Il simbolismo mesopotamico nel Nabucco di Renzo Giacchieri

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Abbiamo incontrato il regista che ha firmato la riapertura autunnale del massimo salernitano

 

 

 

 

 

Di LUCIA D’AGOSTINO

 

Il Nabucco con le musiche Giuseppe Verdi, che ha riaperto la stagione lirica del massimo salernitano porta la firma del regista Renzo Giacchieri che abbiamo incontrato alle prove del nuovo allestimento preparato appositamente per il Teatro “Giuseppe Verdi” di Salerno. Il regista romano, classe 1983, ha un rapporto di antica data con il Nabucco, ed è un artista che, attualmente Presidente del Conservatorio “E.F. Dall’Abaco” di Verona, ha ricoperto numerose cariche istituzionali, dirigente Rai, Sovrintendente dell’Ente Lirico dell’Arena di Verona e del Teatro San Carlo di Napoli, nonché Presidente dell’Associazione Nazionale Enti Lirici e Sinfonici (ANELS), per citarne alcuni, che gli hanno permesso di filtrare la creatività attraverso la luce cruda delle esigenze amministrative e logistiche che sono sempre dietro l’organizzazione di spettacoli culturali.

 

Renzo Giacchieri, lei ha messo in scena il Nabucco anche all’Arena di Verona. Che differenza c’è tra l’allestire un’opera lirica in una Arena e il farlo in un Teatro più piccolo come quello di Salerno? É solo questione di spazi?

 

«É proprio il concetto basilare che è diverso: in un teatro posso calare dall’alto la scenografia, in uno spazio aperto la stessa sarà a piantazione, nel senso che si svilupperà tutta in orizzontale occupando l’intera scena. Detto questo però tale aspetto non pone limiti alla creatività, se c’è un cervello che dirige funzionerà anche in condizioni diverse per trovare altre soluzioni. Anzi si può aggiungere che la creatività si esprime meglio in spazi piccoli; negli spazi grandi si potrebbe verificare il cosiddetto “horror vacui”, l’ansia di riempire i vuoti che contesti più ampi possono generare. All’Arena di Verona ho collaborato con lo scenografo Luciano Minguzzi che ha ideato delle solide sculture che avevano il pregio della grandiosità capace di riempire significativamente la scena. A Salerno ho chiesto allo scenografo Flavio Arbetti di inserire delle scale per creare piani differenziati, realizzati in successione più alti, in maniera tale da distribuire meglio orizzontalmente tante persone. Anche se qui il coro è meno della metà di quello di Verona, il rischio era di avere tutti avanti; l’effetto della tridimensionalità renderà invece l’impatto più bello».

 

Si è parlato di una soluzione scenica e coreografica di uno scorpione che coinvolge il corpo di ballo, ce ne parla?

 

«Purtroppo non c’è, dal laboratorio non ha fatto in tempo ad arrivare. Del resto le risorse sono contingentate di questi tempi ed era una spesa in più che l’amministrazione del teatro non si è sentito di affrontare. Così nel quadro della Siria non ci sarà il balletto che dà vita al simbolo dello scorpione; quello che io ho sempre inserito per rappresentare Abigaille, come uno scorpione appunto, che uccide se stessa per uccidere gli altri. Ho deciso, allora, di lasciare indefinita questa rappresentazione che oscillerà, senza essere chiara, tra un idolo che si infrange e lei che è avvelenata. Con mio grande dispiacere abbiamo dovuto rinunciare a questa soluzone registica, ma ci sarà comunque una sorpresa che riguarderà il momento del “Va’ pensiero”, estremamente patriottico, che piacerà; non voglio, però, aggiungere altro per non svelare il colpo di scena».

 

Lei ha ricoperto nel tempo vari incarichi istituzionali, si riconosce meglio nel ruolo di artista o di amministratore? Quanto l’uno ha aiutato l’altro nei deversi momenti?

 

«Sono un regista che grazie agli incarichi istituzionali ha avuto modo ed è stato in grado di affrontare problemi di organizzazione e di amministrazione. In genere è l’artista che è stato punito dall’altra parte di me. Il regista, di solito, fa delle richieste sulla base della sua creatività; con il tempo io ho rinunciato alle richieste impossibili. Tuttavia la creatività aiuta molto nella fase della gestione meramente amministrativa».

 

Cosa si aspetta dal nuovo allestimento salernitano?

 

«Penso sarà accolto bene, perchè è molto verdiano, con una sottolineatura di spirito patriottico che come ho già detto sarà inaspettato e che non sarà indifferente alla realizzazione dell’intera opera».

 

Cosa cambia nel tempo quando si affronta la stessa opera, si scoprono nuovi aspetti?

 

«Certamente la messa in scena cambia con la maturità. Ora innanzitutto sono gravato da meno impegni e sono, dunque, più sereno nell’affrontare la regia. Nelle prime esperienze registiche quando mi innamoravo di un’idea non la lasciavo più. Ora è diverso, contribuisce molto la saggezza acquisita e quando devo rinunciare ad una soluzione lo faccio tranquillamente».

 

 

 

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