Il Cilento ‘paradiso’ dei latitanti. Dal superboss Raffaele Cutolo fino ai ras nolani e scissionisti

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Cilento. L’arresto del latitante Michele Di Nardo, a Palinuro, è solo l’ultimo di una lunga lista di clamorosi blitz delle forze dell’ordine che, negli anni, hanno potuto appurare come la provincia a sud di Salerno sia diventata un ‘rifugio’ per i mammasantissima della criminalità organizzata. Ed il primo, in ordine di importanza e caratura ‘criminale’ oltreché cronologico, è stato addirittura il superboss Raffaele Cutolo che, il 15 maggio del 1979, venne arrestato in una masseria nella campagna di Albanella dove aveva trovato rifugio in seguito alla rocambolesca quanto clamorosa fuga dal manicomio criminale di Aversa. Più recentemente altri mammasantissima della malavita napoletana e casertana hanno trovato rifugio tra la Piana del Sele ed il Cilento. Nel giugno del 2009, in un camper parcheggiato all’interno di un camping di Capaccio Paestum, venne scoperto, con la famiglia, il boss nolano Michele Di Domenico. L’uomo, che per ironia della sorte era stato classificato dagli inquirenti come un ex cutoliano, era ricercato per associazione a delinquere e detenzione d’armi oltreché per estorsione. Non passò che un mese per registrare il secondo arresto eccellente. Ancora una volta un latitante napoletano aveva ottenuto asilo all’ombra dei Templi. Il 23 luglio del 2009, in un camping capaccese, venne arrestato Carmine Calzone ‘tradito’ dall’acume di un maresciallo della Guardia di Finanza in vacanza che aveva notato l’uomo che spendeva e spandeva come se non ci fosse un domani. Il blitz dei carabinieri nella ‘residenza estiva’ dello scissionista accusato pure di aver preso parte ad alcune azioni sanguinose e pure ad un omicidio. Nel frigobar, i carabinieri trovarono anche quattro bottiglie di don Perignon ed accertarono che, in una sola serata, Calzone si era concesso il lusso di spendere ben 5mila euro. Il rapporto tra ‘mala’ e Cilento, perciò, è duro a morire ed ha una madre ‘sconsiderata’: la legge sulla residenza coatta che, negli anni scorsi, invece di piegare la camorra ne ha consentito la ramificazione in territori ‘vergini’. Come, ad esempio, l’area tra il salernitano e la provincia di Avellino dove si nascondeva, fino all’agosto dell’anno scorso, il superboss scafatese Francesco Matrone, alias Franchino ‘a belva, in un rifugio tra le colline di Acerno. (Giovanni Vasso – Metropolis)