Roma. Piazza San Pietro gremita per la veglia. L’urlo del Papa per la pace: «La guerra porta solo morte»

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Roma. Il silenzio dei potenti, Davide contro Golia, la speranza che non si vuole arrendere. Francesco sul sagrato della basilica, da lontano, è un puntino bianco ma poi ecco che apre bocca e sembra ingigantirsi. Sfida i grandi della terra, tira in ballo i novelli Caini, si appella alle coscienze perché Dio alla fine giudicherà tutti. In Siria è la storia del mondo che si ripete. Non fa nomi il Papa ma del resto che importa: Obama, Putin, Assad, gli infiltrati nelle milizie dei ribelli siriani, il doppio gioco dei Paesi del Golfo e intanto un altro tassello mediorientale che sta finendo in un gorgo senza fine. Bergoglio non si vuole rassegnare alla guerra. Si muove convinto che la fede può smuovere le montagne, frenare gli attacchi americani. Le sue energie in questi giorni sono riuscite a coagulare un esercito senza armi, trasversale, interconfessionale, inter culturale. «In ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia di scontro tra fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi». Francesco prende fiato e affonda la lama: «Questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci». Nel discorso della veglia di preghiera, per sei volte risuona la parola «guerra», per otto la parola «armonia» e per dieci la parola «mondo». La fratellanza del pianeta è in pericolo se non si recupera l’amore verso il prossimo. Il discorso di Francesco viene diffuso anche in arabo. «Quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere. Quanta violenza viene da quel momento, quanti conflitti». Dopo il rosario, le litanie dei santi, gli scritti dei pontefici precedenti, risuona a san Pietro un quesito allarmante, drammatico nella sua essenza: «È questo il mondo che noi vogliamo?». «Gridiamo assieme no alla guerra». Uno speaker legge una preghiera composta da Pio XII: «Caro Gesù, anche tu fosti un giorno bambino come noi, e ci hanno detto che amavi di avere i piccoli vicino a te. Così noi veniamo ora, fanciulli di tutte le nazioni del mondo, ad offrirti i nostri ringraziamenti e ad elevare a te la nostra preghiera pera pace». Dopo il G20 di San Pietroburgo gli spiragli, se mai c’erano, si sono ridotti al minimo. Ci vorrebbe davvero un miracolo. Il neo segretario di Stato Parolin, in una intervista al Diario Cattolico, fa il parallelo tra l’azione diplomatica sviluppatasi in queste ore con quella di Wojtyla prima della guerra del Golfo. Wojtyla allora non ce la fece, Bergoglio chissà. Il muro contro muro tra Obama e Putin ricorda quel periodo. Ieri il patriarca melkita ha implorato ai grandi del G20 di fermare i gruppi armati in Siria, gli attacchi dei jihadisti. Vicino a Damasco il villaggio cristiano di Maloula è stato messo a ferro e fuoco. Gregorio III Laham implora la salvezza dei villaggi cristiani mentre il Gran Muftì dalla grande moschea degli Omayyadi, in cui è conservata la più importante reliquia di San Giovanni Battista, fa sapere che «i musulmani siriani sono tristi. L’Islam è utilizzato come ideologia estremista per volere l’eliminazione dell’altro. Da sempre i cristiani sono come fratelli ». Come dire che i problemi in Siria sono esterni, non interni. (Franca Giansoldati – Il Mattino)