Meta. Schettino sospeso dalla professione per la durata del processo Il prete: “Lasciatelo stare, soffre”

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Meta. «Sì, certo, il mio sogno è tornare a navigare». Ma non potrà farlo almeno fino a quando non si concluderà il suo lungo procedimento penale. Con un verdetto definitivo, incontestabile. Che dovrà fare estrema chiarezza sulla tragedia della Costa Concordia fornendo una ricostruzione esatta di quella maledetta notte del 13 gennaio 2012, al largo del Giglio. Da una batosta all’altra. Dalle bordate del «moralizzatore» Ligabue che l’ha fatto diventare nel suo nuovo singolo «Il sale della terra» l’icona dell’Italia sbagliata, alla decisione del ministro dei trasporti, Maurizio Lupi, che ha firmato il decreto con cui lo sospende dalla professione: patente (marittima) congelata che, per un vero e proprio «lupo di mare», significa restare disoccupati. E in tempi di tagli, crisi e spending review non è di certo una gran bella notizia. Non c’è pace per Francesco Schettino che s’è visto recapitare il provvedimento di stop solo alcune settimane fa. Un documento scarno, ma estremamente chiaro con cui il ministro in poche righe motiva la decisione di fermarlo al termine di un’inchiesta complessa, molto dibattuta. Lupi va a richiamare sia il naufragio della Concordia che una nota «riepilogativa» sul disastro messa a punto dall’ufficio di Gabinetto del ministero. Tutto nella norma fino alla tappa decisiva. Quella del 25 febbraio scorso, quando la Procura della Repubblica di Grosseto presentò al Gip, Valeria Montesarchio, la richiesta di rinvio a giudizio, poi accolta, prevedendo la bocciatura – in udienza preliminare dinanzi al giudice Pietro Molino – del patteggiamento del comandante finito alla sbarra come unico imputato con rito ordinario. Qui cambia tutto. Perché il codice della navigazione prevede la sospensione immediata per un marittimo finito a processo. E Schettino lo diventa ufficialmente alla vigilia dell’estate, il 22 maggio. Il capitano più famoso degli ultimi anni aveva fatto trapelare il suo desiderio di riprendere il mare a pochi chilometri dalla sua Meta, nell’atrio del tribunale civile di Torre Annunziata. E’ la mattina del 31 gennaio 2013 quando il comandante tira un sospiro e dice chiaro e tondo che «non c’è nessun verdetto definitivo della giustizia» e che nonostante 32 morti, nonostante gli attacchi, nonostante l’arresto, nonostante tutto, nonostante «il fango», non è disposto a rimuovere dalla sua mente la voglia di riprendere il timone. In effetti, ci va anche vicino. Come il 3 agosto dell’anno prima, appena sette mesi dopo il naufragio. Schettino viene beccato dal «paparazzo » del tabloid inglese «The Sun» mentre è a bordo di un motoscafo. Con un amico è in navigazione nel mare della Conca di Meta (rispettando appieno l’ordine di dimora, successivamente revocato) che tanti capitani di coraggio ha saputo svezzare nella centenaria storia di una culla nobile della marineria italiana. «Beh, se avesse guidato lui quale sarebbe stato il problema. La sua patente nautica non è stata sospesa» dicono in coro gli avvocati. Con cui, oggi, Schettino sta proseguendo a studiare carte e documenti alla vigilia della prossima udienza del processo-show di Grosseto, in programma lunedì mattina. Si vede poco in giro il capitano. E gli amici, ieri, l’hanno descritto come «affranto e abbattuto». Schettino si concede qualche passeggiata per le vie del centro di Meta antica. E qualcuno l’ha anche visto, con la moglie Fabiola e la figlia, andare a mangiare una pizza in un ristorante vicino casa. Preferisce la strada del silenzio. E don Antonino Soldatini, della chiesa di Madonne di Roselle, si batte con i giornalisti: «Lasciatelo stare, soffre». (Salvatore Dare – Metropolis)