LETTERA POSTUMA A HENRY WADSWORD LONGFELLOW E L´HOTEL CAPPUCCINI CONVENTO DI AMALFI

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Sono stato ad Amalfi negli ultimi giorni. L’ho trovata peggiorata, trasandata, un pò sbracata, appannata nella bellezza dell’arte, dei monumenti e dei paesaggi. Peggiorata nella qualità del turismo- Ho metabolizzato ed interiorizzato con notevole sofferenza il degrado, come se avessi dovuto registrare sfregi alla bellezza di una donna incantevole che fecondò di ammirazione e di amore gli anni della mia giovinezza. Mi sono consolato con un monologo con uno dei grandi della letteratura mondiale, che  Amalfi conobbe, amò ed immortalò. Triste condizione la mia se per parlare di bellezza e di eleganza della mia città del cuore debbo rifugiarmi nella storia del passato!

 

Mi sono però rifatto a mezzanotte, scendendo lentamente da una pizzeria gradevolmente accogliente sotto un pergolato di limoni nei pressi della fontana “cap’e ciuccio”. Ho riscoperto una città vitalissima, allegra, vivace, finalmente accogliente. Ho ritrovato e riabbracciato la mia città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Sir Longofellow,

 

 

 

feci la tua prima conoscenza, fugace, quando, alcuni decenni fa, fui invitato a visitare quel gioiello di architettura urbanistica e straordinario contenitore di memorie storiche e di opere d’arte che era ed è l‘Hotel Cappuccini Convento di Amalfi:Quando mi ripresi dallo stupore dell’accecante biancore di una costruzione che sagomava, e vi si confondeva,  le striature d’ocra delle rocce a catapulta  e quasi sospese sui giardini lussureggianti pensili sul mare e mi interrogai, curioso, su quel chiostro sopravvissuto ai secoli a testimoniare  passaggio ed influenza degli Arabi nelle linee e nei ricami dello stile ed essermi soffermato in assorta e profonda meditazione nella bella chiesa che testimoniava macerazioni di corpi, riflessioni di menti, slanci di cuori ed estasi di anime di monaci colti e santi ed essermi incantato agli scaloni momumentali levigati dal passo di preghiera e dalle tonache fruscianti di abati,priori e frati dediti all’evangelizzazione delle anime ma esperti anche di mestieri di terra e di mare, subito dopo mi colpi molto la lapide all’ingresso della reception con quei versi carichi di musicalità “Dolce il ricordo nel mio cor discende/del bel paese ch’oltre il mar si stende/dove si scontran le montagne e l’onde/dove in mezzo al calor che vi diffonde/siede  tra’ gelsi Amalfi e i bianchi piedi/nella calma del mar bagnar li vedi”” con sotto inciso, ben in vista, il tuo nome. Lessi e rilessi più e e più volte e in prospettiva, a fuga di pergolato che trionfava in allegro disordine voluto e, a ben pensare, sapientemente  ricercato, di bunganville squillanti nel rosso/viola della fioritura e  di carnosi limoni a dondolo di collane d’oro, nel tondo della cornice in fuga di pergolato, appunto, mi sembrò più bella Amalfi nel miracolo di case che quasi carcacollavano sull’acqua, che ricamava fiori si schiuma alle radici della torre del Luna. Amai ancor più la città, ferito di dolcezza nel profondo, e mi proposi di interessarmi a te che l’avevi cantata con trasporto di poeta innamorato-Scoprii, così, che, nato a Portland il 27 febbraio del 1807 e morto a Cambridge il 24 marzo del 1882 fosti il più famoso poeta del New England nell’800. Ti lasciasti apprezzare  come letterato e poeta, ma ponesti la tua attività di intellettuale anche a difesa delle battaglie civili, prima fra tutte la lotta per l’abolizione della schiavitù negli anni prima e durante la Guerra Civile Americana. Ammiratore del nostro Dante Alighieri ed apprezzato traduttore della Divina Commedia venisti in Italia e soggiornasti a lungo a Firenze, Roma e Napoli. Facesti tappa anche ad Amalfi,(nel 1868), che ti rapì per la sua bellezza, ti scatenò un uragano di emozioni che si ossificarono nella carnalità delle parole  e fecondarono di poesia il bel poemetto che porta il nome della nostra città. Non so quanti lo abbiano letto per intero, apprezzando non solo la musicalità e la bellezza stilistica dei versi ma anche la tua profonda conoscenza  della evoluzione storica,  dell’arte e dei monumenti della Prima Repubblica Marinara, come dei sudori del lavoro dei suoi abitanti che strappavano coltivi fecondi alla montagna e fresco ed appetitoso pescando ai fondali,  alternandosi nei vari mestieri di terra e di mare, maneggiando con identica perizia la vanga ed il remo. Avessi un minimo di potere decisionale quel poemetto lo stamperei in migliaia di copie e lo distribuirei a tutti i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado per una bella testimonianza di “come eravamo” da parte di un grande poeta oltreoceano, come te..

 

Ma non sei stato l’unico a soggiornare nel Convento Albergo e godere dello spettacolo di Amalfi con case e chiese a corona della paciosa rada. In questa dimora prestigiosa,  vanto dell’accoglienza di qualità della città e dell’Italia intera, c’è memoria di stupende pagine di letteratura, di  tele di grandi pittori, coinvolgenti nell’iride dei colori, di dolci sinfonie dei musicisti quasi a riecheggiare lo sciabordio delle acque sugli scogli, di fotogrammi di film di successo. Ci sarebbe ampio materiale per eventi di grande qualità e spessore, se solo  la nuova Società che gestisce il Convento/Albergo fosse tesa ad una offerta di qualità nel segno della cultura e non  a privilegiare solo la logica del profitto. Ma è ancora più grave che non ci pensi neppure l’Amministrazione Comunale che, addirittura, tollera la chiusura invernale dell’albergo,il che costituisce una offesa alla memoria storica dell’accoglienza di Amalfi oltre che un vulnus nelle clausole contrattuali. L’Amministrazione Comunale intervenga subito e con decisione ad evitare che la tolleranza assuma le connotazioni malevoli di complicità.

 

Dopo di te, caro Sir Longfellow, ne hanno scritto in tanti. Mi piace ricordarne almeno uno, che mi sta particolarmente a cuore, Salvatore Quasimodo., che con  “parole colorate”  dipinge, da par suo, le emozioni registrate di fronte alla bellezza della città “Lo strapiombo aereo di Amalfi è immerso nelle reti di colori puri…Qui è il giardino che cerchiamo sempre e inutilmente dopo i luoghi perduti dell’infanzia. Una memoria che avviene tangibile sopra gli abissi del mare, sospesa sulle foglie degli aranci e dei cedri sontuosi negli orti pensili dei conventi“. Queste sue emozioni me li confidava spesso l’Amico e Maestro nelle frequenti passeggiate a passi lenti nel breve tratto di strada che porta il tuo nome. Qui ho passeggiato spesso e a lungo anche con Alfonso Gatto, che mi ripeteva a più riprese che gli uomini si dividono in due categorie come i nostri verbi ausiliari. Una categoria vive per l’essere un’altra per l’avere. Quelli che vivono per l’avere sono i più numerosi e, il più delle volte, detengono anche il potere decisionale in tutti i campi. Per questo nella nostra società abbondano “i rachitici floridi”,i tanti,cioè, che apparentemente scoppiano di salute, ma sono tarati dentro. Questo linguaggio di Gatto dovrebbe essere familiare al sindaco di Amalfi che, in qualità di medico, dovrebbe combattere il rachitismo della società con la terapia della cultura. La passeggiata che porta il tuo nome si spalanca su una pineta lussureggiante di vegetazione a scivolo di mare. E’ l’unico polmone verde nel centro della città. Abbandonata ed inutilizzata è un monumento al degrado, una vergogna a cielo aperto, che non fa onore alla civiltà di Amalfi. Potrebbe, invece, diventare un parco vivibile e frequentato, “UN PARCO LETTERARIO” con passeggiate attrezzate lungo viali alberati con artistiche bacheche/legende che riportino brevi ma significativi versi dei tanti grandi poeti che hanno cantato Amalfi, con impianto sonoro che da casse camuffate nel verde  facciano  riecheggiare in sottofondo le canzoni dedicate alla città, con in più  l’iniziativa, soprattutto nei mesi estivi, del “cinema sotto le stelle”, che riproponga i film di successo girati ad Amalfi o i “concerti di “musica e poesia” (con tema Amalfi e costiera, ecc. ecc). Si tratterebbe di iniziative dai costi contenuti ma di grande finezza e classe, nel segno della cultura e nella logica dell’offerta del turismo di qualità. In un programma del genere potrebbe trovare protagonismo anche il tuo poemetto “Amalfi”, che si presta molto alla teatralizzazione. Sono certo, caro sir Longfellow, che approveresti l’idea e saresti felice del riconoscimento. In attesa che la mia città di adozione privilegi più l’essere  che l’avere e inizi una  terapia d’urto per i tanti, forse troppi, rachitici floridi, abbiti la mia più devota stima ed ammirazione

 

tuo

 

Giuseppe Liuccio