se è vero. 

Prendiamo, per esempio, il numero di omicidi per 100.000 abitanti nei due Paesi in questione. Il  Global study on homicide 2011  (fonte Wikipedia)  dice che in Italia, nel 2011, c’è stato un omicidio ogni 100.000 abitanti, in Norvegia solo 0.6 omicidi (quasi la metà). 

Ma la morale cristiana non dovrebbe garantire la migliore forma di vita sociale quella cioè fondata sulla carità, la compassione, l’amore del prossimo? Perché la morale laica umanistica sembra essere superiore alla morale cristiana e più utile all’uomo? Che cosa succede?

Io ho una mia teoria in proposito: da una parte, gli obblighi morali sono basati sulla superstizione, la paura, la speranza e la passiva fiducia nella Provvidenza: dall’altra parte, le stesse norme morali sono razionalmente e pragmatiche concepite come prescrizioni utili al benessere del singolo e della società.

Siccome l’immaginazione, per definizione, è causa di una conoscenza inadeguata e confusa, succede che, per il volgo ignorante e superstizioso, schiavo dell’immaginazione, anche l’idea di Dio sia un’idea confusa e incoerente. Dio, allora, è visto come una persona volubile, con passioni umane, che premia, punisce ma soprattutto, come un buon padre, è sempre pronto a perdonare.

Immaginando Dio come ‘cosa loro’, da tenere in tasca come un corno portafortuna, le persone semplici molto spesso credono di poter disporre di Dio come meglio credono. Per costoro, Dio serve solo al proprio utile e, quando necessario, ritengono di poter prendere sotto gamba e disobbedire ai suoi comandamenti e poi evitare la punizione con il pentimento (come si fa con il proprio padre). Da queste assurde idee frutto dell’immaginazione e della superstizione nasce la fiacchezza morale che regna dalle nostre parti. Io non vedo altro modo per spiegare l’incongruenza di crudeli criminali che si dicono credenti, di mafiosi, delinquenti e assassini che vanno in chiesa e che, addirittura, assurdità enorme, si mettono nelle mani di Dio mentre commettono i loro crimini. Ma la psicologia umana è così complessa che devo ammettere che la mia tesi è una semplificazione facilmente criticabile. 

Quelli che credono negli imperativi categorici generati dall’immaginazione e dalla superstizione credono di sapere, sempre, in maniera certa e perentoria, da che parte stia il male e da che parte stia il bene. Questa convinzione, fino a qualche secolo fa, giustificava la tortura, la condanna al rogo degli eretici e il massacro d’intere popolazioni ‘infedeli’: nella notte del 23 agosto 1572 (strage di S. Bartolomeo), i cattolici massacrarono senza distinzione di età e di sesso migliaia di protestanti ugonotti (si parla di 70.000 vittime) a Parigi e in tutta la Francia . 

Per fortuna, queste efferatezze sono retaggio del passato ma l’atteggiamento di base delle autorità ecclesiastiche è rimasto lo stesso: ‘Solo noi siamo nel giusto, noi siamo i soli custodi della Verità … tutti gli altri sbagliano’. La novità è che la Chiesa non solo non pensa più a bruciare gli eretici ma ci tiene a precisare che Dio perdona chi sbaglia (Papa Francesco a Scalfari). Un bel passo avanti, non c’è che dire … finalmente mi sento più tranquillo (scherzo ovviamente: secondo la mia visione, siccome io sono una manifestazione di Dio, non è possibile che Dio mi perdoni, cioè che Dio perdoni se stesso). Mi sembra di vederti a bocca aperta di fronte a questa mia affermazione: stai pensando … ma questo si crede Dio? Ebbene sì! Ma, bada bene, il mio concetto di Dio e diverso dal tuo Dio tradizionale trascendente.

Come Nietzsche, anche Spinoza è convinto che la complessa etica cristiana sia frutto dell’immaginazione. 

Realisticamente Spinoza afferma che il bene è ciò che fa bene all’uomo, il male è quello che fa male all’uomo. Direttamente, sfrontatamente, senza fronzoli e svolazzi dell’immaginazione, Spinoza dice una cosa chiara, concisa e inconfutabile.

Egli crede che la distinzione tra bene e male valga solo in un contesto umano relativo e pragmatico. In una prospettiva assoluta, quella della natura, i concetti di bene e male non hanno alcun senso perché la natura e le sue leggi sono quelle che sono, né buone, né cattive. “Se qualcosa nella natura ci sembra ridicolo, assurdo o malvagio ciò dipende unicamente dal fatto che noi ne conosciamo solo un aspetto, mentre ignoriamo quasi completamente l’ordine e la coerenza della natura nella sua totalità” (Trattato politico, Cap. XVI). 

Per semplificare, mettiamo che un grosso meteorite colpisca la Terra causando la morte di milioni di persone. Secondo Spinoza l’evento disastroso è senz’altro un male relativamente all’uomo, ma, per la natura il fatto non è né buono né cattivo perché le leggi della natura non hanno connotazioni morali, sono quelle che sono.

Questo è chiaro ed evidente se si riesce a cancellare dalla nostra mente l’idea superstiziosa del Dio trascendente che gestisce il divenire degli eventi naturali e la nostra vita con atti di volontà.

 

(Apro una parentesi: secondo la religione l’evento disastroso è voluto da Dio con un atto di volontà e con l’obiettivo di ottenere un certo risultato, diciamo, per esempio, per punire i peccati dell’uomo o per mostrare la sua potenza. Puoi ben immaginare cosa succederebbe in Italia se la notizia dell’evento funesto fosse conosciuta qualche giorno prima del suo verificarsi: processioni imploranti a tutti i santuari della madonna, suppliche e preghiere nelle piazze e nelle chiese di milioni di persone, madonne lacrimanti, il Papa stabilmente in televisione per invitare tutti alla penitenza e a implorare il perdono divino. In qualche altra parte del mondo, persone razionali starebbe invece studiando cosa fare per evitare l’impatto. Chiudo la parentesi). 

 

Ma Spinoza non si ferma alla negazione del valore assoluto di bene e male. Egli afferma anche un’altra cosa che, se presa alla lettera, minerebbe dalle fondamenta ogni tentativo di edificare un’etica morale. Ogni ente naturale, egli dice, è mosso da un ‘conatus sese conservandi’, cioè da un istinto o sforzo a conservare e potenziare il proprio essere, il proprio corpo e la propria mente. Riferito agli esseri viventi, il conatus si configura come appetito: l’appetito è l’essenza dell’uomo, degli animali e di tutti gli organismi viventi perché esprime il loro istinto primario a volere, a dominare, ad appropriarsi, a consumare, a riprodursi ecc. Qualsiasi atto di violenza, sopraffazione e prepotenza sembra essere giustificata dall’appetito naturale: il leone azzanna la gazzella in conformità a quanto definito dalla natura e dal suo essere un animale che si sforza in ogni  modo di conservare se stesso.

Anche l’uomo è soggetto a quest’appetito primario? Senz’altro sì, anche noi siamo soggetti alle leggi della natura, non siamo un regno a parte nel regno della natura. Ma essendo l'uomo un animale consapevole, accompagnato cioè dalla coscienza di sé, quest’appetito, che, come detto prima, lo accomuna con tutte le altre specie animali, prende il nome e la forma della cupiditas, cioè dell’appetito cosciente o desiderio. Secondo Spinoza, il desiderio/cupiditas deriva da una legge naturale necessaria e suprema che domina totalmente l'uomo e a cui nessuno può sottrarsi: da esso hanno origine tutti i sentimenti, gli affetti, le passioni e le azioni umane.

L’insaziabile e chiaramente egoistico desiderio di affermarsi e di realizzare se stessi è l’essenza dell’uomo … c’è poco da girarci intorno con ipocrisia.

Se la cupiditas è l’abito naturale dell’uomo, allora i sentimenti che naturalmente derivano da essa come l’odio, l’ira, l’invidia, la malevolenza, la prepotenza, l’orgoglio … ecc. sono proprietà naturali e non vizi dell’uomo. Sono proprietà della natura nello stesso modo in cui appartengono alla natura, il caldo e il freddo, la neve e la pioggia, i terremoti, … ecc.

Partendo da queste premesse, com’è possibile far convivere in serenità, sicurezza e armonia un gruppo di uomini? Se il capriccio, l’arbitrio, la violenza sono ‘naturalmente’ giusti su quali basi si possono fondare le regole di convivenza? O forse siamo autorizzati a vivere secondo ‘le leggi della giungla? E come fare, non dico a eliminare, perché non è possibile, ma almeno a controllare i sentimenti negativi come l’odio, l’ira, la malevolenza, l’invidia, la prepotenza, ecc.? 

La risposta di Spinoza è semplice e immediata: ‘con la ragione’, cioè superando le idee inadeguate e confuse frutto dell’immaginazione.

A causa della fondamentale ignoranza umana, la nostra conoscenza delle cose è approssimativa, fondata sull’immaginazione, sul sentito dire, sul ‘mi sembra che’, ‘si dice che’. Le idee partorite da questa conoscenza monca, che Spinoza chiama di primo genere, sono ineluttabilmente idee inadeguate e non possono essere fondamento del vero sapere. La conoscenza vaga e confusa offre ampio spazio nella nostra mente all’immaginazione e alla superstizione. Per esempio, a causa della nostra ignoranza, ci costruiamo scenari immaginari popolati da personaggi fantastici e irreali come spiriti, santi, angeli, demoni, madonne. Crediamo nei miracoli e temiamo cose che non esistono come un Dio personale che può giudicarci. Ci rivolgiamo a Dio con preghiere, voti e sacrifici, per chiedere favori, vantaggi personali e altre quisquilie. Un coacervo di paure assurde e di speranze irragionevoli inquina l’animo di chi è guidato dalla conoscenza di primo genere. 

Ma c’è un altro importante aspetto della conoscenza di primo genere: più siamo condizionati da una conoscenza inadeguata e confusa delle cose e delle loro cause, cioè più siamo ignoranti e superstiziosi, tanto più subiamo le emozioni negative che sommergono il nostro animo in risposta all'ambiente in cui viviamo, alle relazioni sociali e quant’altro. Quando siamo sballottati, da fattori esterni, come canne al vento in un caos di paura, disperazione, dolore, odio e vendetta, rimaniamo passivi, cioè soggetti alle passioni. Superfluo far rilevare che la passività è un segno di malattia, di debolezza, di morte.

Solo una conoscenza più elevata, quella che Spinoza chiama conoscenza di secondo genere, ci rende attivi perché ci fornisce gli strumenti per moderare le passioni, diminuendo e purificando ciò che gli appetiti naturali hanno di più disordinato e brutale, di più ribelle ed egoistico.

Ma, innanzitutto, cos’è la conoscenza di secondo genere? E’ la conoscenza fondata sulla ragione, la scienza, la matematica, la geometria. Al contrario della conoscenza di primo genere, è sempre vera perché si snoda attraverso passaggi dimostrativi e nessi concettuali rigorosi che articolano il sapere filosofico e scientifico in una trama complessa di idee vere e adeguate. Non è vaga, non si ricava da segni o da informazioni di seconda mano, e, soprattutto, non lascia spazio alcuno alla fantasia, all’immaginazione e alla superstizione.

Attraverso la conoscenza razionale, dunque, possiamo uscire dalla condizione di schiavitù rispetto alle passioni, nel senso che possiamo comprenderle, analizzarle, distinguerle e quindi non subirle passivamente: conoscere adeguatamente la necessità, la causa e la natura di una passione significa intravedere la strada per moderarla, aggirarla, liberarsi in un certo senso da essa. 

Il primo contributo della ragione consiste nel capire in cosa consiste, per noi esseri razionali, la massimizzazione della cupiditas, cioè la vera ‘realizzazione di noi stessi’.

Prova tu stesso a rispondere: quando ti senti veramente realizzato, pieno di voglia di vita, contento di te stesso? Ovvio, quando sei felice. Sembra evidente allora che la cupiditas debba avere come fine ultimo il raggiungimento di un’intima felicità. Facile da dirsi … come se la scelta di essere felici dipendesse da un atto di volontà. Sappiamo che, purtroppo, non è così … per mettere ordine nelle nostre emozioni, così da comprendere come gestirle secondo il nostro effettivo interesse personale, dobbiamo portarle dinanzi al tribunale della ragione. Spinoza scrive: “Io considererò le azioni e i desideri umani come se si trattasse di linee, di superfici e di solidi”.

In generale, tutti i desideri generano una miriade di sentimenti diversi che però possono essere differenziati in due gruppi: (1) sentimenti di letizia; (2) sentimenti di tristezza. Per semplificare, se il desiderio mi sollecita a mangiare un piatto di paccheri allo scoglio, proverò un sentimento di letizia degustando il piatto in un ristorante della costiera amalfitana, sarò affetto invece da tristezza se il piatto che sto mangiando è stato preparato in un ristorante dell’Alto Adige. A parte gli scherzi, è evidente che i sentimenti di letizia sono in sintonia con la mia cupiditas, cioè mi danno gioia, potenziano la mia mente, aumentano la mia perfezione spirituale e la mia voglia di vivere. 

Quanto maggiore è la Letizia da cui siamo affetti, tanto maggiore è la perfezione cui perveniamo”  

A questo punto rimane da individuare razionalmente, senza svolazzi dell’immaginazione, quali sono i sentimenti di letizia.

L’amore è senz’altro un sentimento che genera letizia. L'amore incondizionato, quello che si offre senza prevedere e senza pretendere nulla in cambio, è un sentimento che senz’altro ci arricchisce, da gioia, vita, forza intellettuale, e incrementa la perfezione del nostro animo. L’amore, tutti i tipi di amore, l’amore dell’innamoramento, l’amore verso i propri cari, gli amici, il prossimo, ma anche l’amore verso la natura, verso un piccolo fiore nel prato, verso una lucertola sul muretto che si crogiola al sole guardandosi in giro guardinga con i suoi occhietti vispi, gonfiano la nostra anima di gioia, aumentano la nostra potenza mentale, la voglia e gioia di vivere. Bisogna fare attenzione però a non confondere l'amore con l'infatuazione egoistica: il vero amore è sempre disinteressato, è un dare senza aspettarsi niente di ritorno. 

Tutti i sentimenti che derivano dall’amore come la compassione, la generosità, la riconoscenza, la gratitudine, la cortesia, la comprensione ecc. sono tutti sentimenti di letizia. La nostra razionalità deve portarci a dare ampio spazio nel nostro animo al sentimento dell’amore e ai suoi derivati. Non per andare in paradiso ma per stare bene qui sulla Terra.

L’odio è il sentimento più forte di tristezza. Il suo potenziale distruttivo non agisce solo sulla persona odiata ma anche su chi odia. Il male che desideriamo per un’altra persona produce i suoi effetti negativi anche su di noi che coltiviamo il desiderio di nuocere. L’odio non è mai buono, è un tarlo che inaridisce e corrode l’animo, che deprime la nostra perfezione, la nostra potenza spirituale e la nostra voglia di vivere. Così accade anche per le emozioni che derivano dall’odio come l’ira, lo spirito di vendetta, l’invidia, la malevolenza, la prepotenza, il disprezzo, il rancore …  e via di questo passo. 

L’odio e i suoi derivati sono l’effetto e il sintomo più evidente della nostra passività, della nostra dipendenza da cause esterne. Per quanto possibile, noi invece dovremmo essere attivi mettendo all’opera la nostra razionalità. 

Anche se l’odio nasce spontaneo, senza freni, perché generato direttamente, come stimolo di autodifesa, dal nostro istinto primordiale di conservazione e affermazione, con la ragione dovremmo essere in grado di controllarlo e frenarlo. Come detto prima, non c’è niente di sbagliato in questo moto naturale dell’anima ma, fatto salvo il diritto di auto-difesa, da persona razionale, se voglio il bene per me stesso, devo in ogni modo rifuggire dai sentimenti di odio semplicemente perché mi fanno male, deprimono la mia gioia di vivere. Insomma occorre limitare il raggio d’azione dell’odio, non per la paura di andare all’inferno, ma per vivere bene qui sulla Terra. 

Giovenale ha scritto "Nemo malus felix ".  Nessun malvagio è felice. 

Limitare lo spazio dell’odio e dei suoi derivati non è mai coartare o inibire la nostra natura, ma liberare veramente la nostra forza di esistere nella pienezza della vita contro le passioni tristi, simili a malattie dell’anima. Ecco perché, nel circolo virtuoso dell’affermazione di noi stessi, noi dobbiamo controllare le passioni con la razionalità, aggirandole e spiazzandole.

La vera virtù, per Spinoza, coincide con la realizzazione di noi stessi. Come dice il mio amico Vincenzo ‘per Spinoza la virtù è lo sforzo di autoconservazione divenuto cosciente di sé e saggiamente diretto’. Rovesciando l’interpretazione tradizionale del termine virtù, abitualmente gravato da sgradevoli connotazioni di negazione di sé, rinuncia e astinenza, Spinoza afferma che più cerchiamo il nostro interesse personale, più siamo virtuosi. 

Quest’idea sovverte completamente gli insegnamenti della religione: 

  • La religione promette la felicità in cambio di una virtù infelice. Spinoza dice che la felicità è la virtù.
  • La religione fa della carità il bene più alto. Spinoza afferma che il bene più alto è l'interesse personale e che la carità è la conseguenza del giusto modo di realizzarlo.
  • La religione prescrive di rifuggire dai piaceri terreni e, in particolare, dai piaceri del corpo. Spinoza afferma che quanto più ‘vero’ piacere noi abbiamo tanto più siamo perfetti.
  • La religione insegna l’obbedienza a Dio e ai suoi rappresentanti sulla Terra. Spinoza scommette la propria vita sull’affermazione che la felicità è la libertà.

Ma quali sono gli effetti della realizzazione personale del sé sulla convivenza sociale?

Non è che l’utile di una persona corrisponde al danno di un’altra?

Molto spesso sento porre questa domanda da persone che conoscono Spinoza e il suo concetto di utile solo per sentito dire. Se il vero utile è la realizzazione di sé tramite l’uso della ragione, l’essere attivi e non passivi, il controllo dell’odio e la pratica dell’amore, allora la convivenza sociale non può che esserne favorita. Nessuno può avere un danno dall’amore di un altro. 

Se tutti gli uomini fossero in grado di perseguire il vero utile, allora si vedrebbe realizzato sulla Terra il sommo bene per l’uomo. 

Con la ragione comprendiamo che la dimensione naturale della vita umana è la socialità, senza la quale l’esistenza individuale non sarebbe per nulla possibile.  Comprendiamo anche quanto sia utile e positivo per sé desiderare anche il bene e la felicità degli altri perché il bene e la felicità di tutti potenziano e arricchiscono il bene e la felicità del singolo. Bisogna insomma desiderare per gli altri quello che si desidera per se stessi e fare in modo che si realizzi una società politica nella quale ci sia tolleranza nella sicurezza e nella gioia.

Per questo Spinoza capovolge la celebre espressione di Hobbes, homo homini lupus’, e arriva ad affermare che l’uomo è un Dio per l’uomo ‘homo homini Deus’: infatti “all’uomo nulla è più utile dell’uomo; nulla, io dico, gli uomini possono desiderare di più importante per la conservazione del loro essere che tutti vadano d’accordo, di modo che le menti e i corpi di tutti compongano quasi una sola mente e un solo corpo”.

La ragione ci fa comprendere che il sommo bene dell’uomo consiste nel raggiungere, tutti insieme, il vero utile personale.

Un altro contributo che la guida della ragione ci fornisce è quello di insegnarci a comprendere l’intima necessità delle cose e quindi a non subire l’infelicità derivante da eventi ed esperienze su cui non abbiamo nessun controllo. 

Per quanto noi possiamo comprendere, non possiamo desiderare niente di diverso da ciò che deve essere 

Qui Spinoza esprime il classico sentimento di ‘acquiescenza’ propugnato degli antichi stoici. Ma a differenza da questi ultimi, Spinoza non usa termini come ‘rassegnazione’ o ‘indifferenza’ per descrivere l’atteggiamento nei confronti degli eventi che sfuggono al nostro controllo.

Egli non si rifugia nel fatalismo, ma propone nei confronti della necessità della natura un sentimento di ‘appagamento’ e ‘gioia’ che somiglia a ciò che Nietzsche descrive come ‘amor fati’, l’amore del destino. 

Ma per parlare di questo occorre introdurre la conoscenza di terzo livello e l’amore intellettuale di Dio. Lo farò nella prossima puntata.

Luigi Di Bianco

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I commenti che continuo a ricevere mi impongono un post scriptum.

Molti lettori hanno capito che il raggiungimento della serenità e della Letizia è un processo ininterrotto di crescita progressiva. Immaginano questo processo come un salire costante e ininterrotto lungo un pendio per raggiungere la vetta dell’intima serenità.

Non è così. E’ un continuo saliscendi … si fanno due passi avanti e uno indietro, a volte, un passo avanti e due indietro.  Questo perché noi siamo al centro di  una ragnatela di relazioni esterne che continuamente influenzano il nostro corpo e la nostra mente e scatenano le passioni negative. Senza contare i fattori interni al nostro stesso corpo, per esempio una malattia, che possono creare nella nostra mente passioni incontrollabili.

Lo sforzo di realizzare se stessi nella Letizia comporta un rapporto continuo e costante con i fattori esterni e interni. La dinamica del conatus, lo sforzo, è sempre un’attività tensionale verso una condizione di equilibrio il più possibile verso la letizia ma non trova mai riposo una volta per tutte e una volta per sempre.  Fra i tanti saliscendi, però, mediamente, si sale sempre lungo il pendio verso la vetta in proporzione a quanto più conosciamo Dio.

A quelli che mi chiedono: ma tu allora sei felice e sereno in ogni momento della tua giornata?  io rispondo … senz'altro no … sono lontano dalla vetta … mi capita di andare su e giù, ma in linea di massima, con lo studio e usando la ‘ragione’, qualche passo avanti verso la vetta l’ho fatto senza ombra di dubbio. Luigi Di Bianco