De Masi , il PD è scomparso. La Campania ultima per pil pro capite qualcosa non funziona

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 In un articolo di martedì scorso, Ottavio Ragone, riferendosi alla Campania, si chiedeva se esiste ancora un Pd nella nostra regione. Qualche settimana prima, sempre su “Repubblica”, Massimo Cacciari aveva già dato una risposta riferendosi a tutta l’Italia, Campania compresa: l’intera sinistra, a suo avviso, è talmente estinta che persino il vocabolo corrispondente va cancellato dal dizionario politico. Un sospetto dell’estinzione era venuto anche a me qualche mese prima, assistendo su Sky al confronto tra i cinque finalisti delle primarie. Come ultima domanda, l’intervistatore chiese a ciascuno di loro chi fosse la propria figura ideale di riferimento. Bersani indicò Giovanni XXIII, la Puppato indicò Tina Anselmi, Tabacci indicò De Gasperi, Vendola indicò Monsignor Martini e Renzi, in un raptus di laicismo iconoclasta, indicò Mandela.

Lo stato confusionale dei cinque finalisti, sintesi di furbizia e di ignoranza abissale, rivelava un vuoto ben più grave. Qui, infatti, non si tratta di un sindaco che cumula incarichi o di un segretario regionale che flirta con il nemico. Volesse Iddio fosse questo il problema. Qui si tratta di un’assenza totale di basi teoriche con cui interpretare la realtà, di modelli concettuali con cui elaborare una strategia, di metodi scientifici con cui superare le contraddizioni. Dietro la crisi dei rappresentanti politici, dunque, c’è un’inadempienza degli intellettuali, pronti ad arraffare i vantaggi da sinistra ma altrettanto pronti a dissociarsene quando più non gli conviene.

 

Ormai il Partito Democratico è un estuario melmoso di liquami provenienti da tutte le discariche ideologiche. Vi sono cattolici faccendieri e laici baciapile, progressisti che difendono lo status quo e conservatori che leggono Hesse. Ognuno è ex-qualcosa: ex sessantottino, ex prete operaio, ex balilla. I pochi marxisti lo sono perché cultori di Groucho Marx. Buoni a nulla ma capaci di tutto, si scrivono lettere anonime per placare la loro falsa coscienza e, quando il postino suona due volte, fingono di non essere in casa.

 

Cosa è stata la sinistra, a partire dai primi dell’Ottocento? È stata il collettore di tutte le forze schierate dalla parte degli sfruttati, il minimo comune denominatore di tutti i movimenti, le forze, gli uomini indignati dalle ingiustizie del mondo e intenzionati a ripararle: alcuni puntando sulla rivoluzione, altri sulle riforme, tutti pagando in prima persona.

 

Se nel mondo, in Italia, in Campania non esistono più ingiustizie e non esistono più sfruttati, allora la sinistra non ha ragione di esistere e se ne può cancellare la parola dal vocabolario. Ma io, a differenza di Cacciari, sospetto che qualche piccola ingiustizia, qualche ultimo sfruttato sia ancora nascosto da qualche parte. Faccio un paio di esempi: i dieci (dico dieci) italiani più ricchi cumulano una ricchezza pari a quella posseduta dai tre milioni di italiani più poveri. L’11% delle famiglie è in condizione di povertà relativa; il 5% è in condizione di povertà assoluta.

 

Nel Sud un lavoratore su cinque non ha un contratto regolare. Mentre lo stipendio di Adriano Olivetti era cinque volte maggiore di quello di un operaio della sua fabbrica, nel 1910 Marchionne
ha guadagnato 1.037 volte più di un operaio della Fiat. Berlusconi ha guadagnato 11.490 volte più di un operaio Fininvest.

 

La Campania è la seconda regione d’Italia per numero di abitanti. Il suo Pil pro capite (16.601 euro) è la metà di quello della Lombardia (33.483 euro), il più basso di tutto il Mezzogiorno e di tutto il Paese. C’è dunque qualcosa che non funziona nella nostra classe dirigente, a cominciare dai politici e dagli intellettuali. E c’è qualcosa di patologico nella mancanza di indignazione, che frena migliaia di giovani precari in una paralisi psicotica mentre a poche centinaia di chilometri, sull’altra sponda del Mediterraneo, i loro coetanei rischiano la vita per guadagnarsi uno straccio di libertà.

 

Il fatto è che gli sfruttati, di per sé, non sono nulla e, così frammentati, non fanno paura a nessuno, soprattutto in una regione come la nostra, dove tutto si compra perché tutto è in vendita. Occorre dunque che gli “stracci al vento” si trasformino da singoli atomi in classe solidale. Occorre che prendano coscienza di essere sfruttati, si organizzino per riscattare la propria condizione, sappiano individuare chi sono i loro veri nemici e chi possono essere i loro potenziali alleati.

 

Questa maturazione non avviene automaticamente e per caso: occorre l’azione paziente di leader più colti, più coraggiosi, più onesti della cosiddetta “base “. Un tempo si chiamavano “avanguardie”, erano scelte con cura in base all’intelligenza e alla passione; venivano formate in apposite scuole dove i corsi erano severissimi e duravano molti mesi; si guadagnavano le posizioni di comando in base ai risultati raggiunti e non in base all’appartenenza clientelare.
Per concludere, non so se in Campania esista ancora un Pd e, qualora esistesse, non so se è ancora in grado di rappresentare gli sfruttati, visto lo stato confusionale in cui questo partito-estuario versa sia a livello nazionale che locale. So però che siamo in piena società postindustriale, basata sul progresso tecnologico; so che ogni progresso fa le sue vittime; so che dove ci sono vittime, c’è bisogno della sinistra. Una sinistra colta, organizzata, dolce ma intransigente. Prima di tutto con se stessa. Domenico De Masi Repubblica.it